I veneziani tra campi e campielli nella città svuotata

La pandemia in giro per il mondo/Il Coronavirus, visto da Venezia

In una città divenuta una grande mangiatoia a qualsiasi ora del giorno, com’è in tutti i centri turistici, è calato il silenzio. Prima non c'era campo o campiello dove la storia di Venezia  risuona  che non rigurgitasse di plateatici, alcuni addossati a chiese maestose, come quella dei Frari, che meriterebbero di essere circondate dal silenzio e dal vuoto, perché solo così possono trasmettere il loro monito spirituale. Camminare nella città svuotata senza correre il rischio di scontrarsi con maree montanti di estranei svogliati, aiuta a capire che cosa sta accadendo al mondo.

di Tiziana Plebani.

venezia 28 04 20 coverPiazza San Marco senza turisti © Cristina ZanchiCammino da clandestina nella mia città, entro limiti autorizzati: osservo la città svuotata e mi assale fortissima una nostalgia, la nostalgia di questo spazio ripulito, riportato alla sua natura di luogo pubblico ma che ora è indisponibile.

Un sentimento che mi avverte di quanto l’abbiamo dimenticato e abbiamo permesso che ci venisse mano a mano sottratto e alterato nella sua essenza.
Non c’è campo di Venezia che prima non rigurgitasse di plateatici, alcuni addossati a chiese maestose, come quella dei Frari, che meriterebbero di essere circondate dal silenzio e dal vuoto, perché solo così possono trasmettere il loro monito spirituale e riescono a far vibrare la loro aura, che non è monopolio solo dei credenti.
  
Guardo i campi dove la storia della città risuona, se non è usata solo come scenario di cartapesta turistico da consumare distrattamente, e dove il presente rivendica i suoi diritti di luogo di incontro.
Sostare, osservare, parlare con altri, scambiare opinioni, chiacchierare e perché no, litigare e pure spettegolare.
Camminare piano, anche da flâneur e perdigiorno, oppure camminare veloce, senza correre il rischio di scontrarsi con maree montanti di estranei svogliati; competere lo spazio con altri a pari dignità di vita e non di portafogli
Invece lo spazio pubblico è divenuto solamente la scena del consumo. Spogliati dalla nostra identità personale, siamo stati rivestiti a forza di quella di consumatori e fruitori di servizi.
E pian piano, specie in questa città, ci siamo accorti che non avevamo posti dove incontrarci che non fossero i bar, che per intessere un progetto di città, di qualsiasi natura, come spetta alle competenze di un cittadino, non sapevamo dove andare.
Neppure cenare con la famiglia o gli amici sotto casa, in campiello, ci era più permesso, bensì rigorosamente sanzionato come abuso dello spazio pubblico.
Vietato rivaleggiare con i plateatici, neppure negli angoli più discosti della città.
  
Si è dovuto piatire la possibilità, una tantum, di rivestire i campi e le calli di tavolate, con necessario rilascio di autorizzazioni e previa consegna di accurate planimetrie della disposizione dei posti a sedere, con la manifestazione “Scugeri e pironi. Riprendiamoci la città”, patrocinata dalla Municipalità con il sostegno di associazioni e comitati.
E sembravamo pure contenti. In realtà si trattava di un regalo del “principe” e di una palese confessione di una sconfitta: la sottrazione di ogni diritto sullo spazio pubblico consegnato agli esercizi commerciali e a un progetto urbanistico dell’intera città a piena disposizione della rendita.
Una volta all’anno ci è stato concesso di mangiare all’aperto con altri, come se la nostra espressione di cittadinanza dovesse limitarsi alla condivisione di cibo come avviene nei ristoranti.
Qualcuno può pensare davvero che sia una pratica utile alla crescita della consapevolezza a riguardo della totale sottrazione dello spazio pubblico? Forse, ma in questo deserto sociale è facile accontentarsi delle briciole.
  
In una città divenuta una grande mangiatoia a qualsiasi ora del giorno, com’è in tutti i centri turistici, la condivisione di cibo non è la mossa che più scardina questa rapina perché assomiglia troppo all’uso dilagante.
Usare lo spazio pubblico per farne tavolate e sperare di recuperare lo spirito del vicinato, quando ormai in ogni casa i residenti sono divenuti la minoranza, può apparire un balsamo momentaneo ma non è la medicina. Altra cosa era l’antica tradizione veneziana, specie delle donne, di sedersi fuori della porta di casa a sgranare piselli e lavorare a maglia, a sostare e chiacchierare, a giocare a carte o bere un bicchiere di vino e quant’altro.
  
In questa distorsione di concezione degli attori della scena pubblica e delle loro competenze, si è giunti a multare chi rendeva più bella la corte con piante e fiori, altro abuso dello spazio, e si è concesso con facilità di tramutare i campielli, quello specialissimo punto d’incontro, tutto veneziano, tra la dimensione pubblica e una più raccolta, in luoghi privati.
La difesa dall’invasione turistica, che li ha trasformati in pisciatoi e depositi di immondizia da parte dei turisti frettolosi, non ha spronato a frenare il fenomeno, ad avvertire il campanello di allarme, bensì a permettere che venissero sempre più chiusi da portoni, da grate a chiave, con una perdita incommensurabile dell’identità urbana, della grazia e della qualità precipua di commistione insita in essi.
  
È ancora più grave l’atto compiuto da questa amministrazione di interdire i giochi ai bambini, per poi, dopo la montante protesta, indicare alcuni campi dove è permesso.
Bambini come elementi perturbatori del pieno utilizzo dello spazio pubblico a uso privato e consumistico, interpretati come illegittimi competitori dei turisti: loro, che sono naturali portatori di diritto e dispensatori di vitalità e gioia a una città che ne ha tremendamente bisogno.
  
Cammino, mentre la nostalgia dello spazio pubblico cresce dentro di me, e per contrappasso mi torna in mente la retorica sull’intimità della casa e sulla riscoperta dei piaceri domestici veicolata dai media e dal web in questo periodo, a cui ci siamo prestati incautamente.
Ammettiamolo ora con sincerità: si tratta di una finzione che, per carità, ha un senso preciso, quello di farci resistere in una dimensione innaturale, in cui il dentro cerca di rincorrere le attrattive del fuori, di riempirsi di contenuti e pratiche che non gli sono propri, di rivestire di eccezionalità gli atti del quotidiano, che sinora erano privi di interesse e dignità.  

catulloCampo Santo Stefano uno dei più vasti di Venezia che in questo tempo di Covid-19 è tornato ad essere uno spazio pubblico. Photo/  © Roberto Catullo

Gare di cucina, estenuanti sessioni di pulizia di ogni angolo della casa, dipinture e passatempi di ogni genere, esaltazione della domesticità fin troppo stucchevole e ingannevole.
Ma prima non si ritenevano “cose da femmine”, pertanto noiose, gratuite e senza alcun pregio?
L’ambito della riproduzione della vita trovava forse spazio nelle riviste culturali, nei quotidiani, o nelle dirette in streaming?
Ora persino Robinson ha dedicato un numero all’impasto del pane e al riordino, peccato che le firme degli articoli, di giornalisti e letterati maschi, tradiscano una velata falsità di fondo: la rivelazione di un mondo che poi ci si affretterà a rispedire al mittente, dopo tanta eccessiva apoteosi.
Possiamo invece confidare che tutto questo porterà a una rivisitazione culturale dei generi e dei campi a loro assegnati?
O è forse più prevedibile che la fine dell’emergenza, governata tuttavia da facce solo di uomini, ci riporterà alle solite gerarchie di valore, in cui il domestico è consegnato alla gratuità e pertanto all’invisibilità economica e alla mancanza di forza contrattuale sociale?
  
Nel frattempo la casa, il regno della domesticità, mostra quel che è, nel bene e nel male.
Luogo di convivenza che, se diviene forzata e rinchiusa in pochi metri quadrati, acuisce i contrasti tra le generazioni e tra i sessi, in cui la resa dei conti è in genere a scapito delle donne.
Spazio di rigenerazione ma che se non è alimentato dal fuori diviene reclusione, solitudine, e deprivazione della socialità.

Cammino e penso che amo leggere, riflettere e scrivere tra le pareti domestiche ma che questo piacere si amplifica quando posso farlo nelle biblioteche e negli archivi, spazi sociali di crescita culturale; tuttavia adoro quando posso sedermi con un libro, una penna o semplicemente in compagnia dei miei pensieri, su una panchina all’aperto, la misura minima, eppur così rappresentativa, dello spazio pubblico.

venezia catullo

Photo/ © Roberto Catullo

 tiziana.plebaniTiziana Plebani vive a Venezia e si occupa di storia del libro, delle pratiche di lettura e scrittura, di sociabilità urbana e di storia dei sentimenti. Anche Venezia fa parte del suo campo di studi e di passioni civili. Ha insegnato presso l'Università di Ca' Foscari di Venezia, dove ora è cultrice di storia moderna ed è stata bibliotecaria della Biblioteca Nazionale Marciana, responsabile del Dipartimento di Storia e Didattica. Si dedica inoltre alla scrittura narrativa.

Fonte: ytali. Rivista plurale online 

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