Andy e i suoi amici

 A scuola ti insegnano che la genialità - di Andy Warhol è quella di trasformare la cultura di massa in arte. La cultura di massa è popolare. Sono cose che tutti conoscono: la lattina di conserva, il volto di Marilyn ripetuto su tutte le riviste, John Wayne che spara vestito da cowboy, la sedia elettrica.

"L'immaginario collettivo": un archivio visibile in tutte le età in cui si parla di cultura.

Warhol e il circolo di artisti della Factory. Warhol notò questa ripetitività delle immagini e, per certi versi, fece prima il lavoro del foto-editore e poi quello dell'artista: ne selezionò alcune ben rappresentassero un personaggio, il suo spirito e l'idea che ne aveva il pubblico / popolo e le rielaborò utilizzando diverse tecniche. In questo senso la sua fu culturale: ed elaborata all'interno di una specifica cultura, consistette nel selezionare degli archetipi e nel rielaborarli. Non creava dal nulla - ma rendeva artistico ciò che non lo era per definizione.

L' arte ha questa caratteristica: concentra in un unico punto moltissimi significati. Se è buona arte ha diversi livelli di lettura e diverse persone. Nel caso specifico, il pubblico della Pop Art è il più ampio che un artista può sperare di avere: tutti la possibilità di riconoscere, anche se magari non capiscono. Riconoscono insomma i soggetti: le labbra di Marylin o il volto di Mao.

Warhol fece toccare artistica: elevare l'immagine popolare al livello di opera d'arte.

In osservanza della sua stessa origine (la ripetibilità popolare popolare) anche la Pop Art è raccontata da opere in copie copie, come le immagini da cui origina appunto. Non tutta, intendiamoci: ci sono moltissimi pezzi unici (Basquiat, David Salle, Julian Schnabel) ma ci sono altri che sono proprio il confine che separa la ripetibilità industriale Jeff Koons o Keith Haring.

andy8C'è insomma un gioco molto divertito dell'artista che rielabora cioè che non ha un valore intrinseco come le immagini - oggi diffuse ancora più massicciamente che ai tempi di Warhol - rendendolo arte.

Ma c'è anche un altro passaggio concettuale che identifica un'opera come opera d'arte: l'essere isolata su una parete bianca. Non saprei definirlo diversamente. L'esperienza dell'arte contemporanea - anche se ormai Warhol è moderno - esistono l'isolamento che aiuta la contemplazione. La parete del museo della galleria non è solo un supporto ma è parte dell'opera: è un'armatura che rappresenta lo spazio e il respiro di ogni cosa.

 Nell'esposizione di Palazzo Albergati manca tutto questo, prima dalla prima sala con le pareti sono rivestite da una carta da parati con mattoni a rilievo, per giunta colorati di argento. Immagino si tratti di un'evocazione della Factory warholiana e del suo aspetto industriale. Ma a che pro sono le pareti ci sono montati quadri uno è lungo fino a disturbarsi a vicenda? Le altre sale sono piccole e alte affollate: due opere gigantesche di Schnabel sono sistemate in una sala grande come un soggiorno di medie dimensioni e immagini quasi curvarsi per starci dentro. Quelli sono gli spazi che curatori hanno una disposizione, non ne dubito, ma quelle opere non ci tengono dentro. Non respiravano. Ci saremmo stati dichiarati come una parete a testa, in modo da non avere niente attorno. E invece.

L' ultima cosa che guardavo guardando le opere non c'entrava con l'esposizione stessa, più in generale, con la Pop Art: pensavo al problema della qualità di quelle opere.

 La questione potrebbe articolare in due modi: una qualità intrinseca e una estrinseca. Nel primo caso ne parlo in termini di qualità pittorica o artistica, nel secondo caso invece la sua ripetibilità e quindi il suo valore percepito. Mentre guardavo Marilyn pensavo a quante Marilyn ci sono in giro. Il trattamento dell'immagine - il suo valore artistico - è innegabile ed è condensato nel tratto warholiano. Quando vediamo una Marilyn fatta secondo quell'estetica pensiamo subito a Warhol. Ma quando si trova di fronte a un originale della Marilyn si ha la strana sensazione di essere di fronte a "uno dei tanti originali", non è un pezzo unico.

Non conosco così bene. Magari le ha eseguito lui e di copie di originali se ne fanno soldi e se ne accetta appunto il valore inferiore all'originale. Nel caso della Pop Art - o forse dovrei dire "L'illusione della Pop Art" - è che ogni opera che è un caso.

andy40Bisogna forse accettare il rapporto che si instaura tra artista e osservatore della sua opera ha subito una mutazione in epoca moderna: molte opere d'arte moderne e contemporanee infatti sono state eseguite dal loro autore. Sono un po 'come i prodotti Apple: sono "progettati" nella mente del loro creatore ma sono eseguiti altrove, da altre persone che non hanno legami con l'ideatore stesso. Spesso - non sempre - l'opera d'arte contemporanea tradisce il legame tra l'artista e chi osserva la sua opera. La definisco "l'aura" dell'opera è una sua peculiarità spaziale e temporale: un'opera non si esaurisce in sé stessa ma genera un campo temporale e spaziale che fa pensare all'osservatore che davanti a una tela oa un tavolo 'altare medievale un giorno di secoli addietro c'è stato per giorni, mesi o anni il suo creatore. E questa presenza è percepibile. Flagellazione di Piero della Francesca a Urbino non pensai al solo quadro in sé ma mi si avvicina invece a un varco spazio temporale che mi ricongiungeva con Della Francesca: nella posizione in cui mi trovavo si trovò lui secoli addietro e la sua presenza era ancora percepibile. Il tempo trascorso comprende un punto che ho trascorsi diventavano una trascurabile quantità.

Questo rapporto magico non esiste nella Pop Art e in molta arte contemporanea, per il semplice fatto che in molti casi davanti a un'opera di quel genere non è stato il suo creatore.

Il fatto di superare i limiti dello spazio e il tempo non è trascurabile O forse ne ha una data: ha detto che il creatore può non essere più l'esecutore. Le due figure non visualizzate coincidono.

 Ritorno sulla questione con una domanda: l'opera Pop Art o, più in generale, l'arte contemporanea può essere una domanda sull'importanza del gesto Che il fulcro della questione è l'idea di ciò che l'opera è e non è venuto il suo creatore l'ho fatto, ammesso che l'avrei poi fatto materialmente?

andy2Guardi una Marilyn e ti chiede cosa hai di fronte: un originale? Una copia? Porsi questa domanda ha senso perché storicamente è sempre stato un patto fra artista e osservatore: l'opera d'arte era sia una presenza oggettiva di un'idea dell'artista ma era anche il parto fisico. Oggi molta arte non è una soluzione per se stessi che è trascurabile. Lo nasconde o lo considera un problema marginale e nemmeno un problema, in fondo. Eppure è un problema e storia è legato al paradosso di una forma di arte nata per elevare la cultura popolare e finita a essere governata dalle stesse leggi della produzione industriale. Che aura emana un'opera di Warhol? Che traccia del suo autore porta? Una buona ricerca fotografica può avere lo stesso carico simbolico ed evocativo?

È una questione già discussuta e risolta come non importante. Il concetto è sempre previsto, si dice. Del resto vi è una forma d'arte, come Sol LeWitt e le sue puntigliosissime istruzioni per dipingere i suoi Wall Drawings . Che non eseguiva lui stesso.

A Palazzo Albergati è orfano del proprio creatore o creatrice: come già detto, ci sono pezzi unici, tra cui il notevolissimo David Salle e la sua raffinata tecnica. Ma per molte altre opere non è mai stato così. Perché manca quell'aura e quel certo campo magnetico che l'arte originale sa emanare. Che sono poi anche una parte fondante del suo valore, percepito e reale.

 Forse si tratta di una cultura di massa, che è un vero e proprio peccato. Oltre alla perdita materiali del legame col proprio creatore. E 'l'originalità e la irriproducibilità resta il concetto. Che non è poco e non nega l'importanza della Pop Art, ma è una cosa diversa dal valore intrinseco di un'opera d'arte.

Fino al 24 Febbraio a Palazzo Albergati di Bologna: Warhol&Friends. New York negli anni ’80

Martino Pietropoli

I'm an architect and professor of History of Italian Design at SIE - Ca' Foscari - School for International Education in Venice, Italy and of Advanced Design at the School of Engineering and Architecture in Bologna. I founded L’Indice Totale, a magazine of reviews about everything and I Love Podcasts, a publication on the best podcasts around. I draw each and every day a cartoon or an illustration for The Fluxus. I also co-founded RunLovers, the most popular website and community on running in Italy.​ I take photos: you can find them available for free to everybody (aliens too). ​ I'm no award winner in whatsoever, sorry.

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