Pandemie. Adolph Zukor-Paramount con la Spagnola fece i soldi a palate

La storia merita di essere spolverata, perché sembra essa stessa la trama di un film. Allora, come oggi, le città imposero la chiusura dei cinema e di altri luoghi pubblici. Quando la pandemia passò, fu la conta delle vittime e dei superstiti anche per l’Industria. Pochi cinema furono in grado di riaprire e la lotta per la sopravvivenza ha connotati da faide. Al Presidente Trump,piace Netflix che si è già comprata l’iconico Paris Theatre di New York.

di Salvatore Trapani

Se Hollywood è falciata dagli effetti del Coronavirus, che dire del piccolo e medio del settore?
A preoccupare nell’immediato non è il destino delle majors di Hollywood che potrebbero cavarsela con qualche miliardo in meno e con la strategia dello streaming, quanto il cinema indipendente che andrebbe protetto come vera fonte d’ispirazione per una Settima Arte attaccata alla vita.

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Per Hollywood infatti questa del Coronavirus non è la prima infezione da affrontare in quelli che sembravano i tempi della fine.
Lo scenario è sovrapponibile, se confrontiamo la diffusione di COVID-19 con l'influenza spagnola che ha infettato circa 500 milioni di persone in tutto il mondo nel 1918, tra cui 675 mila americani. Fu più mortale del Coronavirus, ma simile per sintomi e lotta planetaria nel contenerla.

Anche il modo brutale cui si ridussero le società, specie quella americana per la psicosi da contagio impensierisce. Gli effetti sociali allora furono così ridondanti, che la trama dei fumetti di Batman divenne più truce, con la sovrapponibilità per forma e contenuto tra Gotham City - pullulante di figure abiette e ciniche - e New York.

Karina Longworth, conduttrice di You Must Remember This, un eccellente podcast sulla storia di Hollywood ha recentemente pubblicato un episodio su come Hollywood rispose a quella pandemia, nella speranza di comprendere meglio il settore nel presente. La storia merita di essere spolverata, perché sembra essa stessa la trama di un film. Allora, come oggi, le città imposero la chiusura dei cinema e di altri luoghi pubblici. Di conseguenza, gli studi di Hollywood interruppero le produzioni prima per tre settimane e poi per mesi.

Quando la pandemia passò, fu la conta delle vittime e dei superstiti anche per l’Industria.
Pochi cinema furono in grado di riaprire e la lotta per la sopravvivenza ha connotati da faide. Il caso più eclatante fu quello della Paramount Pictures. Adolph Zukor, fondatore della casa cinematografica, si trasferì dall’Austria a New York. Fu lui a portare il lungometraggio nel cinema statunitense, innestandolo con una certa irruenza.
Nel 1911 infatti produsse Elisabetta Regina d’Inghiterra, quel primo lungo che rivoluzionando il formato, spazzò via le piccole case, raccolte nella MPPC (“Motion Pictures Patents Company).
Non riuscendo a adattarsi furono uccise dalla Paramount Pictures di Zukor (1919), sorta su quelle ceneri.
Con lo stesso sistema muscolare del più forte, passata l’epidemia di spagnola, la Paramount iniziò a acquistare i cinema che non riaprirono, per proiettare le sue produzioni – e solo quelle – a tutto spiano.
Chi non gli vendeva le sale, veniva minacciato di aperture di cinema Paramount dall’altra parte della strada. Veri e propri scagnozzi assoldati da Zukor (chiamati flunkies) che bussavano alle porte con qualche pugno di dollari per non lasciare scelta.
La Paramount si costruì così una catena di cinema e tutte le altre case come Universal Pictures, Warner Bros, Columbia Pictures e per ultima la MGM seguirono l'esempio, riproducendo esclusivamente i propri contenuti in ogni teatro acquistato in fallimento o costruito a posta.
Gli Studios aumentarono i loro profitti piegando il mercato: nei piccoli teatri di loro proprietà mostravano filmetti impopolari, nei grandi mostravano quelli con le star da pubblico in massa.
 
Per questo Charlie Chaplin fondò la United Artists (1919), per raccogliere e dare un futuro alle piccole produzioni coi giovani artisti taglieggiati dalle majors: nasceva il cinema indipendente.
Questo durò fino al 1948, quando la Corte Suprema spezzò questi monopoli e costrinse gli studi a vendere i loro cinema, gettando così l’Industria anche verso una nuova depressione. Perché tornasse a essere redditizia si dovette aspettare fino all'ascesa dei film di successo negli anni Settanta.
 
paris theater new yorkCon gli effetti del Coronavirus l'era dei teatri di proprietà potrebbe vedere un altro capitolo.
A aprirgli la strada c’ha già pensato lo stesso Presidente Trump, la cui amministrazione alla fine del 2019 ha annunciato che intende porre fine a quei regolamenti di vecchia data per la distribuzione dei film e consentire agli studi di acquistarsi le sale.
È probabile che i grandi studi di Hollywood non stiano aspettando altro e persino stelle filanti come Netflix. Che l'anno scorso si è già comprata l’iconico Paris Theatre di New York, per supportare il suo salto (“assalto” secondo Martin Scorsese) al grande schermo. In quel teatro ha mostrato per esempio il suo concorrente all'Oscar Marriage Story, giusto perché fosse per un momento cinema, per poi spostarlo in streaming.
Per Netflix e similari il gioco sarebbe fatto, perché in base alle nuove regole proposte, potrebbero appunto spingere i film sempre di più fuori dai cinema per costringerli on demand.
 

Si riaprirebbe una vecchia piaga per le aziende piccole che tra l’altro producono a basso budget e film da Oscar, vincitori anche di Festival in Europa, come l’A24 (Moonlight) e Neon (Parasite).

Il cinema indipendente è stato messo in pericolo dal Coronavirus, costringendolo così a un possibile calvario.
Negli interstizi di un cambiamento è sempre la storia a capovolgersi, perché è da quelle crepe che può uscire di tutto, come fu in conseguenza della spagnola.
Se i festival chiudono per frenare la pandemia, saranno i film indipendenti più piccoli a soffrire di più senza una vetrina e potrebbero non essere in grado di continuare a permettersi le riprese dopo una lunga sospensione.
Dopo 45 anni il Seattle Film Festival (SIFF) è stato cancellato, definito il “festival dell’audience” più che di settore.
Dal primo aprile ci saranno quaranta persone disoccupate oltre ai consulenti artistici, senza pensare agli effetti sull’indotto più in generale.
 
Attori o registi che si sono impegnati a filmare sia un film di supereroi che un portentoso indipendente, alla fine della pandemia dovranno passare dalle forche caudine del mercato.
Si stabiliranno le nuove priorità per la scelta dei progetti, e dati i soldi in palio con le tariffe da grande studio saranno proprio i piccoli a essere sacrificati.
Ovvero la vera arte. Se ciò funzionasse avremmo il ripetersi della storia: piccole sale (la TV); grandi sale (i cinema) con i soli film del proprietario.
L’effetto peggiore è che potremmo abituarci alla convivenza.
 
Un colosso come la Disney che si è aperta Disney+ a pagamento in streaming, con un intensificarsi della pubblicità in questi giorni a tappeto in tutti i canali, potrebbe non resistere e passare i film a più alto budget al cinema e i vari spin off, cartoon o il medio budget sull’on line.

Un piccolo avviso per gli Studios: se lo streaming in famiglia resta forfettario è il biglietto al cinema che è pur sempre a persona.

Salvatore Trapani
Salvatore Trapani vive a Berlino dal 1998. Ha corrisposto per le pagine di cinema e cultura del periodico romano Shalom-Mensile e del quotidiano nazionale Il Giornale. Si occupa di memoria storica e arti visive cooperando come referente alla formazione per il Memoriale agli Ebrei uccisi d’Europa a Berlino, per il Memoriale dell’ex campo di concentramento femminile di Ravensbrück  per l’Isituto Storico di Reggio Emilia, ISTORECO, dove ha fondato il progetto A.R.S. – Art Resistance Shoah. È anche autore di novelle (Edizioni Croce)
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