Il valoroso e dotto generale Perovskij tradito da Salvia Rosmarinus

In un articolo del 2017 dei ricercatori tedeschi affermano tranquillamente "E' ora di dividere Salvia" e propongono di suddividerlo in sei generi, due dei quali sono Perovskia e Rosmarinus. Negli anni in cui i tassonomisti così dibattevano, complice il riscaldamento globale, almeno una specie di Perovskia, appunto la P. atriplicifolia, diventava una star dei giardini di fine estate.

di Paolo Molina

È un grande arbusto eretto (anche se, senza sostegni, tende ad afflosciarsi) con fusti e foglie quasi argentei che tra fine estate e inizio autunno si ricopre letteralmente di spighe di fiori azzurri, richiamo irresistibile per api e farfalle. Estremamente rustica, resistente alla siccità, di abitudini parche, è a suo agio nelle aiuole assolate anche con suolo povero, forse perchè arriva dalle steppe e dagli altopiani dell'Afganistan, del Pakistan e dell'Himalaya occidentale, anche se è per lo più nota come "salvia russa".

Ma la Perovskia origina il suo nome da una lunga storia di oltre 200 anni.
A fare da sfondo alla nostra storia è un braccio di ferro diplomatico, fatto di mosse e contromosse, una guerra di spie che per quasi un secolo contrappose l'orso russo e il leone britannico.
È il Grande gioco, che ragazzini abbiamo imparato a conoscere dalle pagine del romanzo di Kiplig Kim.
Tra le prime pedine di quel gioco, a muoversi sulla scacchiera del torneo delle ombre, come lo chiamarono i russi, sono due agenti britannici e un generale russo spericolato, ovvero il nostro protagonista, Vassilij Perovskij.
Come protettore delle scienze (ma gli scienziati che lavoravano per lui erano anche, a tutti gli effetti, addestratissime spie), si è guadagnato il genere Perovskia, che dopo un giallo durato dieci anni torna a recuperare il suo nome, mentre non ha mai spesso di donarci le sue azzurrissime fioriture.
 
Il generale Perovskij e il "Grande gioco"
 
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Inizia il Grande gioco
A partire dagli anni '20 dell'Ottocento, e poi per tutto il secolo,  Gran Bretagna e Impero russo furono divisi da una sorda rivalità per l'egemonia sul Medio Oriente e l'Asia centrale.
Combattuta, più che sul piano miliare, su quello diplomatico, con un ruolo importantissimo dello spionaggio, fu come una sottile partita a scacchi, fatta di mosse e contromosse: gli inglesi la chiamarono the Great Game, il "Grande gioco", i russi Turniry tenej, il "Torneo delle ombre". 

Uno dei primi atti di quella partita fantasmatica fu la crisi di Khiva. Situato nell'attuale Uzbekistan, Khiva, insieme a Bukhara, Kazakh e Kokand, era uno dei khanati indipendenti dell'Asia centrale.

La Russia aspirava ad annetterli al proprio impero, la Gran Bretagna voleva a tutti i costi preservarne l'indipendenza, convinta che la conquista di quei territori avrebbe fornito allo zar una testa di ponte verso l'Afghanistan, da dove avrebbe potuto minacciare direttamente gli interessi inglesi in India.

Posto in posizione strategica tra mar Caspio, mare d'Aral e bacino dell'Amu Daria, il khanato di Khiva sollecitava la cupidigia russa per ragioni geopolitiche, ma anche economiche: vi veniva prodotto un cotone di ottima qualità, reso tuttavia costoso dal lungo viaggio attraverso le steppe kazake. Inoltre i russi mal tolleravano l'aggressività del khanato, che si rivolgeva sia contro gli altri staterelli dell'area, sia contro la Russia, con la devastazione dei villaggi di frontiera e la cattura di un numero crescente di russi, poi venduti come schiavi.


La questione degli schiavi russi offriva allo zar il migliore dei casus belli.

Se ne rese perfettamente conto il Foreign Office, che mise in moto il Grande gioco per cercare di eliminare un pretesto tanto perfetto.
Su ordine dell'agente britannico in Afghanistan, la vigilia di Natale del 1839, il capitano James Abbott, travestito da afgano, lasciava Herat per raggiungere Khiva, dove giunse alla fine del gennaio 1840.
Nonostante i sospetti sulla sua identità, riuscì ad ottenere un'udienza dal khan Quli Bahadur e a convincerlo ad affidargli una lettera per lo zar sulla questione degli schiavi.
Tuttavia, mentre tentava di raggiungere Fort Aleksandrovsk in Russia, egli fu tradito dalla guida, derubato, sequestrato, e rilasciato mesi dopo, quando i banditi ebbero capito con chi avevano a che fare.
 
Nel frattempo, non avendo sue notizie, i suoi superiori avevano inviato a Khiva un secondo agente, il luogotenente Richmond Shakespear, che, molto più abile o fortunato di Abbott, riuscì a convincere il khan a liberare tutti i cittadini russi sotto il suo controllo e a introdurre la pena di morte per chi continuasse a possedere schiavi russi.
Il 15 agosto 1840 Shakespear raggiunse Fort Aleksandrovsk in compagnia di un contingente di russi liberati dalla schiavitù.

Il pretesto era stato eliminato, ma troppo tardi: la mossa britannica era stata anticipata da quella russa.
Infatti, come Londra sospettava, a San Pietroburgo era già stata scelta l'opzione militare.
Fin dal marzo 1839, lo zar aveva ordinato un attacco a Khiva, con l'obiettivo non di annettere il khanato, ma di deporre il khan ostile per sostituirlo con un fantoccio manovrato dalla Russia.
A giugno, due reggimenti furono inviati sul fiume Emba, dove venne anche costruito in forte che avrebbe costituito una testa di ponte per il grosso della spedizione; quest'ultima sarebbe partita da Orenburg, situata circa 1500 km a nord di Khiva, per raggiungere la quale era necessaria una lunga marcia attraversando le steppe kazake.
Scartata la torrida estate, si decise di far muovere le truppe d'inverno, una stagione solitamente non troppo inclemente in quella regione, che offriva il vantaggio di porre meno problemi di approvvigionamento dell'acqua. Quanto al cibo e al foraggio, i russi avrebbero dovuto portarli con sé in ogni caso.
La spedizione partì infine da Orenburg il 16 novembre 1839; comprendeva 3000 effettivi, 2000 ausiliari, 10000 cammelli, 2000 cavalli e migliaia di carri con le vettovaglie, cui vanno aggiunti un numero imprecisato di cammellieri e carrettieri reclutati più o meno a forza tra la popolazione locale.
A comandarla, il protagonista della nostra storia, il generale Vasilij Aleksejevič Perovskij.
Va detto subito che l'impresa si rivelò un disastro: l'inverno giunse prima del previsto e fu caratterizzato da nevicate e freddo eccezionali.
I soldati russi, proprio come era successo a Napoleone nella campagna di Russia qualche anno prima, dovettero fare i conti con il generale inverno. A decimarli non furono le truppe nemiche (non ci fu nemmeno una battaglia), ma la neve, la fame, il freddo, lo scorbuto.
All'inizio di febbraio (negli stessi giorni in cui Abbott cercava faticosamente di convincere il khan), Perovskij dava l'ordine di rientrare.

A maggio quanto rimaneva del suo distaccamento faceva ritorno a Orenburg, dopo aver perso almeno 1000 uomini e quasi tutti i cammelli. Fu così che nella partita del Grande gioco il primo tempo se lo aggiudicò la Gran Bretagna.

Per annettersi Khiva, la Russia dovette attendere fino al 1873. 

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Un generale spericolato
Ma concentriamoci sul nostro protagonista, il generale Perovskij. La sua vita sembra uscita da un romanzo, di quelli che scriveva suo nipote Aleksej Tolstoj, per non parlare del più illustre cugino di questi, Lev Tolstoj.

Era uno degli undici figli nati dalla relazione extraconiugale tra il conte Aleksej Razumovskij, ministro dell'Educazione nazionale, e Maria Sobolevsakaja, una donna colta con fama di filosofa. Non potendo trasmettere loro il proprio cognome, il padre li aveva chiamati Perovskij, nome tratto da una delle tenute di famiglia, Perovo.

Ammessi alla nobiltà dagli zar che successivamente servirono, alcuni dei fratelli Perovskij furono personaggi di primo piano della vita russa: Lev fu ministro dell'interno, Aleksei un notevole scrittore (con lo pseudonimo Anton Pogorelskij); una delle sorelle, Anna, sposò il conte Konstantin Tolstoj, da cui ebbe il famoso scrittore Aleksej Tolstoj.
Come i fratelli, anche il nostro Vasilij ebbe un'ottima istruzione; iniziò la carriera militare a sedici anni con il grado di capocolonna.

Era un giovane ufficiale dalle abitudini eccentriche, come quella di non separarsi mai dalla sua pistola;  spesso infilava un dito nella canna e camminava con la pistola carica appesa al dito; una volta accidentalmente partì un colpo, strappandogli una falange. Da quel momento, Perovskij prese a indossare un ditale d'oro, da cui pendeva un occhialino.

Nel 1812 (all'epoca aveva solo 17 anni) venne fatto prigioniero dei francesi nel corso della battaglia di Borodino; le sue vicissitudini avrebbero ispirato le avventure di Pierre Bezuchov in Guerra e pace. Liberato, riprese la carriera militare; inizialmente fu attratto dai decabristi, ma poi si legò sempre più all'imperatore Nicola I, che lo nominò aiutante di campo.

Il 14 dicembre 1825, in piazza del Senato, mentre difendeva l'imperatore dalla folla inferocita, fu colpito alla schiena da un tronco.
Nominato maggiore generale, poi aiutante generale, si distinse nella guerra russo-turca del 1828-29; si racconta che quando una bomba cadde di fronte a lui e a un gruppo di ufficiali, disse semplicemente "Appoggiati", e, appoggiatosi alla montagna, attese con calma lo scoppio, senza fare troppo caso alle schegge che piovevano da ogni parte. In quella guerra fu ferito gravemente e dovette rinunciare al servizio attivo, anche se continuò a servire lo zar come direttore della cancelleria del quartier generale della marina.

Nel 1833, con il grado di tenente generale, fu nominato governatore militare di Orenburg, una posizione chiave, come già si sarà capito, per la penetrazione russa in Asia centrale.
Oltre a capeggiare la sfortunata spedizione a Khiva, represse con il pugno di ferro le rivolte dei Baschiri e promosse l'esplorazione del territorio, guadagnandosi anche la fama di protettore della scienza.
Intendiamoci: Perovskij era sicuramente un uomo colto, ma per lui, come per il sovrano che serviva, le spedizioni scientifiche erano un tassello del controllo economico e militare di un'area ancora ben poco conosciuta e malamente documentata dalle carte, nonché una premessa indispensabile per ogni ulteriore espansione.
 
Tra gli studiosi protetti di Perovskij, il più noto è senza dubbio l'etnologo e lessicografo Vladimir
Vladimir (1801-1872), che in precedenza era stato militare e arrivò a Orenburg come funzionario del Ministero degli Interni con "incarichi speciali".
Negli otto anni (1833-1841) in cui collaborò con Perovskij, visitò in lungo e in largo la regione, raccogliendo testimonianze linguistiche, materiali folclorici e ampie collezioni di animali e piante. Le sue erano spedizioni geografiche e scientifiche, ma anche missioni più o meno spionistiche in un territorio spesso ostile dove la presenza militare diretta non era consigliabile.
 
Non a caso, Perovskij lo volle con sé nella spedizione di Khiva; il suo compito principale avrebbe dovuto essere mappare un territorio per il quale esistevano solo carte molto imprecise, verificando se c'era un collegamento tra il mar Caspio e il mare d'Aral e se era possibile individuare o anche realizzare vie d'acqua navigabili, attraverso le quali il cotone uzbeko potesse raggiungere la Russia in modo più rapido ed economico. Il disastro dell'operazione militare lasciò questi obiettivi allo stadio di progetti.
Quanto a Perovskij, dopo il fallimento della spedizione a Khiva, fu momentaneamente richiamato, ma rimase nelle grazie dello zar, tanto da diventare membro del Consiglio di Stato. L'insuccesso non aveva comunque messo fine alle ambizioni russe, che tentarono una strategia diversa.

A partire dal 1847, vennero costruite due piazzeforti sul lago d'Aral, a Raymsk e Kazalinsk, provocando le reazioni dei canati di Khiva e Kokand. In questo nuovo quadro, l'esperienza di Perovskij tornava utile; fu così che nel 1851 ritornò a Orenburg, nelle vesti di governatore generale delle province di Orenburg e Samara.

Durante il suo secondo mandato iniziò l'esplorazione del bacino del Syr e del lago di Aral, per mezzo di imbarcazioni costruite a Orenburg o giunte dall'estero, smontate e trasportate pezzo per pezzo fino all'Aral a dorso di cammello. Nel 1853 si prese la soddisfazione di prendere la fortezza di Ak-Mecet, ribattezzata in suo onore Perovsk; riuscì poi a negoziare un trattato favorevole con il suo vecchio nemico, il khan di Khiva. Poco dopo si ritirò per ragioni di salute.

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Il giallo del genere Perovskia
L'intreccio tra esplorazione geografica, spedizioni scientifiche, spionaggio ed espansione militare è ben visibile anche nella biografia di un altro protetto di Perovskij, il naturalista Grigorij Karelin, che visitò il governatorato di Orenburg più volte e fu ospite del generale durante il suo primo mandato.

Precedentemente aveva partecipato all'esplorazione del bacino del Caspio, con un ruolo a metà tra il geografo-naturalista e la spia; del resto in origine egli era un  funzionario del Dipartimento asiatico del Ministero degli esteri. Insomma un'altra pedina del Grande gioco, un collega dei britannici Abbott e Shakespear.
 
Si deve proprio a Karelin se Perovskij è entrato nell'olimpo dei dedicatari di un genere botanico.
Fu lui nel 1841 a intitolargli Perovskia, con la seguente motivazione: "Ho dedicato questo genere in onore di V.A. Perovskij, uomo molto illustre, fautore delle scienze, governatore militare della provincia di Orenburg".
 

Il genere Perovskia, della famiglia Lamiaceae, comprende nove specie (più un ibrido) di suffrutici a foglia caduca originari di zone aride e rocciose dell'Asia centrale, con qualche propaggine in Iran e nell'Himalaya occidentale (ovvero, molto opportunamente, il territorio dove si giocarono le principali partite del Grande gioco). Per i botanici però è stato anche il protagonista di un'altra più incruenta partita, che ha rischiato di cancellarlo dalla tassonomia (o per lo meno, di ridurlo al rango di sinonimo).

Più recentemente la storia si aggroviglia

Nel 2004 un'équipe di studiosi statunitensi e messicani pubblicò uno studio che destò grande scalpore: poiché tutte le evidenze dimostravano che l'importatissimo genere Salvia era polifiletico (dunque artificiale), per risolvere il problema proposero di allargarne i confini, includendo cinque piccoli generi minori che vi risultavano annidati, due dei quali molto importanti per giardinieri e coltivatori: appunto Perovskia Rosmarinus.

In forza di questa proposta, che fu largamente accettata, Perovskia atriplicifolia diventava  Salvia jangii e (ahi dolore!) Rosmarinus officinalis si trasformava in Salvia rosmarinus.
 
Anche se questa è ancora la situazione registrata in molte fonti, incluso Plants of the World on line, il quadro da allora è ulteriormente cambiato.
Nel 2012 tre ricercatrici dell'Università di Mainz pubblicarono un articolo in cui sostenevano che la proposta di un grande genere Salvia andava rigettata; semplificando e sintetizzando, facevano notare che se Perovskia Rosmarinus erano davvero annidate nel gruppo (clade) di Salvia cui erano stati assegnati, avrebbero dovuto essere più recenti delle altre specie dello stesso gruppo, mentre risultava vero il contrario.
Sarebbe stato più opportuno, concludevano, ripristinare i generi satelliti e dividere ulteriormente Salvia.

Le ricerche sono continuate e hanno confermato questa linea; in un articolo del 2017 altri ricercatori tedeschi affermano tranquillamente "E' ora di dividere Salvia" e propongono di suddividerlo in sei generi, due dei quali sono appunto Perovskia Rosmarinus.

Negli anni in cui i tassonomisti così dibattevano, complice il riscaldamento globale, almeno una specie di Perovskia, appunto P. atriplicifolia, diventava una star dei giardini di fine estate.

Appunto la "salvia russa".

Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso. Assecondami.

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