In una mostra, le balle dei media

Che adesso invece tutti chiamano fake news. Le opere sono esposte in Germania a Düsseldorf. "Nulla è come ci appare", dice il curatore Alain Bieber.

salvoÈ una foto storica, Willy Brandt in ginocchio nel ghetto di Varsavia. È una delle opere esposte a Düsseldorf alla mostra «Im Zweifel für den Zweifel. Die Große Weltverschwörung», nel dubbio per il dubbio. Il grande complotto mondiale (fino al 18 novembre, il catalogo costa 32 euro). Sul Forum della Nord Renania Westfalia è sospesa una stella, o almeno ci sembra. 

 

Osservando bene, è un piccolo drago. E anche la natura inganna: le stelle che vediamo nelle nostri notti sono in realtà scomparse da milioni di anni. Nulla è come ci appare, avverte Alain Bieber, 40 anni, il curatore della mostra: diciotto artisti presentano opere dedicate alle fake news, che una volta chiamavamo balle, alle manipolazioni, alle falsificazioni, alle voci incontrollate. «Le fake news», prosegue Bieber, «creano ansia, paura, si diventa facile preda delle tesi di complotti ai nostri danni».

 

Siamo sicuri di quanto crediamo di vedere? Nella foto di Varsavia, scattata il 7 dicembre del 1970, è assente proprio il protagonista. Una piccola folla guarda qualcuno che non c'è. All'hotel Beau Rivage di Ginevra, nell'ottobre di 31 anni fa, venne trovato morto nella vasca da bagno il politico cristianodemocratico Uwe Barschel, suicidio, un delitto, ucciso dalla Stasi? Nella foto, il bagno è vuoto. Manca la vittima, e la verità. Ma non è compito dell'arte rivelarla. L'arte è dubbio, come suggerisce il titolo dell'esposizione. Ci inganniamo solo quando pensiamo di essere sicuri.

 

Michael Schirner presenta l'opera Bye Bye, una serie di foto ritoccate. Alla storia passano immagini falsificate: il 5 maggio del 1920, Lenin arringa la folla, sul podio accanto a lui si vede Trotzkj, ma in seguito quando cade in disgrazia verrà fatto sparire con un ritocco. Molte foto storiche sono ricostruzioni, dei falsi: i marines che innalzano la bandiera a stelle e strisce a Iwo Jima, o il soldato dell'Armata Rossa che fa sventolare la bandiera con falce e martello sul Reichstag, nel 1945. Oggi, grazie al computer, i falsi sono più facili, si possono girare film con sequenze create come in un cartone animato. O far recitare insieme attori morti da decenni.

 

E cominciamo a dubitare: dall'attentato alle torri gemelle a New York allo sbarco sulla Luna, il web ha polverizzato le nostre certezze. Quasi in contemporanea con gli eventi vengono diffuse notizie contraddittorie, chi ha abbattuto l'aereo civile nel cielo dell'Ucraina, Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa, perché è stato ucciso Gheddafi? In nome della libertà o per il petrolio? Al Forum si ricorda anche il presunto complotto mondiale opera degli ebrei. Sono stati loro a provocare la Grande guerra, e a tradire la Germania?

 

All'ingresso, il danese islandese Olafur Eliasson ha installato un riflettore che ci segue nell'oscurità. Anche il visitatore è un'opera sotto osservazione. Esistiamo perché qualcuno ci guarda? E siamo sicuri di essere come ci vediamo nello specchio, o siamo come ci vede chi manovra il riflettore nell'ombra?

  

Nella foto scattata la mattina presto di quel freddo mattino di dicembre a Varsavia, Brandt è scomparso, ma tra la piccola folla di giornalisti e fotografi che osserva il vuoto, sulla destra, ci sono anch'io. E mi riconosco 48 anni dopo. Ne sono sicuro? Anche i ricordi ingannano. E chi potrò convincere? Si può sospettare che mi sia intromesso con un fotomontaggio in un documento storico. E perché sono lì, tra gli altri, a guardare qualcuno che non c'è?

 

Roberto Giardina

Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. È presente su Berlin89 con la rubrica Pizza con crauti.  
Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. 

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