Vorrei essere libera di decidere se e quando morire

Mia madre morì dopo due mesi di atroci sofferenze, in seguito a un intervento e a un coma di tre giorni. Oggi io non metterei più la firma, autorizzando quell’intervento. Oggi io vorrei che mio figlio non autorizzasse nulla per me.

Rachel LevitVorrei essere libera di decidere se e quando morire. Avrei tanto voluto, allora, leggere il suo testamento biologico, e invece dovetti andare a memoria, ricordare le cose che ci eravamo dette, la sua interpretazione speciale del Giuramento di Ippocrate (lei, prima donna laureata della famiglia, una delle prime del suo paesino d’Aspromonte, prima donna medico della vallata del Gallico, prima donna medico condotto, con “indennità di cavalcatura”, per le contrade dimenticate di quel mondo a parte), il suo senso sacro della vita, ma di un sacro molto diverso da quello dei preti.
Cercavo un cenno da lei, e non ho potuto averlo: vedevo solo l’evidenza del dolore.
Oggi, leggendo le cronache dopo la decisione della Consulta, leggendo cosa dicono i vescovi, non riesco davvero a comprendere per quale motivo un signore con la sottana debba poter decidere per me - per mia madre, dentro di me icona della sofferenza ormai priva di parola, di volontà esprimibile - , e dirmi che non posso disporre della mia vita e dei miei giorni e della mia sofferenza (come non capirei mai perché un altro signore con la sottana e la barba lunga dovesse, eventualmente, decidere che devo indossare il velo per camminare per strada o che non posso studiare o guidare la macchina: non capisco perché il secondo vi sembra assurdo e inconcepibile, solo perché è islamico, e il primo no, solo perché è cattolico).
 

Le religioni stiano al loro posto: nei templi, dentro le coscienze. Non le vogliamo dentro i codici, dentro i tribunali, dentro i Parlamenti, dentro le scelte delle nostre vite.


Peraltro, risulta davvero vergognoso che ci sia pia gente che non dice una parola sui bambini migranti annegati, sulle violenze nei lager libici, sulle pie comunità che hanno fatto (letteralmente) le barricate per respingere donne incinte e bambini e ora insorge contro suicidio assistito ed eutanasia “in difesa della vita”.
La vita, dunque, si difende solo una per volta, ma purché bianca, europea, preferibilmente d’un feto o di una persona, come mia madre, oltre e fuori di sé, nel regno del dolore puro che nega persino l’umanità, l’esercizio della ragione, della parola. 

Io rivendico il mio diritto, fino a che ho parola e lume della ragione (quello - singolarmente - invocato dai vescovi, per secoli fieri avversatori dei “lumi” purchessia...), a decidere per me, per quello che credo sia la vita, per rispettare il mio senso della vita, per rispetto di quella cosa assoluta, magnifica, che è la base del logos, del pensiero, della parola: la scelta.

Anna Mallamo

Calabrese dell'Aspromonte, scrive e vive sullo Stretto di Messina. Dirige le pagine culturali del quotidiano Gazzetta del Sud e col nick manginobrioches firma un blog e le incursioni sui social. Ha tenuto per alcuni anni una rubrica sull'Unità e ha pubblicato il libro "Lezioni di tango" (Città del Sole, 2010)

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