Vecchie e Nuove vie della seta

Per ogni europeo che si rispetti chiedersi se qui in italia esista un "problema meridionale" è come chiedersi se la mafia esiste. Ma che il problema fosse stato ben analizzato e risolto dagli inventori della nuova “Via della Seta” non ha solleticato le sinapsi, di nessun leader politico italiano, in altri più profondi pensieri affaccendati.

La Via della Seta

MappadiTolomeoMappa del mondo di Tolomeo,
ricostruita nel XVI secolo dalla "Geografia" di Tolomeo
Quando l'impero Romano e quello Cinese erano due universi completamente separati, perchè lontani, solo il commercio "avventuroso", trovava minuscoli spazi d'esplorazione. Si era nel II secolo a.C. e cominciava a tracciarsi la famosa via della seta. Fu più tardi nel 130 a.C. con un'ambasciata cinese dell’emissario imperiale Zhang Quian, e ancora più di un secolo dopo, col tentativo di inviare una delegazione a Roma del generale Ban Chao che i due imperi, si avvicinarono ancor più. Gli storici cinesi riportano di alcuni tentativi di abboccamento da parte romana, e che la prima ambasceria venne inviata dall’imperatore Marco Aurelio e ricevuta in Cina nel 166 d.C. E questo perchè già allora ci si occupava di bilanci import-export al Senato romano. Che per motivi economici, ma anche morali, emise parecchi editti per proibire gli indumenti di seta, L’importazione di seta cinese causava enormi uscite di oro e allo stesso tempo le vesti di seta venivano considerate decadenti e immorali.

La nuova Via della Seta

La storia sembra ripetersi, Xi Jinping viene in Italia, ma ora non è ospite qualsiasi, ha la stessa caratura del presidente degli Stati Uniti e di quello Russo. È a Roma,  ma anche in Europa, per chiarire - in via definitiva - le posizioni della Cina, del suo governo (ovvero le sue) ed a giustificare i passi attuali e futuri del progetto.

Inspiegabilmente la cosa scatena sopratutto in Italia e anche in Europa, il solito dibattito da bar: Cina si, Cina no. Ovvero - se vogliamo fare affari con quell’universo dobbiamo saltare sul treno della Via della Seta, se non lo facciamo perdiamo la grande occasione. 
Come se fosse dialetticamente possibile decidere di fare o non fare affari con la seconda potenza economica al mondo, quella in maggiore espansione, che ha progetti, idee e soprattutto consumatori. Gli affari li fanno, dati alla mano, i francesi, i tedeschi, gli inglesi, i canadesi,  i giapponesi. Ma anche e sopratutto gli americani, e questo è un'altro sassolino a cui regisce nemmeno troppo pacatamente il presidente Trump ad esempio sui dazi. Tutti paesi, nostri alleati e membri del G7 che apparentemente non hanno intenzione di entrare nel grande affare proposto da  Xi Jinping la Via della Seta appunto. E tutti in termini assoluti o relativi, esportano, importano, investono o ricevono investimenti con la Cina più dell’Italia.

Riprendendo il concetto come ampiamente divulgato dal governo cinese il grandioso progetto economico nasce ufficialmente nel 2013 ed è dedicato alla costituzione di nuove rotte commerciali, sia terrestri che marittime, in Asia, Europa e Africa.

È progettato per svilupparsi lungo porti, ferrovie, reti stradali, basi logistiche, tramite cui esportare e diffondere i prodotti cinesi. La Banca asiatica per l’investimento e le infrastrutture, alla quale aderiscono 57 Paesi, ha già stanziato nel 2017, 40 miliardi di dollari e ne annuncia altri 100.

belt and road nuova via della seta triesteBelt and Road, la nuova via della seta con al centro TriesteMa non sono solo affari, anche se gli affari ci sono eccome, ma  principalmente in una direzione: dalla Cina. Con le sue merci e soprattutto la sua manodopera offerte al resto del mondo, con briciole viceversa. Già paesi africani e asiatici che hanno aderito a OBOR ed hanno un debito crescente che non sanno controllare; anche perchè firmano progetti infrastrutturali molto poco trasparenti, se non inutili per loro, se non fatiscenti prima che se ne concluda la costruzione - vedi Grecia, vedi Trieste, vedi Genova.

 

Gli sbocchi designati, in Italia, della nuova Via della Seta

Veniamo a conoscenza che sono i porti di Genova e Trieste. Ed è un progetto abbagliante, da 140 miliardi di dollari, capace di rivoluzionare le rotte commerciali di Asia, Europa e Africa, nel quale il Nord Italia è totalmente coinvolto. Già dalla memoria scolastica riappaiono le repubblice marinare ... e piccoli uomini si apprestano alla guerra moderna, da manager appunto.

 

Gli sbocchi dimenticati, in Italia, della nuova Via della Seta

È escluso tutto il Sud e anche il  porto di Gioia Tauro che non è presente tra le destinazioni commerciali e gli investimenti pubblici della Cina. Tutta l’Italia del Sud è tagliata fuori dal più grande investimento infrastrutturale e strategico del globo. Per ospitare le maxi navi porta container si preferisce costruire a Trieste un nuovo porto commerciale: i cinesi sono pronti ad investire cifre considerevoli, si parla di circa 2 miliardi di Euro. 

 

Sinapsi

Ora è risaputo che in Italia abbiamo un governo il governo gialloverde e che sulla questione si trova ancora una volta spaccato. O meglio si trova a doversi occupare - impreparato - di politiche, da applicare al sistema Italia e al sistema Europa.

Se  l'europa ed il G7 ci chiedono di non entrare nel business della Via della Seta, non è per invidia o per boicottare i nostri affari, ma per ricordare che per avere sani e importanti rapporti economici con la Cina, non serve entrare nello schema ideato dal suo regime, ma è più importante avere un’economia dinamica, capace di attrarre investimenti.

Non poco diverso dal nebuloso Luigi Di Maio che si limita al pensiero che è un’opportunità per riequilibrare la bilancia dell’import-export, attualmente sbilanciata a favore di Pechino.

Quando l'europa ed il G7  ci chiedono di non finire nelle mani di Xi è soprattutto per una questione di sicurezza: non tanto la sicurezza di oggi quanto quella del nostro futuro di paesi occidentali e democratici.

Le nostre alleanze non sono in discussione, dice il premier italiano, Conte, negli accordi OBOR non si parla di 5G. Già, ma domani?
E Matteo Salvini, uomo di buon senso, predica prudenza, paventando l’ipotesi di diventare una colonia cinese.

Nessuno dei tre, tuttavia, si preoccupa del Sud, come da sempre, (forse per sempre) e della sua gente abbandonata a se stessa.

Il Porto di Gioia Tauro

La Cina più che il governo italiano sa che il porto è il sorvegliato speciale degli Stati Uniti fin dal 2003. La sua posizione strategica nel mediterraneo e il volume di traffico ne sono le cause. Nel 2009 l'ambasciata Usa a Roma è molto esplicita, in un report riservato inviato a Washington. «Nell'anno fiscale 2008, si sono registrate 19.031 polizze di carico marittimo verso gli Stati Uniti dal porto di Napoli, ispezionate dagli ufficiali Csi e 40.466 dal porto di Gioia Tauro ... È il terzo porto di transshipment dell'Europa, con circa 3 milioni di container che ci passano ogni anno».

Anche se il governo americano in questo caso non si mostra proattivo, è all'indomani dell'11 settembre, che gli Stati Uniti si muovono e scatta l'operazione “Container Security Initiative (Csi).  È finalizzata a controllare i container navali che viaggiano verso gli Usa: gli americani vogliono avere la certezza che non sia possibile attaccare il paese attraverso un container dal mare, che contenga materiali e armi di distruzione di massa utilizzabili dai terroristi per un nuovo devastante attentato. In collaborazione con i paesi che aderiscono all'iniziativa, si attiva una forte sorveglianza sui container, affidata a personale specializzato americano in collaborazione con i funzionari delle dogane locali. 

È sia un lavoro tecnico che di intelligence, che si avvale di informazioni riservate, strumenti e tecnologie speciali per identificare, ispezionare ed esaminare con scanner particolari i container, alla ricerca di qualsiasi tecnologia o materiale utilizzabile per costruire armi di distruzione di massa (chimiche, biologiche e nucleari) per un attentato contro gli Stati Uniti. 

Gioia Tauro, Napoli, Livorno, Genova e La Spezia sono i porti italiani coinvolti. Nell'Unione Europea (quella che ancora comprende l'Inghilterra) solo Italia e Inghilterra, hanno 5 porti inseriti nell'operazione Csi, della sessantina di porti distribuiti nel mondo.

L'interesse degli Usa di avere Gioia Tauro nella lista Csi è altissimo: sono preoccupati per la massiccia presenza della mafia che detta legge. Mandano sul posto il console di Napoli, parlano con istituzioni, prefetti, magistrati e organizzazioni, per avere una mappa accurata di quello che accade in Calabria.  Il console (nel 2008) crede, e lo riporta in un cablo «Avendo visto gli stretti controlli di sicurezza al porto di Gioia Tauro,... si può dire che il traffico di droga possa essere fatto solo con l'assistenza e la complicità di personale corrotto. ... il porto è anche usato nel traffico illegale di armi», «La logica ci porterebbe a concludere che la 'ndrangheta non potrebbe spostare droga e armi senza il consenso delle dogane e della guardia di finanza».

Già nell'anno sucessivo (2009) sono i loro uomini sul campo a confermare cosa succede nel porto: «Il capo del team Csi a Gioia Tauro conferma che è un dato di fatto che il porto sia gestito dalla mafia, ... e che le minacce della mafia siano nell'aria è evidente anche dal fatto che gli agenti della dogana a volte sono riluttanti a prendersi la responsabilità di bloccare una spedizione di merce per consentire un'ispezione del Csi e preferiscono piuttosto che sia la guardia di finanza, che è una forza armata, a essere associata al blocco, “Ci sono occhi dappertutto”, ci ha detto il capo del team».

Per la diplomazia americana, la situazione del porto calabrese è chiara: «Un porto controllato dalla mafia e così facilmente usato come punto d'ingresso di droga e armi è soggetto a diventare porta d'ingresso per materiali ben più pericolosi». Così nel 2010 oltre all'operazione Csi, propongono anche la missione “Megaport” , per scannerizzare i container alla ricerca di materiale radioattivo, nucleare e di altri materiali particolarmente pericolosi utilizzabili per le armi di distruzione di massa . «Megaport è particolarmente necessario in Italia a causa del forte controllo che ha la criminalità organizzata sulle operazioni di certi porti italiani e della risultante mancanza di certezze dell'affidabilità delle ispezioni dei cargo», scrivono a Washington nel gennaio 2010.

Sono due i porti italiani che gli Usa vogliono subito inserire nel programma Megaport: Genova e Gioia Tauro. È da quest'ultimo porto da dove transiteranno, ad esempio, le armi chimiche siriane. Proprio dove viene lamentata, dai diplomatici americani, mancanza di certezze nelle ispezioni dei cargo.


Bibliografia online: WikiLeaks, Ansa, Espresso

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Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso. Assecondami.

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