Coronavirus, anche James Bond si tappa in casa

È tutto un pianto nel mondo del cinema. La produttrice Barbara Broccoli ha deciso di spostare l’attesissimo nuovo film di James Bond, No Time To Die, dalla data di uscita di aprile a novembre, nella speranza che il virus per quel periodo sia sotto controllo, Contrriamente alle aspettive sono in crisi anche Netflix e Amazon Prime, le piattaforme a pagamento per l'intrattenimento domestico. Curiosità, sono aumentati gli spettatori TV  nei paesi che sono stati colpiti dal coronavirus: la Corea del Sud ha visto un aumento del 17 per cento di pubblico e l'Italia secondo l’Auditel del 12 per cento in Lombardia, quale centro nazionale dell'epidemia. Un fenomeno che ci riguarda da vicino perché...

di Salvatore Trapani

babylonDai teatri di posa alla realtà, per Hollywood e per il cinema il Coronavirus è un disastro come nei tanti Blockbuster catastrofici sulla fine del mondo.
Che quest’anno gli incassi ai botteghini sarebbero stati inferiori, l’Industria lo sapeva e soprattutto era già in preventivo, perché nel 2020 l’offerta sarebbe stata minore.
Dopo che gli Studios, in particolare la Disney, hanno riempito i loro programmi del 2019 di conclusioni epiche per i grandi franchise che hanno attirato il loro gruppo di fedeli e fan occasionali per incassi record - Avengers: Endgame; Star Wars: The Rise of Skywalker; Toy Story 4; - i protagonisti del settore, varato il tutto per tutto e senza produzioni equivalenti, non potevano aspettarsi troppo.
Anche quando ci si fosse preparati a lanci record il dramma sarebbe stato assicurato, perché il pubblico col Coronavirus non può andare al cinema.
 
"Questo sarebbe stato l'anno peggiore nella storia del cinema prima che il Coronavirus facesse il suo debutto", afferma ironico Richard Greenfield, analista dei media nella LightShed Partners.
La company americana che si occupa – tra l’altro - di osservare l’andamento del mercato e le liquidità.
“Il botteghino globale ha avuto il suo primo contraccolpo quando il governo cinese ha chiuso il 23 gennaio scorso settantamila Cinema con una perdita per Hollywood di due miliardi di dollari, facendo crollare le speranze per quegli show internazionali dagli States che contano sul pubblico cinese, più che di ogni altro emisfero, come Mulan e Fast and Furious 9”.
 
Con la diffusione di COVID-19, altri paesi hanno seguito l'esempio.
In Italia i cinema restano chiusi – per ora – fino al 3 aprile, ma s’intuisce dalla situazione nazionale che lo resteranno ancora per un bel po’.
In Francia si è prima tentato di ridurre la capacità delle sale a soli 100 spettatori per volta, ma poi la diffusione dei contagi ha indotto alla chiusura delle sale.
In Danimarca è avvenuto lo stesso, col blocco fino al 27 marzo, prorogato fino a tutto aprile.
In Germania la chiusura delle sale non è avvenuta da subito, per la gioia dei distributori, ma è anche vero che nessuno è andato più al cinema.
A ciò si è aggiunta l’ordinanza del Senato di Berlino che chiude i cinema (nella foto lo "storico" Babylon) fino al 19 aprile.
Christine Berg della Branchenverband HDF Deutschland ha calcolato che per ogni settimana di chiusura dei cinema in Germania, si stimano 17 milioni di euro di perdita economica e aggiunge: “Avremo bisogno di aiuti d’urgenza e dovremo accedere rapidamente ai numerosi fondi che il Governo federale sta iniziando a fornire.
Solo in questo modo saremo in grado di evitare fallimenti e danni irreversibili per il cinema tedesco”.
La situazione è comunque destinata a peggiorare, perché tutte le produzioni, per motivi di sicurezza sono ferme, ovvero i set sono bloccati; star e comparse, tecnici, direttori di scena, registi, direttori artistici, sono tutti a spasso. Un gap incommensurabile per il cinema, che potrebbe segnarne la fine definitiva.
 
Due settimane fa, la produttrice Barbara Broccoli ha deciso di spostare l’attesissimo nuovo film di James Bond, No Time To Die, dalla data di uscita di aprile a novembre, nella speranza che il virus per quel periodo sia sotto controllo, se non al tramonto, sperando nel pubblico delle festività natalizie.
Ma il vero dramma lo si vive con New York, considerata da Hollywood più che la Grande Mela, la Grande Sala (cinematografica).
Nelle scorse settimane, quando i cinema nelle principali città americane come Washington DC e Los Angeles hanno iniziato a ridurre l'ingresso o a chiudere definitivamente, gli Studios hanno iniziato a tremare.
Il colpo di grazia è avvenuto quando Bill de Blasio, sindaco di New York ha proclamato per New York lo stato d’emergenza per essere focolaio del virus.
 
La città di Austin, in Texas, ha cancellato il SXSW (“South by Southwest Festival”) il grande appuntamento musicale e cinematografico, dando un duro colpo ai cineasti indipendenti che sperano di lanciare la loro carriera e per dozzine di dipendenti del festival stesso licenziati in tronco.
Cannes è in bilico tra essere spostato tra fine giugno e inizio di luglio o addirittura cancellato.
Un altro duro colpo questo per 40mila espositori nel Film Market della cittadina in Costa Azzurra e circa duecentomila appartenenti al settore, tra produzioni, dipendenti del Festival e pubblico.
Il Lovers Film Festival di Torino, il più antico festival d’Europa sui temi LGBTQ+ con Vladimir Luxuria alla direzione e tra i principali selezionatori dei film l’eccellente Angelo Acerbi, per ora è stato spostato da fine aprile a metà giugno, probabilmente.
 

Il COVID-19 proietta così cinema e studi in modalità crisi, provocando il caos nell'industria in modi anche umani, se stelle come Tom Hanks e Idris Elba si sono rivelate positive al virus e in modi che influenzano il sostentamento di molte altre persone, i cui nomi non sapremo mai come addetti di riprese e set.

 
Si credeva che quantomeno a guadagnare sarebbero stati Netflix e Amazon Prime, le piattaforme a pagamento per intrattenimento domestico e qualche produzione cinematografica. Anche loro con il blocco dei capitali per le produzioni lasciate in standby pagano il dazio alle gravi conseguenze causate dal Coronavirus.
Netflix nel corso del 2019 ha avuto un flusso di cassa con perdite pari a 3,3 miliardi di dollari, fa eco Amazon Prime con 2,5 miliardi e con un calo di investimenti non solo per la sfiducia, stando all’andamento negativo, ma per l’anno in corso a causa del virus.

Qui oltre alla beffa lo smacco. Netflix sperava che la magia si ripetesse, come si reitera tutte le volte che la gente resta chiusa in casa per aspettare il passaggio di un uragano: così dagli stati del Sud negli States - maggiormente colpiti da quei fenomeni - a tutto il pianeta col coronavirus.
I primi risultati sembravano supportare questa speranza. In effetti la visione della TV è aumentata nei paesi che sono stati colpiti dal coronavirus: la Corea del Sud ha visto un aumento del 17 per cento di pubblico e l'Italia secondo l’Auditel del 12 per cento in Lombardia, quale centro nazionale dell'epidemia.
Ma a quanto pare ciò non ha per Netflix e Amazon Prime riflessi se non negativi, perché il pubblico non li ha cercati più del dovuto, restando invece incollato ai propri programmi nazionali, assuefatto in uno stato di torpore, nel Loop di notize sul coronavirus con casistiche, mortalità e diffusione in attesa di una bella notizia. Che purtroppo non arriva dal fronte sanitario e non c’è sugli incassi per la TV on Demand.
Mentre sempre più americani passano a una strategia di distanziamento sociale, vediamo da settimane lo stesso andazzo nel mondo e nel modo in cui ci si collega ai media.
 

Tutte le piattaforme a pagamento (comprese Disney e Apple TV) tengono vivo il loro charme nella condivisione familiare, di gruppo, sociale; nemici giurati della lotta al Coronavirus, sancita in una profilassi da distanziamento e solitudine forzata.

Il Coronavirus sposta costantemente il terreno sotto i piedi di tutti. Anche la Universal Picture iniziava a credere allo Streaming annunciando che presto avrebbe offerto The Hunt e The Invisible Man online per 20 dollari. Economicamente si è visto che il gioco non vale la candela, rischiando nella ricerca di un rimedio economico, la disfatta per le entrate di produzioni previste per il grande schermo.

Ma per il cinema, questi sono sul serio tempi senza precedenti? Seguiteci qui, perché questa è tutta un’altra trama.

Salvatore Trapani
Salvatore Trapani vive a Berlino dal 1998. Ha corrisposto per le pagine di cinema e cultura del periodico romano Shalom-Mensile e del quotidiano nazionale Il Giornale. Si occupa di memoria storica e arti visive cooperando come referente alla formazione per il Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa a Berlino, per il Memoriale dell’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück  per l’Isituto Storico di Reggio Emilia, ISTORECO, dove ha fondato il progetto A.R.S. – Art Resistance Shoah. È anche autore di novelle (Edizioni Croce)
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