Che rottura di digitali! Pesa tutta (o quasi) sui lavoratori

L’unica nazione occidentale che esporta laureati di alto livello tecnico a basso costo è l’Italia, questo rende evidente che è talmente tecnologicamente avanzata, sviluppata, economicamente florida e in crescita da non avere bisogno di personale specializzato.

 Questo mentre in Germania voci qualificate affermano che « ... per rimanere competitivo il mercato del lavoro tedesco ha bisogno di almeno 260.000 nuovi migranti all’anno, la metà dei quali dovrà provenire da Paesi extraeuropei. » La cassa di risonanza di questo pensiero, che per altro stuzzica da sempre il pensiero di Angela Merkel, è stato recentemente il sito della Fondazione Bertelsmann che presenta in un articolo uno studio congiunto del sociologo Johann Fuchs e dell’economista Alexander Kubis, apparso nel volume “Immigration und Arbeitsmarkt” del 2017.

 La tesi dei due studiosi parte da una constatazione semplice

Il calo demografico tedesco porterà a una diminuzione complessiva della forza lavoro di circa 20milioni di unità entro il 2060.
 
Meno forza lavoro significa meno output produttivo, meno Pil e quindi meno benessere.
Il deficit potrà essere compensato solo in minima parte dall’entrata nel mercato del lavoro di tutte le donne, dal reinserimento dei disoccupati di lungo corso o dall’allungamento dell’età pensionabile. 
 
Il buco dovrà quindi essere colmato da fuori, pena il declino dell’economia tedesca e l’impossibilità di sostenere il sistema pensionistico. Inoltre, dal momento che l’immigrazione dai Paesi dell’Est o da quelli dell’Europa meridionale tenderà a diminuire, e questo per due motivi: anche quei Paesi saranno toccati dal calo demografico e quindi esporteranno meno lavoratori; le condizioni economiche locali non sono più molto diverse da quelle offerte dal mercato tedesco. Il deficit dovrà essere saldato con migrazioni da Paesi non europei.
 
Di conseguenza la Germania dovrà munirsi di una nuova legge per l’immigrazione/integrazione in grado di regolare ed assorbire questo flusso nei decenni a venire.
 
Ma c'è dell'altro
Naturalmente ci piace pensare che siano argomentazioni sensate e provate. All'interno di una più ampia e condivisa attenzione ed intenzione. Eppure altri studi mostrano scenari più complessi e in certi casi "catastrofici" e con tempi stretti, strettissimi. 

È questo il caso di McKinsey & Company che offre una più complessa visione nel saggio a più mani "Jobs lost, jobs gained: What the future of work will mean for jobs, skills, and wages" ( James ManyikaSusan LundMichael ChuiJacques BughinJonathan WoetzelParul BatraRyan KoSaurabh Sanghvi.

Nei prossimi 10-20 anni, robot dotati di intelligenza artificiale e software capaci di auto apprendere potrebbero distruggere il 30 per cento del lavoro umano a livello planetario. A seconda di come si impostano gli scenari di previsione, entro il 2030, (nr: tra 10 anni) l’automatizzazione smantellerà tra i 400 e gli 800milioni di posti di lavoro a livello mondiale, obbligando altri 75 milioni di lavoratori a cambiare radicalmente occupazione

« I lavori costituiti da attività lavorative di routine e compiti prevedibili e programmabili saranno particolarmente vulnerabili alla sostituzione con AI (Intelligenza artificiale). A causa del calcolo costi-benefici, i lavoratori con competenze intermedie potranno sostenere il peso iniziale, mentre le posizioni con retribuzioni inferiori possono sopravvivere più a lungo.
Questo non significa che oggi i lavori ad alta competenza saranno completamente protetti dalle perturbazioni. Molte delle attività svolte da professionisti con conoscenze ed esperienze specializzate, come i medici, possono essere soggette ad automazione; questi lavori potrebbero cambiare per concentrarsi maggiormente sulle interazioni personali. Molti lavori non scompariranno, ma il loro mix di attività cambierà e i sistemi di istruzione e formazione dovranno rispondere ».
 
Eppure stranamente una lettura attenta ci fa scorgere una forte identità nei due pensieri ed è l'origine economica dell'analisi.
Ma si è aperta una nuova guerra: gli economisti contro i tecnologi. È un peccato che viviamo in un'era di sconvolgimento che non è solo difficile da capire, ma difficile da vedere nei suoi impatti ed effetti. Sembra che non accada nulla, fino a quando la casa non cade.

Gli economisti semplicemente non capiscono che i robot SOSTITUISCONO, che il software SOSTITUISCE, che l'automazione SOSTITUISCE non RIMUOVE.

 
I tecnologi affrontano ogni giorno la rottura digitale. Gli economisti usano solo i risultati delle loro azioni.
Per prima cosa dobbiamo capire perché sta accadendo. I tecnologi lo capiscono. Gli economisti no.

digitale Photo by Srivatsa Sreenivasarao

Per finire chi ascoltano i politici? Il gruppo sbagliato, viviamo in uno strano momento in cui i governi non ascoltano scienziati e tecnologi.

Laura Menti


 

 

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