La Dolce Vita ovvero l’arte come «invenzione della verità»

di Paolo Molina

A chi chiese a Flaiano se secondo lui radio e televisione abbassassero il livello culturale degli spettatori: “No, penso che se mai abbassano il livello culturale degli intellettuali.”

 Il club di intellettuali di cui Flaiano era illustre esponente contava dei nomi di calibro come Fellini, con il quale scrisse le sceneggiature de La Dolce vita, La strada 8½ , Monicelli, Petri, Antonioni, Pietrangeli, Rossellini, Germi e De Filippo

Erano gli anni Cinquanta, era quella «società della conversazione» che gravita attorno ai caffè artistico-letterari di via Veneto e Piazza del Popolo, a Roma. Come il cosmopolita caffè Rosati.

levi dipinge magnani Anna Magnani ritratto di Carlo LeviAl Rosati, intellettuali e scrittori come Alberto Moravia ed Elsa Morante incontrano sceneggiatori come Ennio Flaiano, registi come Mario Soldati, o pittori come Giorgio DeChirico e Renato Guttuso, e Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir o si intrattengono con l’amico Carlo Levi. Conoscenze in comune,  come l'attrice Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini, Mastroianni.

Il neorealismo aveva subito i molteplici attacchi di un clima politico mutato a partire dal 1947, quando i partiti di sinistra furono allontanati dal governo e le forze moderate cominciarono a incoraggiare un cinema di evasione.
La "Legge Andreotti" nel 1949 subordinava gli aiuti statali ad un sistema di controllo governativo: al film poteva essere negata la licenza di esportazione se "diffamavano l'Italia", e diverse pellicole, tra cui Ladri di biciclette, furono censurate. Ecco dunque riaffrorare il ruolo dell'intelletuale di gramsciana memoria.
«Ciò che abbiamo inventato è tutto autentico»
Queste parole di Fellini suggerisce una consonanza ideale con questo club intellettuale e anche Levi, ritorna sovente, nei suoi scritti di critica letteraria e culturale, al concetto dell’arte come «invenzione della verità».
Eccolo scrivere che «la poesia è l’invenzione della verità, l’invenzione, cioè la creazione per la prima volta, non ripetibile né ripetuta: il momento in cui l’espressione coincide, per la prima volta, con la realtà».
Mentre la lingua poetica è aderente alla realtà al punto di crearla e trasformarla in un gesto attivo di poesis, la lingua «egemonica» è priva di rapporto con le cose ed è volta unicamente alla «restaurazione di una struttura, di un linguaggio, di un potere». Come l’esplicito richiamo gramsciano mostra, il linguaggio ha, dunque, forti implicazioni politiche, che vengono sviscerate in L’Orologio, dove si assiste al dissolversi dello slancio rivoluzionario della Resistenza nella lingua della politica romana. La sua vuota retorica priva ogni affermazione di sostanza; le cose si trasformano in parole e le parole vengono manipolate «per stravolgerne il senso a piacere».

Liberarsi di questa inerzia diventa impossibile quando essa si accompagna al vino dei Castelli come, afferma con amarezza un personaggio di L’Orologio , «è l’arma segreta della città di Roma: chi arriva qui pieno di vitalità e di volontà di fare, un po’ che ci rimanga, con quel vino, gli passa lavoglia, si trova un cantuccio al fresco, ben riparato, si accontenta di un impiego, cade in letargo e diventa romano… Qui ti addormentano col Frascati e con le chiacchiere e l’alta politica»

Per Levi, dunque, la dolce vita romana diventa una minaccia alla possibilità di rinnovamento della politica e un subdolo riaffermarsi di una lingua rituale e senza signicato.

Per Fellini l’indagine politica avviene soprattutto a livello di «psicologia della nazione». La questione della lingua – e nel suo caso della rappresentazione – emerge come centrale, innanzitutto nella festa a casa di Steiner e sua moglie, organizzata secondo ilmodello del salone culturale e letterario.

Qui Fellini fa sì che gli interpreti della sequenza siano effettivamente esponenti della cultura contemporanea, tra i quali lo scrittore Leonida Rèpaci, la pittrice Anna Salvatore, e i poeti Iris Tree e Desmond O’Grady. I partecipanti alla conversazione scambiano dichiarazioni pompose e battute scontate: «L’unica vera donna è l’orientale» afferma con sicurezza uno degli ospiti, mentre la moglie ribatte tagliente che allora non avrebbe dovuto sposare lei, che viene da Frosinone. L’ironia riemerge nel commento della fidanzata di Marcello, Emma, quando lui esprime ammirazione per le poesie di Iris Tree, che a suo parere «non sembrano scritte da una donna»: «Ma che ne sai tu delle donne?». Per Emma la realtà è ancora riconoscibile, per gli intellettuali del salone di Steiner essa è accessibile solo in forma mediata.

Alla fine di ogni tappa del suo viaggio, Marcello (Fellini)  incontra una donna dalla quale è attratto. Prima Maddalena, poi Sylvia, la sua fidanzata uffciale Emma, e infne Jane, un’ospite alla festa degli Odescalchi, sembrano offrire un punto di approdo al suo vagabondare esistenziale. La donna è, per Fellini, «tutto», come esclama Marcello, ammirato di fronte alla vitalità prorompente di Sylvia: «Tu sei tutto, Sylvia! Ma lo sai che sei tutto? You areeverything, everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione, sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa… Ecco che cosa sei: la casa

Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso. Assecondami.

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