In Italia il Covid-19 mette a rischio il diritto all'aborto

Nell'emergenza del Coronavirus, ma anche dopo la pandemia, "togliere l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza) dagli ospedali per limitare il rischio di contagio e tutelare la salute delle donne, allungare a 9 settimane invece delle 7 attuali il limite per la somministrazione dei farmaci abortivi (mifepristone e misopristolo), e dare la possibilità di fare tutta o parte della procedura a casa propria, procedendo da remoto come in Francia e Gran Bretagna". Queste le richieste delle tante associazioni a difesa delle donna. Finora non è successo nulla.

di Valeria Mirabella

aborto 1200 1050x551L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha generato un’onda d’urto che ha investito tutte le sfere della società causando conseguenze economico-sociali la cui portata non è ancora del tutto chiara ma le cui conseguenze sono già evidenti.

In particolare, la pandemia ha fatto emergere con prepotenza quanto la questione delle differenze di genere sia attuale nel nostro Paese.  Il tema della violenza, perpetrata nelle sue molteplici forme, e dunque non solo fisica, contro le donne e verso tutto ciò che il femminile rappresenta è quanto mai una priorità sociale.

A fronte di svariate tipologie di crimine che vedono diminuire le percentuali relative (non fosse altro che per mancata opportunità logistica!) gli omicidi di donne durante il periodo di lock-down non sono affatto diminuiti. Il lock-down ha anzi significato per molte donne rimanere a casa “con il nemico” alla mercé della violenza domestica perpetrata da mariti, conviventi, fidanzati, padri. Ma non c’è spazio e tempo, nell’emergenza, perché le donne possano denunciare ed essere protette. La violenza domestica è già di per sé una pandemia, sia essa fisica, sessuale o psicologica.

L’organizzazione mondiale della Sanità (World Health Organization) informa che una donna su tre, nel mondo, subisce un qualche tipo di abuso nel corso della sua vita, e che tale violazione dei diritti ha in genere una forte impennata nei periodi di emergenza e crisi. Non dimentichiamo come la violenza e l’abuso sul corpo delle donne vengono perseguiti sistematicamente in tempo di guerra come arma vera e propria per il conseguimento di obiettivi militari e politici. É necessario dunque rimanere all’erta perché c’è anche chi, in tempi come questi, sfrutta la pandemia per portare avanti delle cause politiche che non sono troppo amiche delle donne. E’ il caso delle lotte antiabortiste.

Succede in USA, dove si rischia di vedere minato il diritto all’aborto. Accade infatti che 6 tra gli Stati più conservatori – Indiana, Iowa, Mississippi, Ohio, Oklahoma and Texas – abbiano classificato l’aborto tra i servizi non-essenziali, tranne in casi molto specifici, con la conseguenza di rendere spesso precluso l’accesso all’aborto durante la pandemia. I giudici federali hanno fermato il ban nella maggior parte degli Stati, ma rimane il fatto che una corte di appello ha decretato che il Texas aveva diritto a re-instaurare il blocco.

Succede in Italia, dove l’associazione Provita e Famiglia ha lanciato la campagnaDurante la pandemia l’aborto non è un servizio essenziale. Firma anche tu!” cavalcando l’onda della pandemia per tentare di sferrare l’attacco alla legge 194 del 22 maggio del 1978 che sancisce il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.

Sin dall’inizio della pandemia è giunto l’allarme sulla difficoltà di accedere ad un diritto essenziale come quello dell’aborto.
Più voci, forse poco ascoltate, si sono levate a denunciare il fatto che l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, nei tempi garantiti dalla legge, fosse a rischio.

Nell’inaccessibilità delle sale operatorie che ha sancito la difficoltà di effettuare le operazioni programmate di ogni genere, inclusa l’interruzione di gravidanza chirurgica, anche l’aborto farmacologico, che prevede tre giorni di ricovero, è diventato poco accessibile.

Sul tema, in realtà, si dibatteva già da tempo dato che da più parti si chiede da tempo l’eliminazione dei tre giorni di ricovero e la sostituzione con un follow-up casalingo. Al momento, le regioni che consentono l’aborto farmacologico in day-hospital sono soltanto tre: Emilia-Romagna, Lazio e Toscana. Per questa ragione, è in atto un movimento che chiede l’eliminazione dei tre giorni di ricovero e l’allargamento della finestra temporale in cui è possibile ricorrere all’interruzione farmacologica.

Infatti, in Italia la finestra temporale va di 7 settimane, mentre in molti altri stati europei è di 9 (persino in alcuni stati negli USA, ad esempio, nonostante le diverse anime e le posizioni fortemente anti-abortiste di alcuni altri Stati, il limite è di 10 settimane). Chiaramente questa lotta, in tempo di Covid-19, mira a rendere accessibile la pratica ed evitare il rischio che le donne si trovino costrette a ricorrere all’aborto clandestino buttando così al vento anni di lotta per garantire un diritto che fondamentalmente attiene alla tutela della salute.

L’ associazione Luca Coscioni ha denunciato che, alcuni ospedali stanno riducendo, altri sospendendo, gli accessi alle pratiche per l’interruzione volontaria della gravidanza, senza peraltro fornire chiare informazioni a riguardo e con grosse differenze da regione a regione.

Si tratta dunque senza ombra di dubbio di un emergenza nell’emergenza che, come accennato, si inserisce nel più ampio dibattito preesistente alla pandemia, sull’obiezione di coscienza, sulla gratuità della contraccezione, sulle modifiche all’attuazione del metodo farmacologico di interruzione della gravidanza.

mirabella valeriaValeria Mirabella è nata a Catania nel 1976, geografa e linguista, attualmente vive a Trieste dove lavora presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati e collabora con il Triestebookfestival. Ha insegnato geografia di Cuba presso l’Università degli studi di Catania e si è occupata a lungo di migrazioni.  

 

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