Rivolta al futuro

Nella svolta epocale segnata dalla pandemia il lavoro ne esce stravolto. Sono sempre le donne a soffrirne di più.

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Cortesia/ Whasington Post

Ci sarebbero tutti gli ingredienti per la rivolta, se con essa s’intende il sottrarsi all’obbedienza, il rifiuto di ogni imposizione, la difesa della democrazia. All’origine c'è il Coronavirus, facile pretesto per decretare il nuovo modo di lavorare, il quale in pochissimo tempo ha dettato delle profonde modifiche ai processi, alle strutture e ai luoghi stessi della produzione. A cominciare da quando il lavoro in remoto è entrato in casa, annullando i confini tra la vita privata e il lavoro retribuito, sicché diventa arduo da definire e circoscrivere cosa significhi lavorare, senza dimenticare (per le donne) la minaccia del femtech, ovvero l'insieme di app, prodotti e tecnologie che, monitorando la salute delle donne, permetterebbe ad un ipotetico datore di lavoro di scoprire se quella tal dipendente è in grado di reggere a un maggiore stress lavorativo; se sta pensando di rimanere incinta e quindi di allontanarsi per mesi dal posto di lavoro.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria terapia shock sulla metodologia del lavoro che, come di consueto, verrà ammantata di modernità e di innovazione. Accade che il lavoro retribuito invada il tempo privato presentandosi come il “lavoro flessibile”, persino divertente, ma segna la fine del tempo libero, meglio ancora della spensieratezza. È quanto è stato identificato con il termine di time porosity,  l’interferenza tra ciò che è considerato tempo di lavoro e ciò che è tempo personale, dove è quest’ultimo a venire progressivamente eroso, per le donne a livello esponenziale.

Infatti, le donne rimangono prevalentemente concentrate nelle occupazioni a basso salario, anche per via della maggiore incidenza del lavoro part-time, per cui esse dispongono di risparmi inferiori a quelli degli uomini. Il rischio è che - a causa del Coronavirus - la disparità di genere faccia un altro clamoroso passo indietro, poiché il tacito accordo di coppia nei paesi avanzati prevede che in caso di necessità spetta alla donna prendersi cura dei figli, dei genitori anziani malati o sani. Naturalmente non è i loro una lavoro retribuito benchè si dipani lungo tutto il corso della giornata con un impegno di tempo e di fatica certamente di gran lunga maggiore di quello del coniuge. Siccome il “lavoro di cura” non è retribuito moltissime donne si adattano a un part-time - spesso a compenso minimo - pur di riuscire a far quadrare i conti della famiglia.

Aleksandra Kollontaj88888E’ uno scenario che ci riporta di colpo ai tempi dell’ operaista Aleksandra Michajlovna Demontovich , in prime nozze sposata Kollontaj, che divenne ministro all’Assistenza sociale assegnatale da Lenin nell’ottobre 1917, e che poi fu la prima ambasciatrice donna in Europa e nel mondo. Ella è passata alla Storia per essere stata tra le prime a tentare di coniugare rivoluzione operaia e rivoluzione sessuale. Era maestosamente convinta che la discriminazione della donna si sarebbe facilmente risolta con il suo ingresso nel mondo del lavoro, ” dove la donna della classe operaia è padrona dei mezzi di produzione e di distribuzione, partecipa alla loro gestione e ha l’obbligo di lavorare alle stesse condizioni di tutti i membri della società lavoratrice”. Naturalmente, “questa uguaglianza è realizzabile soltanto dopo la distruzione del sistema capitalista e la sua sostituzione con forme economiche comuniste”.

La Storia dimostrerà che nel Paese dei Soviet questo primato non sarà raggiunto mai , poiché l’opinione pubblica se così si può dire, non era stata educata al nuovo ruolo della donna. Nemmeno era stato approfondito il problema della parità nel campo della distribuzione dei compiti domestici. Tuttavia, siccome il grado d’istruzione e di occupazione femminili erano considerevoli, s’era diffusa nel mondo la convinzione che la donna sovietica avesse ottenuto la piena uguaglianza. Così non era. Anzi per essere nel vero, s’era esasperato il divario tra l’emancipazione della donna nel mondo del lavoro, e la sua condanna ad essere l’angelo del focolare, come la tradizione russa imponeva e impone. Sicché anche nell’URSS il tema della compatibilità tra famiglia e tempi di lavoro era rimasto un nodo difficile da sciogliere. Tant’è che i sociologi sovietici – già negli anni Settanta – dovettero ammettere che il socialismo non era ancora riuscito ad avviare una “trasformazione radicale della vita domestica”.

La Storia ricorda che ancora nel 1926, morto Lenin e con la Kollontaj ambasciatrice nel lontanissimo Messico, l’Unione Sovietica era riuscita a dotarsi di un avanzatissimo diritto di famiglia, che all’epoca non aveva uguale nel mondo. Tuttavia, esso fu definitivamente seppellito nel 1944 da Stalin, al quale con la Russia invasa dai tedeschi fu facile abolire l’aborto, riposizionare la famiglia tradizionale alle fondamenta dello Stato, esaltare le funzioni materne e condannare gli omosessuali alla damnatio in vita.

Insomma, era stata sufficiente la minaccia racchiusa negli ukaze di Stalin per dimostrare come le leggi, seppure necessarie e seppure emancipatrici sul ruolo della donna come quelle emanate dai legislatori sovietici , non riescono ad assicurare mutamenti duraturi se esse non si radicano nella rivoluzione dei costumi, come Aleksandra Kollontaj andava predicando cento anni e passa fa. Resta comunque il fatto che l’esperienza dell’Unione Sovietica rappresenta il contributo storico concreto più importante tra i movimenti di liberazione della donna. 

Naturalmente, dai tempi della Rivoluzione d’Ottobre passi ne sono stati compiuti in Occidente, ma il percorso delle donne verso una parità di genere è ancora un quadro in movimento sull’intero pianeta, e tutto sommato non ancora definito in Italia come altrove. E’ un problema di cultura tuttora insoluto che riguarda – è un esempio tra i tanti – il tasso di presenza delle donne nella politica, nel mondo delle istituzioni, nel mercato del lavoro.

Le donne scarseggiano a livello locale e nelle leadership di partito, indice di una presenza in politica ancora poco radicata. Uno studio del think thank Orizzonti politici, ha messo insieme i numeri sul gender gap in politica sia a livello europeo che italiano. Nello studio si ricorda come in Italia, in 70 anni di storia repubblicana, tenendo conto delle donne a capo delle commissioni parlamentari, su 450, soltanto 30 sono state quelle permanenti presiedute da una donna.

 

LE VITTIME DELL'ESCLUSIONE SOCIALE ECONOMICA E POLITICA

Parimenti, nel mondo del lavoro ci sono non pochi ostacoli allo sviluppo dell’occupazione femminile, che vanno dalla carenza dei servizi di sostegno alle madri che lavorano, ai salari differenziati tra le donne e gli uomini che si sviluppano nonostante i divieti di discriminazione, ma che hanno come effetto quello di influenzare le scelte di distribuzione dei carichi di incombenze all’interno della famiglia.

E’ tutto a svantaggio della donna, come accadeva nel secolo scorso. Forse addirittura di più. Almeno così lo è per molte donne dell’ex Unione Sovietica costrette a prendere in considerazione – nella “Russia capitalista” a presidenza Vladimir Putin – persino il mercato della prostituzione domestica semplicemente per arrotondare le entrate o per cavarsi la fame.

E’ un situazione che fa tornare alla mente la poverty feminization, la femminilizzazione della povertà, che si diffonde – è acclarato – in maniera esponenziale in tutto il mondo con l’avanzare del processo di globalizzazione. Il quadro è impressionante se si limita all’analisi dei fattori socio-demografici (età, titolo di studio, sesso). Diventa tragico nei Paesi del capitalismo avanzato, ogni qualvolta l’informazione libera porta alla luce nuove realtà sociali. Come quella delle donne – single, madri e anziane sole, vedove, separate o divorziate – che devono provvedere autonomamente al proprio sostegno e a quello dei figli o di altri componenti del nucleo familiare.

E dunque, se la povertà è il risultato dei processi di esclusione sociale, economica e politica fra gli esseri umani, lo si deve alle politiche liberiste e devastanti delle economie globalizzate, dove le donne sono le più colpite, sicché la femminilizzazione della povertà non è uno slogan bensì una realtà anche nel secondo millennio. Siccome l’impoverimento non casca dal cielo poiché non si nasce poveri, come si nasce donna o uomo, bianco, nero o giallo, impoveriti si diventa. Le donne ne rappresentano la maggioranza, poiché sono esse per prime a subire gli effetti dei diktat delle principali istituzioni della mondializzazione – Fmi, Wto, Banca mondiale – che non sradicano la povertà, anzi l’accentuano.

 

QUEI MARGINI DI DISSIDENZA CHE PORTANO ALLA RIVOLTA

Una beffa la loro ancor più malvagia se si pensa che, “l’arricchimento sempre più scandalosamente elevato dei supermiliardari rispetto ai 3,6 miliardi di persone appartenenti alla metà della popolazione mondiale la più povera, legittimato dalle politiche dei dominanti, induce quest’ultimi ad esaltare i miliardari filantropi come i benefattori dell’umanità (Warren Buffet, Bill Gates, i fratelli WalMart…)!”, come ha scritto l’economista Riccardo Petrella.

Naturalmente, il vero responsabile di quanto sta accadendo strutturalmente è il sistema finanziario creatosi dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, che nel corso degli anni si è rinvigorito, e che con l’epidemia consolida il suo potere. Esso ha frantumato il legame fondamentale tra lavoro, reddito, benessere, dignità, da una parte, e diritti sociali, civili e politici, dall’altra parte. Nel contesto attuale il risultato è che, con il licenziamento si è spalancata l’entrata ai processi di esclusione sociale e di impoverimento. Con l’epidemia le disuguaglianze di certo sono destinate ad aumentare. Il destino delle moltitudini che ne sono coinvolte di certo peggiora.  Dovrebbe sorprendere se il tutto fosse accettato in un mondo sottoposto alle incognite dell’accelerazione tecnica, nel quale la difesa della propria dignità - considerata ribellismo - è estromessa dalla legalità. Con la democrazia che rischia il tracollo.

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Vincenzo Maddaloni
Vincenzo Maddaloni ha fondato e presiede il Centro Studi Berlin89, l'associazione nata nel 2018, che si propone di ripercorrere analizzandoli i grandi fatti del mondo prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. Professionista dal 1961 (per un decennio e passa il più giovane giornalista italiano), come inviato speciale è stato testimone in molti luoghi che hanno fatto la storia del XX secolo. E’ stato corrispondente a Varsavia negli anni di Lech Wałęsa (leader di Solidarność) ed a Mosca durante l'èra di Michail Gorbačëv. Ha diretto il settimanale Il Borghese allontanandolo radicalmente dalle storiche posizioni di destra. Infatti, poco dopo è stato rimosso dalla direzione dello storico settimanale fondato da Leo Longanesi. È stato con Giulietto Chiesa tra i membri fondatori del World Political Forum presieduto da Michail Gorbačëv. È il direttore responsabile di Berlin89, rivista del Centro Studi Berlin89.
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