In Italia aiutare a morire non è più un reato

di Francesco Merlo

Di nuovo un radicale ha cambiato l'Italia. Aiutare a morire non è più un reato per merito di questo radicale che, senza incarichi politici né vantaggi elettorali, a 48 anni si è messo fisicamente a rischio. Dunque nel nostro paese di vecchi, il suicidio assistito è finalmente un diritto, come il divorzio e come l'aborto. Ma questa volta senza Marco Pannella.

marco cappatoAl suo posto, o forse sovrapposto nella fisionomia e nell'espressione, gli italiani hanno definitivamente scoperto Marco Cappato. 

E tutti hanno visto le lacrime che, nel momento fatale, gli hanno segnato il viso. Cappato però non stava piangendo per l'assoluzione che ormai l'intera Italia si aspettava. Nessuno più dubitava che fosse stato un candido innocente ad aiutare e accompagnare Fabiano Antoniani, dj Fabo, tetraplegico, cieco e non più autosufficiente, a morire in una clinica svizzera. E infatti Marco Cappato, nell'aula della Corte d'Assise di Milano, venerdì scorso si è messo a piangere perché ha ricevuto, con l'assoluzione, la notizia della morte della madre.

Non so se sia più radicale credere o non credere nel linguaggio segreto dei segni.
"Razionalista come sono, mi rifugio nella coincidenza. E però è difficile non cadere nella suggestione. Mamma stava male. A giugno le avevano diagnosticato il tumore al pancreas e le avevano dato cinque mesi di vita. Purtroppo non si erano sbagliati. Da meno di un mese era ricoverata nell'hospice dove poi è morta. Ogni giorno ero lì a parlarle del mio processo e percepivo che le sue giornate diventavano più faticose e le sue notti più malinconiche. Mi piacerebbe dire che ha aspettato la sentenza".

L'ultima, impalpabile carezza di sua madre, l'abbraccio della Pm Tiziana Siciliano, le lodi dei suoi giudici, l'applauso in aula, e il sorriso, così radicale per pathos e bellezza, di Valeria Imbrogno, la compagna di Fabio. E ancora le parole forti di Filomena Gallo e la tenacia di Mina Welby con la dolcezza dei suoi capelli bianchi... Non è più la stanca lista dei soliti intellettuali "laici". Qui ci sono le nuove facce della Ragione, e proprio quando il mondo radicale sembrava naufragare. Da dove viene fuori questa vittoria?
"È stata lunga e dura e non è certo finita. Mi hanno dato dell'assassino, mi hanno paragonato a Caronte. Dicevano che godevo a convincerli a morire per mettermi in mostra. Calunnie più o meno stupide, più o meno insidiose. Ma a poco a poco tutti hanno capito. E ora mi scrivono anche i preti per ringraziarmi".

Quante persone ha "accompagnato"?
"Accompagnate solo due. Piera Franchini, ammalata terminale di cancro di 75 anni, una comunista di Rifondazione. La portai in macchina e litigammo tutto il tempo. C'era una tempesta di neve, guidavo la Honda di mio padre e sbagliammo strada: sono due le città svizzere chiamate Pfäffikon, una nella parte francese e una nella parte tedesca. E distano tra loro una settantina di chilometri. Andai in quella sbagliata. Quando poi arrivammo alla Dignitas, Piera disse che non avrebbe bevuto nulla. Chiese che le praticassero un'iniezione. Ma la legge svizzera non prevede l'eutanasia passiva. Per esempio a Fabio, che non poteva certo bere, fecero mordere una gomma che azionava la macchina iniettiva. Nel caso di Piera mi venne il dubbio che forse non era sicura e allora la riportai a Milano".

È ancora viva?
"No. Poi ci tornò, ma senza di me".

Le procura sgomento vederli morire?
"Non ho visto morire nessuno. Neppure Fabo. Aveva accanto la fidanzata e la madre. Con un cenno mi chiese di andarmene. Mi misi dietro la porta e gli sono grato anche per questo".

Quanto costa morire?
"Circa mille euro, spese di viaggio comprese".

È vero che alcune di queste villette sono posti squallidi?
"È vero. A Bellinzona per esempio ne è stata chiusa una dalla polizia. Era lì che Davide Trentini aveva mandato ottomila euro. Malato di sclerosi multipla, aveva 60 anni, viveva con la madre ed era preda di invincibili e tremendi dolori con spasmi continui allo stomaco che lo inchiodavano al gabinetto. Si mise allora a smanettare su Internet e mandò i suoi soldi a Bellinzona. Quando la polizia chiuse quella casa, Davide si rivolse a noi. Gli restituirono i soldi e per quelli che ancora mancavano io lanciai una colletta pubblica mentre Mina Welby gli procurò i documenti. Non lo accompagnammo noi: andò con una macchina della Croce Bianca che però non sapeva dove lo stava portando. Per averlo aiutato a morire siamo imputati in un altro processo a Massa Carrara. La prossima udienza è prevista il 5 febbraio".

È un processo diverso dal caso di Fabo. Più insidioso, credo. La Corte Costituzionale ha infatti previsto quattro condizioni per la non punibilità dell'aiuto al suicidio. e necessario - scrive testualmente la Corte - che "il soggetto agevolato si identifichi in una persona a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
"Ecco: Davide non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Io non ci vedo alcuna differenza morale, ma solo una differenza tecnica. Che però c'è".

Potrebbero condannarvi?
"La pena è da 5 a 12 anni. E qui si capisce perché è necessaria una legge che renda concreta e attuabile la direttiva della Corte. Non so se il Parlamento farà in tempo a intervenire prima della sentenza. E' probabile che noi chiederemo di nuovo l'intervento della Corte costituzionale".

In caso di condanna, se ci fosse una rigidità di natura etica, rischiereste l'arresto preventivo? Si potrebbe ipotizzare infatti la reiterazione del reato. Ma io la vedo ottimista.
"Pannella disse che l'ottimismo radicale è come un sughero, riemerge in superficie a dispetto di quanto a fondo sia stato spinto".
Lei somiglia al Pannella lungo e secco, con gli occhi chiari, i capelli lunghi, gli abiti curati. Quanto lo imita?
"Non ci provo nemmeno. Ho però imparato il metodo. E non mi arrendo mai. Ho vissuto in simbiosi con lui per quindici anni. Non sono diventato radicale, ma pannelliano, anche se poi i cosiddetti pannelliani me ne hanno dette e fatte di tutti i colori".

Lei non fuma, non ha il vizio che tanto male ha fatto ai radicali?
"No. Me ne sono liberato".

Anche la monogamia può essere radicale. Si è sposato in Chiesa?
"No. In spiaggia, a Forte dei Marmi".

I testimoni?
"Il più presente era l'assente: Marco Pannella, che decise di non venire. Gli altri due erano mio fratello Massimo e Mario Staderini".

Famiglia radicale?
"Mamma e papà, Alberta e Alberto Cappato, venivano ai congressi. E mamma era l'amica di tutti i mattacchioni che li frequentavano. Fu la prima di noi a prendere la tessera. Papà è stato anche repubblicano".

Funerale cattolico per la mamma?
"No. Una piccola cerimonia autentica e raccolta e poi la cremazione".

Sua moglie Simona Voglino Levy è radicale?
"Simpatizzante. Non è abbastanza "non violenta"".

Ha una figlia che si chiama Vittoria.
"Perché l'abbiamo aspettata tanto, e dunque è stata una... Vittoria".

Una vittoria come questa sull'eutanasia, una volta, avrebbe compattato il mondo radicale, tutto in prima linea contro il bavaglio in tv, e in sciopero della sete per le inadempienze del Parlamento...
"Individualmente, sono tutti solidali, o quasi. Ma non c'è più quell'azione che era subito organizzazione. La forza dei radicali era: "stare sempre insieme, mettere la vita sempre in comune"".

Lei in quale frammento radicale si riconosce?
"Non ho la presunzione di dirmi neutrale perché non lo sono stato. Ho però la tessera, almeno sino al 31 dicembre, di entrambi gli schieramenti, Partito radicale e Radicali italiani. Dovunque ho lavorato sono sempre finito in minoranza, anche in "+Europa". E tuttavia io non coltivo rancori. E non rivendico eredità morali né materiali. Ma la continuità sì".

È impossibile non solo spiegare ma persino raccontare ai lettori le divisioni radicali senza tirare in ballo le gelosie e anche le meschinità personali. Io per esempio non sapevo che l'associazione Luca Coscioni di cui lei fa parte con Mina Welby e con i genitori di Luca, è però avversata dalla vedova di Coscioni, Maria Antonietta, che ha fatto un'altra associazione con il nome del marito.
"Ha ragione. E quasi quasi sono contento che spiegarlo sia impossibile. Ma la cultura radicale è invece molto facile da capire. E non parlo solo della coltivazione della canapa o del testamento biologico. Mi dica lei qual è la differenza tra la battaglia per il diritto all'eutanasia e quella contro l'ergastolo ostativo o contro la detenzione dei migranti nei lager libici".

Nessuna. Sono tre diritti che proteggono la persona fisica, la libertà dell'individuo, sono le tre facce della stessa medaglia radicale.
"Appunto. E c'è pure l'ultimo sondaggio Swg secondo il quale il 93 per cento degli italiani, sia pure in forme diverse, è comunque con noi, favorevole all'eutanasia. Evidentemente anche i cattolici. Speriamo allora che il Parlamento si metta in sintonia con gli italiani e faccia una legge come chiede la Corte. I numeri ci sono. Mi dispiace che, in faccia alla chiarezza di Salvini che condanna "il suicidio di stato", le posizioni del Pd non siano altrettanto chiare. Zingaretti, che si era apertamente schierato a favore di una legge per l'eutanasia, adesso in politichese dice: "dobbiamo trovare una sintesi"".

Ma non è meglio il buon senso senza legge di una cattiva legge?
"No. Così tutto dipende dai giudici".

Tagliente, esuberante, incline alla malinconia, la cultura radicale non riempie più le piazze.
"È vero. Sarebbe un bel segnale se le sardine che portano in piazza le belle facce dell'Italia pulita, credono nella dignità della politica e delle istituzioni, e hanno la forza di lanciare iniziative non di partito...; se insomma, libere dalle necessità elettoralistiche, le sardine portassero in piazza anche il diritto a liberare dalla sofferenza il corpo fisico nel quale credono così tanto. Cito dalla lettera che hanno scritto a Repubblica: "Corpi fisici in uno spazio. L'unico elemento non manipolabile...". Non mi dite che vedo Pannella dappertutto, ma l'uso del corpo per nobilitare la politica e il consumo del corpo per salvare la politica, in Italia hanno avuto un nome, un cognome e due occhi stralunati".

Francesco Merlo

Fonte:  Repubblica

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