Venezia e il lamento ipocrita sulle Grandi Navi
Il pianto dei veneziani è per non aver deciso per tempo quale forma dare al futuro della città.
«Attorno alle 11 di oggi la Carnival Sunshine, delle Carnival Cruise Lines, una della grandi navi da crociera che quotidianamente in questa stagione partono o arrivano a Venezia, secondo le testimonianze che ci sono giunte, è passata a non più di una ventina di metri da Riva dei Sette Martiri». La notizia fa il giro dei siti giornalistici italiani, guadagnando addirittura la prima pagina dell’Huffington Post. Nessuno verifica la notizia, nessuno si domanda se sia vera. I titolisti, in particolare, danno il peggio di loro stessi. La Riva dei sette martiri diventa San Marco, e i venti metri misurati a spanne dallo scrittore veneziano diventano "pochi metri." Ovviamente, l'evento secondo i titolisti avrebbe scatenato il "panico". Nel giro di qualche ora si fa sentire anche il ministro per le Politiche ambientali, il "giovane turco" Andrea Orlando, che chiede l’immediata applicazione del decreto Passera-Clini che consentirebbe di bloccare fin da subito la circolazione di queste navi in laguna.
Solo due giorni prima a Roma il Governo, la Giunta Comunale e l’Autorità portuale avevano deciso di sospenderne l’applicazione in vista di ulteriori studi per trovare "soluzioni alternative". Intanto La Nuova Venezia, del Gruppo Espresso La Repubblica, e brevemente anche il sito di La Repubblica, rivelano un retroscena da teoria del complotto: sulla Riva dei sette martiri era ormeggiato lo yacht del CEO della Carnival Sunshine, Micky Arison, a cui la nave avrebbe fatto l'inchino. L'idea viene a un consigliere comunale che ha visto un tweet di Arison che si beava del passaggio della nave. A nulla valgono le rassicurazioni della compagnia di navigazione che la nave è rimasta a 72 metri dalla riva, come provano i tracciati del router e i sistemi satellitari di controllo della Capitaneria (tra l'altro, a 40 metri si sarebbe già arenata, a leggere le mappe); che al comando c'era un pilota della Capitaneria; e che la nave era saldamente al traino di due rimorchiatori.
Bisogna aspettare il britannico Telegraph per sentirsi dire l'ovvio: l’incidente ha un solo testimone; nessun altro si è accorto di nulla; l’armatore e la Capitaneria negano sulla base dei loro rilievi strumentali; più che di un incidente si tratta di una "alleged incident", ossia di un supposto incidente, un evento tutto da verificare. Leggi: fino a prova contraria non è mai avvenuto. Intanto con un duro comunicato la Codacons fa sapere che avrebbe chiesto alla Procura il sequestro della nave. Non è successo niente - sequestriamo la nave. È psicosi collettiva. A dar voce a quello che pensano tutti è un tweet di Bruno Vespa. "Immaginate che cosa accadrebbe nel mondo se avvenisse un incidente a due passi da San Marco?" A Venezia da tempo non si parla d’altro.
La domanda che si pone Vespa non è peregrina. Il transito delle Grandi Navi nel bacino di San Marco potrebbe avere le ore contate, anche grazie a questo incidente mai avvenuto. Ma non è questo il punto che mi preme sottolineare. Piuttosto mi chiedo, da dove trae origine questa psicosi che tramuta oscuri presagi in fatti realmente avvenuti? Da dove nasce questa ossessione dei veneziani per il pericolo costituito dalle Grandi Navi? È solo il buon senso a muoverli al lamento, o c’è qualcosa di più profondo, come la natura non lineare di questo episodio parrebbe suggerire?
Mi preme sottolineare che se mi attardo a sviscerare la logica che muove al lamento i veneziani non lo faccio per stigmatizzare la loro perversità, ma perché ritengo che in questo momento Venezia sia diventata l’emblema stesso del problema italiano. Discutendo dell'uno potremmo forse imparare qualcosa dell'altro. Ultimamente gli italiani non fanno che lamentarsi, e nessuno si lamenta meglio dei veneziani.
1. Lasciatemi dire fin da subito in modo semplice e inequivoco che ritengo la presenza di queste navi in bacino un grave errore di immagine, se non proprio di sostanza, e sono quindi d'accordo con chi applicherebbe subito il decreto Passera-Clini. Non è questo il problema che ci interessa qui. Il problema è capire cosa susciti nei veneziani il furore panico all'apparire di questi enormi natanti.
Chi scrive ha avuto la fortuna di vedere Venezia per la prima volta a tre anni dal ponte di un transatlantico. Non ricordo nulla di specifico di quell'evento, ma ne ho una immagine ben precisa che mi viene dalle volte successive. Dal ponte di un piroscafo novecentesco come la Leonardo da Vinci, la Raffaello, o la Michelangelo, Venezia appariva già piccina e indifesa. Non oso neppure immaginare come appaia oggi dai ponti di passeggiata di navi due volte più alte. La città non fu infatti pensata per essere vista dall'alto. Simile in tutto a un teatro, la città lagunare fu concepita per il piacere e il conforto a chi occupa un piano nobile o il ponte di comando di una nave cerimoniale come il Bucintoro. Più in basso c'è la veduta in gondola, splendida, ma più in alto c'è solo la vertigine di chi guarda la città in modo sbagliato.
Dal basso la vertigine dell'altezza si tramuta nel panico di chi si sente sovrastato. Anche un bambino percepisce che quelle navi, così enormi, sono fuori luogo a Venezia perché fuori scala. Volerle tenere lontano dal teatro lagunare è solo una questione di buon gusto in chi è abituato a godere del carattere amabilmente sontuoso di questa città. Ma da qui all'odio viscerale che si è impossessato dei veneziani ce ne passa. Come spiegare questo fenomeno di psicosi collettiva?
2. Se la parlata veneziana è dolce, i veneziani non lo sono affatto. È da secoli che coltivano il loro risentimento contro gli stranieri. L'apertura delle rotte atlantiche verso le Indie e le Americhe insieme alla Controriforma cattolica demoliscono i fasti della Serenissima. Poveri a capo di una regione povera i veneziani d'ogni lignaggio impararono presto a rimboccar le coperte ai ricchi stranieri in visita in città, una delle mete necessarie al Grand Tour dei nobili di tutta Europa. Bastano un paio di commedie del Goldoni per capire la dinamica del servitor infido e dei rischi che si corrono a prestare loro fede. Ancor oggi Venezia vive di "ospitalità", ma lo fa digrignando i denti e si capisce benissimo il perché. Con il passare dei secoli, il Grand Tour si è trasformato in un’orda barbarica famelica e senza volto.
Si sono rotti gli argini e con la globalizzazione che è seguita la caduta del Muro di Berlino, Venezia si è vista letteralmente invasa da turisti provenienti da ogni angolo della terra. Occorre ricordare che l'unicità della forma urbana della città è data proprio dall'aver voluto fuggire i barbari invasori, e che la sua identità più recente è stata forgiata sotto l'occupazione austro-ungarica. Oggi Venezia da città sotto assedio perenne si è trasformata in città sotto occupazione, solo che l'occupante non ha più un'identità precisa, ma è una Babele polimorfa, incessante e smisurata. Non occorre essere particolarmente introspettivi per capire che vivere in una simile città è essere soggetti a continue intemperanze e vessazioni. Provate a prendere un vaporetto in pieno agosto e capirete che anche un santo potrebbe perdere la pazienza in questa città. Figuriamoci i protagonisti delle "baruffe chiozotte".
Fino agli anni ottanta inclusi, Venezia era una città senza eguali, ma uguale a tutte le altre. Venezia era una moderna città italiana, la cui vita urbana era uguale a quella di tutte le altre, traffico a parte. Poi, a poco a poco, e in virtù anche del "potere che frena" messo in atto dall'immobilismo delle giunte Cacciari, la modernità ha ceduto il passo ad un conservatorismo sempre più reazionario, al delirio collettivo del "com'era, dov'era" applicato a ogni cosa.
La Venezia del "com'era, dov'era" (il motto della ricostruzione del campanile di San Marco crollato su se stesso per incuria nel 1900) è già un primo segno della malattia del discorso che si manifesta oggi con le Grandi Navi. Fino a poco tempo fa era latente e comune a tutte le città d'arte che per sopravvivere si sono dedicate con sempre maggior intensità all'industria turistica. In fondo, se i turisti vengono è proprio perché queste città offrono, nella celebre frase di Henry James, un "passato visitabile", l'illusione di esser tornati indietro nel tempo. Mantenere tutto com’era fa parte del core business di una città d'arte.
Il discorso da latente è divenuto virulento quando si è passato un certo segno. Potremmo scomodare statistiche e definire con precisione il momento in cui questo è avvenuto. Basterebbe incrociare di dati del flusso turistico con i dati della residenzilità. Ma i dati quantitativi non servono. Basta l'impressione netta che a un certo punto i veneziani hanno avuto la percezione chiara di esser stati di nuovo invasi dallo straniero. Nasce quindi il "veneziano doc", un discorso di resistenza psicologica all'invasore. Ed ecco quindi la funzione discorsiva assegnata dal lamento veneziano alle Grandi Navi: danno finalmente un volto all'invasore polimorfo, incessante e smisurato. Anche un bambino ci arriva guardando queste navi muoversi in bacino: gli invasori "foresti" vengono dal mare violando con lo sguardo dall'alto lo scorrere dell’intimità cittadina.
È lo struzzo il nuovo simbolo di Venezia, non il Leone alato di San Marco. Tanto che se anche le Grandi Navi dovessero essere bandite subito, a ritornare non sarebbe la normalità. A meno che per normalità non si intenda lo sfruttamento senza remore di un flusso turistico fuori misura e incontenibile già al netto dei croceristi. Il problema infatti non sono le Grandi Navi. Il loro arrivo è la conseguenza e non la causa del problema. La causa è il non aver deciso per tempo quale forma dare al futuro della città. Il problema è chi ha governato e fatto opposizione a Venezia nei decenni passati. Il problema sono i veneziani.
Volentieri abbiamo pubblicato quest'articolo di Anthony Louis Marasco che data 28 luglio 2013, ma che è tuttora una valida testimonianza di come in Italia, troppo spesso si distrugge ciò che si ama e non si sa come smettere. Venezia da quando è caduto il Muro di Berlino ne è un esempio clamoroso.
Fonte: Centro Luigi Einaudi
Anthony Louis Marasco è Senior Lecturer di Estetica in NABA, Nuova Accademia di Belle Arti a Milano