Se il genere diventa un’arma contro le donne

Nonostante i ripetuti tentativi di censura, il mancato sostegno dei politici e dei giornalisti, le aggressioni e gli insulti, numerose donne britanniche sono riuscite a liberarsi dalle etichette di “povere casalinghe annoiate” cucite loro addosso dagli avversari e sono riuscite a ritagliarsi un posto da protagoniste nel dibattito pubblico su sesso e genere.

 woman66Si è parlato molto qualche settimana fa del trattamento riservato dagli attivisti LGBT alla giornalista canadese Meghan Murphy, editrice del sito Feminist Current, in occasione di due conferenze aventi come tema l’influenza dell’informazione nel dibattito sull’identità di genere.

Le immagini di Toronto in cui i partecipanti all’incontro hanno dovuto essere scortati dalla polizia sono diventate virali.
A Vancouver invece gli organizzatori sono stati costretti a cercare una nuova sede il giorno stesso della conferenza, poiché l’università, che avrebbe dovuto ospitarla, l’ha cancellata all’ultimo momento in seguito alle numerose proteste degli attivisti LGBT.

Nel 2017 il Parlamento canadese ha approvato la legge C-16 che ha aggiunto «identità o espressione di genere» all’elenco delle discriminazioni perseguibili anche penalmente.

Già allora Murphy si era opposta a quella che riteneva essere una minaccia alla libertà di espressione e ai diritti delle donne e venne accusata di inutile allarmismo.

A distanza di due anni è evidente come le sue preoccupazioni fossero più che fondate: non solo tutti gli spazi riservati alle donne devono obbligatoriamente includere chiunque dichiari di possedere «un’identità di genere femminile non concorde con il sesso assegnato alla nascita», ma è molto difficile riuscire a discutere pubblicamente di questi temi senza subire censure e accuse di violazione dei diritti umani.

 
Meno noto è il caso del gruppo danese Lesbike Feminister al quale è stato vietato di riunirsi presso la Casa delle donne di Copenaghen.
Il gruppo è nato un anno fa per volontà di alcune lesbiche, molte delle quali attive nel movimento delle donne dagli anni Settanta e Ottanta, che desideravano creare uno spazio diverso per quante non condividessero le credenze adottate dal movimento LGBT su sesso e genere. In particolare queste lesbiche continuano a definirsi attratte dallo stesso sesso e non dallo stesso genere come la nuova dottrina impone.
Per questa ragione sono state espulse dalla Casa delle donne con l’accusa di transfobia.

Contrariamente a ciò che avviene in Canada, i media danesi hanno ritenuto ridicola la decisione.

Le donne, comunque, nulla hanno potuto perché anche in Danimarca è stata approvata una legge sull’identità di genere che, dal 2014, prevede per qualunque danese maggiorenne la possibilità di cambiare sesso sui documenti con una semplice dichiarazione. Un uomo, quindi, che dichiari di essere donna, può pretendere di essere ammesso in luoghi di donne, denunciando quelle che volessero impedirglielo per discriminazione di genere.

Un provvedimento legislativo simile a quello danese era in programma anche per il Regno Unito: circa due anni fa il governo May aveva annunciato che il Gender Recognition Act (GRA) del 2004, che regolamenta la rettifica del sesso anagrafico per le persone transessuali, sarebbe stato modificato per permettere di ottenere il cambio dei documenti senza una diagnosi di disforia.

Quello che i politici, i media e la principale associazione LGBT del Regno Unito, Stonewall, non avevano previsto è stata la reazione delle donne. Nonostante i ripetuti tentativi di censura, il mancato sostegno dei politici e dei giornalisti, le aggressioni e gli insulti, numerose donne britanniche non hanno subito passivamente la ventilata modifica del GRA ma hanno fatto sapere a gran voce che non sono d’accordo.

Sono riuscite a liberarsi dalle etichette di “povere casalinghe annoiate” e “allarmiste bigotte” cucite loro addosso dagli avversari e, non senza fatica, sono riuscite a ritagliarsi un posto da protagoniste nel dibattito pubblico su sesso e genere.

Tra le associazioni che più hanno contribuito a questo cambio di rotta c’è Woman’s Place UK (WPUK), nata nel 2017 e costituita da «un gruppo di persone provenienti da esperienze molto diverse che includono sindacati, organizzazioni femminili, l’università e il Servizio Sanitario Nazionale».
L’organizzazione intende difendere i diritti delle donne e in particolare mantenere il sesso biologico tra le caratteristiche tutelate dalla legge. Lavora, inoltre, perché vi sia un ampio dibattito e venga pubblicamente respinta la pretesa di associazioni come Stonewall di cancellare gli spazi riservati alle sole donne.

Da due anni WPUK organizza incontri in città diverse del Paese per discutere delle conseguenze che una modifica del GRA avrebbe sui diritti delle donne.

L’associazione ha dovuto affrontare proteste e atti intimidatori simili a quelli visti in Canada, per questa ragione le organizzatrici rivelano l’indirizzo del posto in cui si terrà il dibattito solo mezz’ora prima. Nonostante questo, il numero di partecipanti è aumentato e gli incontri continuano a tenersi ogni mese.

L’ultimo, svoltosi a Oxford il 25 ottobre scorso, aveva come tema la libertà di espressione nelle università.

È stata una sorpresa scoprire dalla mail arrivata a ridosso dell’incontro che l’indirizzo indicato corrispondeva a uno dei più importanti edifici dell’università, le Examination Schools: il segnale di un possibile cambio di rotta in un paese in cui, fino ad ora, le accademiche che hanno espresso pareri contrastanti la dottrina dell’identità di genere non sono state tutelate a sufficienza, rischiando addirittura di perdere incarichi accademici o borse di studio.

La difficile situazione di paesi come il Canada e la Danimarca e la durezza della lotta che le donne britanniche stanno conducendo ci dicono chiaramente che le leggi che pretendono di combattere la discriminazione cosiddetta di genere, si trasformano in un’arma contro le donne, in strumento di rinnovata caccia alle streghe

Giuliana Buffo

Fonte: Libreria delle Donne

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