Nuova Via della Seta? All'Italia soltanto poche briciole

Nella politica estera europea, competenza rimasta ai paesi membri, il Belpaese non ha mai raggiunto alcuna posizione unitaria nei riguardi della Cina, così come in quasi nessuno dei dossier caldi della scena internazionale, spiega in questa lunga intervista l'ex ambasciatore in Cina Alberto Bradanini. Il perché del successo del modello cinese, 

Bradanini AlbertoBradanini AlbertoAlberto Bradanini, consigliere commerciale all’ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015, parla del modello cinese, di come dominio della politica sull’economia e piena sovranità siano le condizioni per aspirare allo sviluppo mantenendo come obiettivo finale l’affermarsi del socialismo, per quanto il termine sia oggi mescolato a una forte apertura al capitalismo. «Un insegnamento utile anche all’Italia e l’Unione europea» dice l’ex ambasciatore. Che invita a cogliere l’opportunità di interloquire con la Cina e a un atteggiamento meno subalterno tanto agli Usa quanto al dominio tedesco.

Quali prospettive si aprono per l’Italia e per l’Europa con l’ascesa della Cina come protagonista della politica (e dell’economia) internazionale?

L’Europa è un continente politicamente ed economicamente frammentato. Nell’Ue, dove prevalgono le priorità stabilite dal direttorio franco-tedesco, vige la legge della giungla, e non certo quello spirito di solidarietà che pervade le pagine dei Trattati. Sul piano strategico, la Cina avrebbe interesse a dialogare con un’Europa come soggetto politico non solo economico, alla luce della concezione multipolare delle relazioni internazionali che reputa di sua convenienza. Un percorso questo oggi assai improbabile per ragioni endogene, e comunque indipendente dalle scelte cinesi.

Nei limiti menzionati, l’Europa potrà beneficiare dell’interazione con l’economia cinese se riuscirà a essere leader nei settori industriali di punta e nelle tecnologie del futuro. A tal fine però sarebbero necessari massicci investimenti pubblici che sono oggi impediti dalle assurde politiche di austerità di marca tedesca.

L’Italia potrà a sua volta raccogliere qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20% nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road. Nelle tecnologie di punta inoltre il dislivello tra i due paesi è già forte e non facilmente colmabile.

Nella politica estera europea, competenza rimasta ai paesi membri, non si è mai raggiunta alcuna posizione unitaria nei riguardi della Cina, così come in quasi nessuno dei dossier caldi della scena internazionale. In occasione della firma dell’MoU tra Italia e Cina, le critiche dell’Ue (che riflettevano quelle di Francia e Germania) erano motivate dall’esistenza di un governo euroscettico a Roma e dalla potenziale concorrenza italiana ai paesi nordeuropei sul business con la Cina.
Nulla che avesse a che fare con le esigenze di definire una postura unitaria. Più che l’Italia del resto sono altri i paesi Ue che hanno commercio e investimenti con Pechino.
Il primo partner cinese in Europa è la Germania: nel 2017, 180 miliardi di euro di commercio bilaterale, la metà di tutta l’Ue, seguita da Olanda, Regno Unito, Francia e solo quinta Italia.
La Gran Bretagna è il primo paese per investimenti cinesi, con oltre 230 acquisizioni, seguita da Germania, Francia e solo quarta l’Italia.
Inoltre, la Commissione ignora da anni un disavanzo Ue-Cina di oltre 175 miliardi (solo quello italiano supera i 20 miliardi) e la ragione è banale: le politiche Ue verso la Cina sono pilotate dalla Germania, unico paese Ue (a parte le irrilevanti Irlanda e Finlandia) a godere di un avanzo commerciale nei riguardi di Pechino (oltre 18,5 miliardi) e che non ha alcun interesse a sollevare questo dossier.
Quanto agli investimenti cinesi in Europa, i primi posti sono occupati da Regno Unito e Germania seguiti da Francia e Italia. Ciononostante, non risulta che la Commissione si sia strappata le vesti quando nei mesi scorsi altri 13 paesi membri hanno firmato simili MoU.

Sulle industrie del futuro, infine, invece di combattere una battaglia interdittiva destinata alla sconfitta, sarebbe interesse della cosiddetta Unione Europea far nascere un campione continentale che sia espressione di un’industria integrata che distribuisse dividendi economici, industriali e politici a tutte le nazioni Ue, in un settore strategico per il nostro futuro, così da non dipendere né dai cinesi né dagli americani. Di ciò tuttavia non v’è nemmeno l’ombra nell’Ue di oggi. 

Quali sono le preoccupazioni americane rispetto alla penetrazione tecnologica e l’aumento degli investimenti cinesi in Europa? Quali sono i benefici per gli europei e gli italiani? Perché la Belt and Road Initiative è stata al centro del dibattito politico nelle ultime settimane in Italia e in Europa?

Lanciata dal presidente Xi nel 2013 la Bri è un progetto strategico con finalità assai ambiziose. Si tratta di una proposta di sviluppo che la Cina rivolge al mondo intero e che include investimenti, commercio, crediti, meccanismi e standard non più incentrati sul Washington consensus, ma spostati sul Beijing consensus.

Pechino intende imprimere una diversa traiettoria al sistema economico internazionale, creando incentivi e una base alternativa a quella occidentale per dare corpo a una nuova dottrina dello sviluppo e delle relazioni economiche tra le nazioni del mondo.
La Bri segna dunque la volontà cinese di acquisire un forte protagonismo internazionale, politico ed economico. La sua sola presenza a prescindere dall’effettiva viabilità di tale disegno, costituisce una sfida insidiosa per l’impero americano. L’iniziativa prevede due percorsi: uno terrestre, che interessa il continente euroasiatico, e uno marittimo, e coinvolge idealmente 65 paesi, il 70 per cento della popolazione mondiale, con un Pil pari al 30 per cento del totale mondiale. Oltre 50 paesi hanno già firmato i relativi accordi di cooperazione con la Cina.
Il principale veicolo di finanziamento sarà l’Aiib, la banca creata da Pechino e operativa dal maggio 2016, che dispone di un capitale di 100 miliardi di dollari con 57 paesi membri, tra cui l’Italia. La Cina vi ricopre un ruolo centrale e ne detiene il 29,8 per cento delle azioni (la maggioranza di blocco è del 25 per cento). I paesi europei hanno versato il 25 per cento del capitale totale e vi occupano qualche buona posizione manageriale, specie Germania e Regno Unito.
L’Ue come tale ha espresso la volontà di non partecipare alla Bri. Ciascun paese membro si muove dunque per suo conto.

In Europa la Cina ha dato vita al Gruppo 16+1 con i paesi centro-orientali del continente, undici dei quali sono membri dell’Ue.

Il gruppo è destinatario di un fondo di 10 miliardi di euro che la Cina ha destinato allo sviluppo infrastrutturale in una regione in cui convergono le due componenti della Bri, quella terrestre e quella marittima. Da una parte la concorrenza tra paesi Ue occidentali e orientali gioca a favore della penetrazione cinese, dall’altra un’interazione positiva tra la Cina e i paesi Ue del gruppo potrebbe rivelarsi utile nei negoziati commerciali tra Bruxelles e Pechino.

Con la Bri la Cina intende allo stesso tempo ridurre le distanze tra i due estremi del continente Euroasiatico, imporsi come nuovo protagonista della scena mondiale (e qui occorre che essere guardinghi e salvaguardare un sano equilibrio) e infine, gradualmente, modificare l’ordine economico internazionale.

Venendo a noi, dopo una visita di due giorni, il Presidente cinese Xi Jinping ha lasciato l’Italia, ma i guai italiani, che non dipendono dalla Cina e ancora meno dalla Bri, sono rimasti: disoccupazione e sottoccupazione dilagano, la povertà penetra nella classe media, i servizi sociali vengono smantellati, la deindustrializzazione del Paese prosegue e il lavoro di una volta è scomparso.
Le ragioni di ciò sono legate alle politiche iper-liberiste, alla perdita di competitività (utilizziamo una moneta straniera e troppo forte, l’euro), a un’assurda austerità di marca tedesca, alla pessima gestione della globalizzazione e beninteso alle nostre carenze endogene: una classe politica inadeguata, un’amministrazione obsoleta, corruzione e criminalità organizzata.

Non solo l’Italia soffre di un forte deficit di sovranità (da non confondersi con sovranismo), ma anche gli spazi di manovra di un tempo si sono ridotti, mentre le altre nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale dispongono di un’agibilità politica a noi misteriosamente negata.

     La visita di Xi lascerà qualche frutto all’Italia?

Forse. Il Ministro Di Maio ha parlato di 2,5 miliardi e un potenziale di 20, sui primi dobbiamo capire meglio, l’incertezza sui secondi è appesa alla capacità dell’Italia – sarebbe cosa rara – di guardare alla stella polare dei suoi legittimi interessi con coraggio ed efficienza, due sostantivi che da 40 anni la Cina cura al grado superlativo.

A tale riguardo, il lavoro da fare non sarà affatto facile, l’Italia dovrà individuare imprese e banche in grado di partecipare – insieme a partner cinesi adeguati – a commesse e gare d’appalto riguardanti i piani infrastrutturali nei paesi della Via della Seta. Un percorso tutt’altro che agevole per un paese diversamente organizzato ed efficiente rispetto alla macchina cinese, o anche ai paesi concorrenti del Nord Europa. A tale riguardo il Governo italiano dovrà curare il rispetto degli accordi da parte di Pechino che ha una consolidata attitudine di firmare accordi solo per raccogliere immediati benefici politici.

Sorprende che nell’occasione il Ministro Salvini abbia scoperto che la Cina, con cui l’Italia ha un commercio di 44 miliardi , non è un paese di libero mercato, senza riflettere che i liberi mercati esistono solo sui libri e che quel mercato ha fatto della Cina la seconda economia al mondo, mentre il SS Giorgetti si stupisce della spietata concorrenza cinese alle ceramiche italiane.

È facile tuttavia prevedere che il Governo tornerà presto nel letargo dell’improvvisazione.

Nel merito, la Via della Seta c’entra poco con la tipologia degli accordi firmati
 (tranne quello della Danieli in Azerbajian, che tuttavia si sarebbe verosimilmente concluso a prescindere dalla Bri).

Quasi tutte le intese poi fanno parte di un dialogo fisiologico tra Italia e Cina: l’accordo sulle doppie imposizioni, i protocolli sugli agrumi e sui reperti archeologici, l’esplorazione spaziale e i gemellaggi tra città e regioni sono solo un contorno. Le intese tra aziende poi hanno un valore potenziale, salvo le due di Ansaldo-Energia, la quale non a caso appartiene per il 40% a Shanghai Electric.

I porti di Genova e Trieste infine attireranno forse qualche milione di euro d’investimenti cinesi, ma il grande hub nel Mediterraneo la Cina l’ha già acquisito, investendo 700 milioni ad Atene Pireo: quel treno l’Italia l’ha perso per sempre.
Trieste però potrebbe parzialmente smentire questa prospettiva, tenendo conto dell’interesse cinese a raggiungere i mercati dell’Europa orientale.

Infine, se risponde al vero che gli accordi sono poi stati ridotti a meno della metà per via delle pressioni Usa, v’è allora da chiedersi che vale essere un paese del G7 se è sempre il Grande Fratello a decidere al nostro posto, mentre lui e i cosiddetti partner europei fanno con la Cina tutti gli affari che vogliono, senza nemmeno firmare alcun Memorandum d’intesa.

L’ascesa della Cina potrà portare a un’emancipazione dell’Italia e dell’Europa dall’egemonia Usa (e della Nato, la sua longa manus)?

Dopo 74 anni dalla sconfitta della guerra e dalla conseguente perdita della sua sovranità politica, l’Italia resta un paese gregario, subordinato alle priorità di altri, in particolare Washington e Bruxelles. La storia insegna che anche le alleanze più solide possono essere rimesse in discussione quando cambiano le circostanze che le hanno generate. Nei rapporti internazionali infatti, sosteneva W. Churchill, non vi sono nemici eterni, ma solo interessi eterni.

Ad esempio, la firma del Memorandum tra Italia e Cina in occasione della visita del Presidente cinese a Roma a marzo, secondo i nostri alleati non andava fatta, sebbene si trattasse solo di un elenco di buone intenzioni, senza valore vincolante. Ma il tentativo di interferire nel decision making italiano (impensabile in Germania, Francia o Svezia) ha preso corpo perché l’Italia è percepita come un paese subalterno. Gli americani, che guardano alla Cina come al principale rivale strategico, hanno accusato Roma di una (insistente) violazione della lealtà atlantica, mentre la Commissione Europea (al servizio del direttorio franco-tedesco) ha fatto appello a una mai esistita, tantomeno nei confronti della Cina, politica estera comune dell’Ue.

È esistito un tempo in cui il riverbero degli Stati Uniti d’America, per il bene e per il male, si distendeva sul mondo intero. Oggi la scena internazionale è mutata, è cresciuto il numero dei concorrenti, ciascuno con sue caratteristiche. La potenza militare non riesce più a contenere la vitalità dei nuovi contendenti, sul piano economico, industriale, tecnologico e dunque politico. L’impero americano, di fronte al suo crepuscolo (seppur relativo), invece di cooperare con i nuovi arrivati per ridisegnare in termini inclusivi i destini del mondo, è preso dal panico, e tantomeno si cura di quelle nazioni che aspettano il loro turno per godere, come l’Occidente, dei generosi frutti del progresso.

Oggi, l’élite finanziaria anglosassone, con le sue propaggine nordeuropee, non riesce a garantire nemmeno ai paesi amici il benessere del passato: le classi medie scompaiono, si diffondono povertà e disoccupazione, mentre i paesi in perenne via di sviluppo acquisiscono coscienza che la promessa del Washington Consensusdi poter uscire un giorno dalla morsa del sottosviluppo, in cambio di sottomissione politica ed economica, non è altro che una chimera. Ormai disillusi, molti di questi paesi guardano al modello cinese, che in appena 40 anni ha traghettato una nazione di 1,4 miliardi di individui dal medioevo alla post-modernità. Il paradigma sino-popolare infatti – centrato su sovranità nazionale, controllo politico, un governo forte in economia, tutela dei beni pubblici e dei settori strategici (con qualche spazio vigilato alla proprietà privata) – possiede il fascino autentico di chi mantiene le promesse.

Per ora il muscolo cardiaco della finanza mondiale su cui si reggono gli altri segmenti del potere si colloca ancora in Occidente, ma esso è insidiato da dinamiche non più controllabili come un tempo, e che spostano ogni giorno di più verso Oriente il baricentro del pianeta.

Davanti alla proposta strategica della Belt and Road, la potenza americana è presa dall’angoscia che si tratti davvero dell’inizio del crepuscolo, poiché il successo di questo progetto sottrarrebbe all’America spazi vitali sulla scena economica e politica mondiale.

Il capitalismo neoliberale sta mostrando il suo volto più feroce: disoccupazione e povertà in crescita, forte restringimento della democrazia (soprattutto nell’Ue) e una politica estera sempre più aggressiva. Il modello cinese può rappresentare un’alternativa?

La Cina spariglia le carte del potere mondiale politico e finanziario, oggi concentrato nelle mani di poche nazioni, sebbene sembri farsi largo con le stesse armi del liberismo economico e delle corporazioni industriali-finanziarie occidentali. Il potere cinese è infatti una piramide strutturalmente diversa. Esso, nonostante i suoi limiti  dottrinali e di coerenza, è idealmente al servizio della costruzione di una società nuova (sebbene indefinita), oltre a porsi in termini dialettici rispetto al dominio politico-finanziario di genesi anglosassone che domina in Occidente. Il Pcc è cosciente del rischio che il socialismo con caratteristiche cinesi possa essere assorbito tout court dal capitalismo da cui è circondato, e cerca a suo modo di erigere qualche barricata, consapevole che potrebbe essere proprio la classe dei nuovi ricchi ad aprire le porte della Cina al Capitalismo occidentale, di cui negli anni recenti ha imparato a condividere valori, stili di vita e il gusto per il potere.  

In Cina il primato del potere politico su quello economico rimane tuttavia indiscusso. Il pragmatismo riformista di Deng aveva mobilitato le risorse economiche del paese, ma lasciato intatta la sfera politica, in una profetica anticipazione di quello che sarebbe accaduto in Unione Sovietica nel decennio successivo, e dei disastri in cui sarebbe incorsa la Cina in caso di analogo destino.

L’esperienza storica ha insegnato alla Cina che l’indipendenza economica e prima ancora la sovranità politica sono condizioni imprescindibili per aspirare allo sviluppo.

Con la sua politica di apertura e riforme Deng aveva a mente l’esperienza della Nep, la Nuova Economia Politica con cui Lenin nel 1921 intendeva mobilitare le forze produttive per migliorare in fretta la vita di operai e contadini, dopo secoli di miseria aggravata dalle privazioni della guerra. Lenin riteneva che alcuni aspetti dell’economia capitalista dovessero essere mantenuti, ed era disposto a rinunciare alla rigida applicazione del principio di uguaglianza. Alla scomparsa di Lenin, il timore dell’aggressione esterna induce Stalin ad abbandonare la Nep a favore dei piani quinquennali che imbrigliano le dinamiche produttive e pongono così le premesse – già allora, secondo Deng – dell’implosione dell’Urss che sarebbe sopraggiunta molti decenni dopo. Stalin, secondo il Pcc, interpretava il marxismo in forma dogmatica, separando radicalmente capitalismo e socialismo, senza comprendere che il primo andava utilizzato come strumento per giungere al secondo. In buona sostanza il Pcc sembra riconoscere, come Lenin a suo tempo, i meriti di un certo capitalismo quale tappa intermedia sulla strada del socialismo, sebbene non manchi chi da sinistra mette in guardia da un’eccessiva deriva capitalista dalla quale sarebbe poi difficile riprendersi. 

Cosa significa socialismo dalla caratteristiche cinesi, come viene descritto dal Partito comunista cinese il modello adottato da Pechino?

La costruzione del socialismo è il traguardo ultimo perseguito dal Partito Comunista Cinese (Pcc), un socialismo dalle caratteristiche cinesi la cui nozione tuttavia non ha mai ricevuto dalla dirigenza un’adeguata illustrazione: la prassi – ragiona il Partito – si incaricherà di metterne a punto i contorni, a posteriori. Per il momento occorre liberarsi di quel dogmatismo ideologico che ai tempi di Mao aveva bloccato lo sviluppo del paese. L’ermeneutica della dottrina marxista viene dunque posta al servizio della crescita economica (catturare i topi), vera priorità del paese da quattro decenni, senza guardare al colore del gatto.

Con il termine socialismo/comunismo la dirigenza intende un quadro politico-economico che produce ricchezza e modernizzazione, in attesa che maturino le condizioni per passare alle tappe successive della strada verso il socialismo. Mentre il maoismo aveva una forte impronta autarchica, nazionalista, pauperista e persino antimoderna, il socialismo di Deng, mercantile e di stato, e ancor più quello post-denghiano libero da ogni baluardo ideologico, è pienamente allineato ai processi di globalizzazione, economici, culturali, etici. In un quadro frammentato, la dirigenza mantiene aperte tutte le opzioni.

In verità, la Cina avrebbe in dotazione un patrimonio straordinario, se riuscisse a coniugare il pensiero classico con quello recente di genesi socialista, aggiornandolo alla luce delle moderne sensibilità: la libertà dell’individuo, che il socialismo nella sua attuazione storica ha trascurato, e l’equità distributiva della ricchezza. Tale sinergia etico-politica aprirebbe sentieri nuovi alle idealità del mondo.

Mentre i bolscevichi avevano sovietizzato il marxismo, i cinesi lo hanno sinizzato, anche se i due percorsi sono stati diversi. Il Partito Comunista Sovietico, all’indomani della conquista del potere, aveva puntato sulla rivoluzione universale, perdendo poi tra contraddizioni e ambiguità – e per necessità di sopravvivenza (secondo il punto di vista sovietico) – la sua iniziale dimensione internazionalista.

La maggior preoccupazione dei comunisti cinesi fu all’inizio la fragilità della nazione e la sostenibilità del processo rivoluzionario in un paese sterminato e arretrato, per di più in assenza di una classe operaia degna di questo nome. Il Pcc ritenne che in quelle condizioni, non si poteva chiedere al comunismo cinese di occuparsi della palingenesi proletaria universale. E tale attitudine nazionalista è tuttora la stella polare del Partito.

I capisaldi del socialismo con caratteristiche cinesi sono costituti dal dogma della sovranità nazionale, un ferreo controllo della società, la forte presenza dello Stato in economia, il controllo della finanza, delle grandi aziende/corporazioni e dei settori  fondamentali del paese (proprietà e iniziativa private, giudicate utile a generare ricchezza in questo frangente storico, sono de facto attenuate e attentamente monitorate) e la proprietà pubblica della terra (sebbene talvolta il suo possesso sia gestito con metodi capitalisti).
Quanto all’iniqua distribuzione della ricchezza, il Partito afferma che si tratta di una fase transitoria che verrà corretta strada facendo, sebbene i rischi di deriva capitalista oltre una soglia di sicurezza vengano giudicati da sinistra quanto mai concreti. Un deficit di attenzione ha riguardato l’ambiente, pesantemente sacrificato negli ultimi 40 anni dalle necessità della crescita, e il mondo del lavoro, le cui condizioni sono in Cina subordinate alle esigenze della produzione. 

Che giudizio si può dare dell’esperienza del comunismo cinese, a 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare? Si tratta di un modello che può essere preso a riferimento da parte delle altre forze socialiste nel mondo?

Sette o ottocento milioni di individui strappati alla morsa della povertà sono l’evidenza storica del successo del modello cinese. Se la rivoluzione non è un pranzo di gala, come predicava Mao, ebbene non lo è nemmeno l’uscita dal sottosviluppo.

E dunque dal lato dei costi dobbiamo collocare le deviazioni della dottrina e della prassi del Partito dai canoni del pensiero classico marxiano, una debole tutela dell’individuo davanti allo Stato, sfruttamento del lavoro, servizi sociali insufficienti (ma in costante ampliamento), inquinamento ambientale e iniqua distribuzione della ricchezza.

Nell’insieme, sebbene in forma non paritaria, le condizioni del popolo cinese sono enormemente migliorate negli ultimi decenni (il Pil pro-capite è passato da 165 dollari nel 1976 a oltre 9000 nel 2018), mentre i veri poveri (anche per gli standard cinesi) non superano oggi qualche decina di milioni su 1,4 miliardi di abitanti e sono in costante diminuzione. Per di più tale straordinario successo ha avuto luogo senza sostenere i costi dei paesi capitalisti che tentano di uscire dal sottosviluppo (inurbamento di massa, degrado umano, criminalità endemica, promiscuità), senza peraltro riuscirci.

Sorprende molto che il modello cinese non venga adeguatamente apprezzato e divulgato sulla scena internazionale (a partire dalle N.U.). Nel merito, gli ingredienti che hanno portato al successo della Repubblica Popolare sono i seguenti: la pace, una sovranità politica piena, una solida guida politica, una stabile presenza dello stato in economia, un buon apparato amministrativo d’esecuzione.

Quanto alle forze socialisteprogressiste occidentali, esse dovrebbero guardare all’esperienza cinese con le lenti del tempo lungo, tenendo conto delle diversità e della relatività di errori od omissioni.

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, quando sembrava che il modello comunista fosse destinato alla spazzatura della storia e le teorie di Francis Fukuyama avevano decretato la confluenza universale di tutte le esperienze politiche verso la democrazia mercantile occidentale, la Cina aveva reagito rafforzando il primato della politica sull’economia, e riprendendo la strada verso il modello socialista sulla scorta delle lezioni della storia dopo aver digerito sbandamenti e incongruenze. Diversamente dagli auspici di Fukuyama tuttavia, il Pcc non ha mai preso in esame che la Cina, nemmeno in un orizzonte lontano, possa intraprendere la strada di una democrazia di stampo occidentale.

Alla fine degli anni Cinquanta Mao aveva affermato: “Ciò di cui l’imperialismo ha paura è il risveglio dei popoli africani, asiatici e latinoamericani … Dovremmo unirci e cacciare l’imperialismo americano dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina”.

Tuttavia, nonostante il lessico universalista, da Mao a Xi sia la costruzione del socialismo (dalla fondazione della Repubblica Popolare alla scomparsa di Mao) che la crescita economica (da Deng in avanti) si sono concentrate solo sui bisogni della nazione cinese: il compito di fissare tempi e modi di un’eventuale rivoluzione mondiale è stato sempre rinviato a un futuro imprecisato, dopo aver cancellato dall’orizzonte ogni possibile terza via rivoluzionaria, o anche solo profondamente riformatrice, che la Cina avrebbe potuto capeggiare su scala mondiale.

Al centro della sua politica estera, Pechino non ha mai davvero posto l’internazionalismo proletario, nemmeno in forma erratica o strumentale come il Pcus. La politica estera cinese è rimasta fedele al principio di deideologizzazione delle alleanze, avendo a mente soprattutto l’interesse nazionale. Persino nella fase di forte ideologizzazione maoista, la Cina si è limitata a elargire il valore di una testimonianza, senza esporsi nell’elaborazione di un’agenda – come, almeno sulla carta, quelle del Comintern e del Cominform – nella quale i popoli oppressi potessero investire nella speranza di una possibile mobilitazione proletaria universale. E alla luce dei traguardi raggiunti, non si può dire che la scelta del Pcc sia stata sbagliata: l’esperimento cinese prova che la via nazionale all’emancipazione è stata la più efficace.

Fonte: Jacobin Italia

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