E' John Kennedy che inaugurò il turismo politico del Muro

É il 26 giugno 1962, (il secondo del Muro) quando il presidente degli Stati Uniti tiene davanti al municipio di Schöneberg un discorso rimasto celebre. anche per il seguito della frittella. [nella foto di Stefan Moses da sinistra, il presidente Adenauer e il sindaco di Berlino Willy Brandt]

La seconda puntata delle Storie conosciute e poco conosciute del Muro - di Alfredo Venturi

venturi 34Si dice che il Muro separava le due Berlino. É più corretto dire che ne avvolgeva una, quella che comprendeva i tre settori occidentali, separandola non soltanto dalla città orientale ma anche dalla campagna brandeburghese. Di quei centosessantacinque chilometri soltanto quarantasei sono interni alla metropoli, dividendo Berlino Est da Berlino Ovest e sfiorando il Reichstag, che rimane a Ovest, e la Porta di Brandeburgo inclusa nell'Est. Nel 1961 la città conta tre milioni di abitanti, la costruzione del Muro li separa e li fa estranei: quasi due milioni da una parte, poco più di uno dall'altra. Nel dramma storico di quella giornata confluiscono decine di migliaia di drammi individuali. All'epoca circa cinquantaseimila berlinesi dell'Est avevano il loro posto di lavoro all'Ovest. L'hanno improvvisamente perduto, per tutti costoro il tragitto verso l'ufficio, la fabbrica, il negozio, è sbarrato da un ostacolo invalicabile.     

   Certo le autorità della Ddr hanno messo in conto questa conseguenza della loro decisione, che li priva di un considerevole apporto di valuta. Ma il sacrificio è di gran lunga inferiore al costo delle fughe che si vogliono interrompere. I capi della Germania rossa non si rassegnano al fatto che le spese per la cura, l'istruzione e la formazione dei giovani che fuggono vanno a vantaggio del nemico di classe, del vituperato Occidente che li attrae come un magnete irresistibile. E poi il paese rischia la desertificazione umana. Niente ripensamenti, dunque. Sotto la supervisione di Honecker la costruzione va avanti senza badare a spese e con una maniacale attenzione ai dettagli. Si completa la barriera con un coronamento cilindrico che rende difficile scavalcarla, ammesso che la si possa raggiungere, si murano le finestre degli edifici prospicienti dopo averne trasferito gli abitanti.

     Si parla di Muro al singolare ma in realtà le barriere sono due, quella affacciata su Berlino Ovest alta tre metri e sessanta, l'altra parallela e un po' più bassa. In mezzo la striscia della morte, larga fra i trenta e i cento metri, ancora più ampia in corrispondenza della Potsdamer Platz. É attrezzata con torrette d'osservazione, cavalli di frisia, sbarramenti di filo elettrificato, trappole esplosive. Reparti di guardie di frontiera assicurano la vigilanza armata, ogni giorno sono impegnati sul terreno più di duemila uomini. Hanno a disposizione mezzi blindati e un ben fornito arsenale. I Volkspolizisten, familiarmente Vopos, impugnano armi cariche e si portano appresso cani addestrati alla caccia all'uomo. In alcuni tratti i cani corrono lungo apposite piste, legati a un cavo mobile. Ci sono cammini di ronda e terreni dal fondo ben curato, perché possano rivelare eventuali impronte. Eppure c'è chi riesce a scappare.

     É rimasta memorabile l'immagine di un soldato che uno dei primi giorni salta oltre il filo spinato, in uniforme e con le armi in dotazione. Ma non tutti ce la fanno, il Muro comincia a mietere vittime. La prima il 19 agosto: si chiama Rudolf Urban, si è lanciato da una finestra non ancora murata nella Bernauerstraße. S'inizia con lui una lunga serie, non sappiamo né sapremo mai quanti siano stati i morti ammazzati: le stime oscillano fra i 136 e i 245. Atroce la fine di Peter Fechter, un muratore diciottenne che tenta la fuga il 17 agosto 1962 assieme all'amico Helmut Kulbeik. Raggiungono la striscia della morte lungo la Zimmerstraße nascondendosi in una falegnameria adiacente alla barriera esterna, nel momento in cui le pattuglie sono più distanti si lanciano di corsa verso il Muro. Ma soltanto Helmut riesce a scavalcarlo accolto da una piccola folla in una strada di Kreuzberg. I Vopos hanno aperto il fuoco e hanno colpito Peter mentre a sua volta stava scalando la barriera. Il ragazzo cade all'indietro e rimane sul terreno, con urla strazianti chiede soccorso ma i Vopos non si muovono, la sua agonia dura un'interminabile ora. Er wollte nur die Freiheit, voleva solo la libertà: così scriveranno sul monumento che lo ricorda.

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     L'ultima delle sparatorie che hanno insanguinato il Muro porta la data del 6 febbraio 1989, nove mesi prima del crollo: Chris Gueffroy ha vent'anni, pensa che il mutato clima internazionale e la presenza a Berlino Est del primo ministro svedese abbiano cancellato o almeno sospeso lo Schießbefehl. Non è così: quando tenta di attraversare la striscia lo abbattono a raffiche di mitra. Un mese più tardi muore Winfried Freidenberg, precipitato mentre cercava di raggiungere l'Ovest in volo su un pallone aerostatico. Ma ci sono anche molte fughe riuscite, alcune migliaia. Chi scappa scavando lunghe gallerie, chi nascondendosi in doppi fondi di veicoli militari o diplomatici. Le notizie di queste fughe inducono i dirigenti Ddr a perfezionare sempre più le misure preventive e repressive.

     Una complessa regolamentazione viene applicata a quell'incredibile frontiera urbana. Ci sono venticinque punti di transito fra stradali, ferroviari e fluviali, alcuni riservati ai berlinesi dell'Ovest e ai tedeschi occidentali, mentre gli stranieri possono passare attraverso il Checkpoint Charlie, nel punto in cui il Muro attraversa la Friedrichstraße. Il transito è laborioso, i controlli severissimi, le auto e le persone vengono accuratamente perquisite, e guai se la foto sul passaporto è poco somigliante. Davanti alla Porta di Brandeburgo una tribuna permette ai curiosi di gettare uno sguardo al di là. Perché esiste un turismo del Muro. Anche politico: fra i primi il cancelliere federale Konrad Adenauer e il vicepresidente americano Lyndon Johnson, accolti dal borgomastro di Berlino Ovest, il futuro cancelliere Willy Brandt.

     Nel secondo anno del Muro viene in visita John Fitzgerald Kennedy. É il 26 giugno 1962 quando il presidente degli Stati Uniti tiene davanti al municipio di Schöneberg un discorso rimasto celebre. Colpisce una frase pronunciata in tedesco: Ich bin ein Berliner. La folla che lo ascolta saluta con un'ovazione il contenuto politico della battuta, questa gente guarda inquieta al futuro e si sente rassicurata dalla solidarietà espressa dal capo della maggiore potenza occidentale. Ma qualcuno non può fare a meno di sorridere, perché l'oratore avrebbe dovuto più correttamente dire Ich bin Berliner, senza l'articolo. Con l'articolo Kennedy si è involontariamente identificato in una frittella dolce, apprezzata specialità locale, che in alcune parti della Germania si chiama proprio Berliner.

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     La città murata è ormai una piccola isola dell'Occidente assediata dal socialismo reale. Per cominciare c'è una grave carenza di manodopera. Come compensare l'amputazione della forza lavoro che fino a ieri veniva dall'Est? La città si apre sul mondo e una forte immigrazione colma rapidamente i vuoti. Si configura a Kreuzberg e dintorni un vivace quartiere turco che diventerà un connotato indelebile della metropoli. Altro elemento tipico della città divisa la presenza delle quattro forze occupanti. La gente dell'Ovest assiste al periodico passaggio dei soldati sovietici che vanno a fare il loro turno di guardia alla fortezza di Spandau che ospita i condannati di Norimberga. L'ultimo, Rudolf Hess, muore novantatreenne nel 1987. Un luogo caratteristico di quegli anni è il ponte di Glienicke che oltrepassando il fiume Havel collega Berlino Ovest a Potsdam. Lo chiamano ponte delle spie perché è qui che in un'atmosfera da romanzo di Le Carré i due blocchi si scambiano gli agenti reciprocamente catturati.

     Mentre Berlino celebra i riti della guerra fredda la barriera diventa un immenso supporto espressivo. I Mauermaler, i pittori del Muro, si danno molto da fare, trasformano quella parete così invitante nell'affresco più grande del mondo. Espressioni grafiche eterogenee: scritte e disegni di varia natura e di vario livello, dalla firma con data al cuore trafitto, dal graffito erotico allo slogan ideologico, dalla rappresentazione di personaggi immaginari ai ritratti e alle caricature di gente dello spettacolo e della politica. Frequente l'invito multilingue ad abbattere la barriera. Indimenticabile una frase che nei pressi della Porta di Brandeburgo illustra con molta efficacia la realtà geopolitica di cui il Muro è un elemento così significativo: Last Coke to Japan, ultima coca-cola fino al Giappone.

     Si sbizzarriscono a centinaia di migliaia, a milioni, e fra di loro anche noti artisti di strada, come Keith Haring, Thierry Noir, Richard Hambleton. Naturalmente questo repertorio espressivo si esercita soltanto sulla parete occidentale, per meglio dire sulla parete interna della barriera che circonda Berlino Ovest. Alla parete esterna soltanto i Vopos possono avvicinarsi, e certo hanno altro da fare che metter mano a pennelli o bombolette. All'inizio tentano d'impedire che si usino anche dall'altra parte, si affacciano alla sommità del Muro e spiegano con qualche imbarazzo che quella superficie è proprietà della Ddr e dunque va rispettata: ma presto si dovranno arrendere al policromo sfogo dell'Occidente.

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     Del resto in termini di efficacia rappresentativa nulla potrebbe eguagliare una situazione creata dal caso. Per chi visita la metropoli divisa l'impressione è incancellabile: nei pressi della Potsdamer Platz un binario del tram corre verso la barriera multicolore dove assurdamente s'interrompe, ucciso dalla violenza della storia. Quelle rotaie che vanno a sbattere contro il Muro contengono tutto il dramma della città sfregiata, riassumono la sua evoluzione dalla vita pulsante di un tempo ai disastri della guerra e del dopoguerra. Il Novecento è stato crudele con Berlino: prima il delirio nazista, poi la feroce chirurgia delle bombe, infine la fisiologia urbana sconvolta dal “baluardo antifascista”.

L'autore di queste foto è Stefan Moses che ha lasciato ben 450 mila negativi e diapositive, dal 1947 al 1994 che "raccontano" la storia dei tedeschi,.. Per saperne di più clicca qui. 

                                                                                                

 (2 - continua)

Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Collabora al settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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