Passeggiando in corso Lenin a Cernobyl

Quest’estate i turisti sono tornati a Cernobyl, benché nel reattore numero 4 dal quale si è sprigionato, trentacinque anni fa, il più grande disastro civile legato al nucleare, siano riprese le reazioni di fissione.

"Ci sono molte incertezze, ma non possiamo escludere la possibilità di una nuova esplosione", ha spiegato Anatolii Doroshenko, dell'Istituto per i problemi di sicurezza degli impianti nucleari di Kiev, precisando che "il conteggio dei neutroni aumenta anche se lentamente". Quando si è sciolto il nucleo del reattore, le barre di uranio usate come combustibile con il loro rivestimento di zirconio, le barre di grafite, e la sabbia sono scivolate come lava, nella cantina dell'ingresso del reattore dove si sono pietrificate in quello che viene definito Fcm (Fuel containing material) in cui si trovano 170 tonnellate di uranio irradiato, secondo le valutazioni ufficiali. L'incidente nucleare di Chernobyl è equivalente allo scoppio di 400 bombe atomiche come quella lanciata dagli americani su Hiroshima, in Giappone. A Cernobyl nella sola notte dello scoppio morirono quattromila persone e più di cento mila sono le vittime delle radiazioni. Venticinque mila  bambini provenienti dalle zone contaminate furono accolti in Italia.
Nell'ottobre del 1988 (prima di allora la zona era interdetta ai giornalisti) due anni dopo quella tragedia Cernobyl mi si presentò così.

chernobyl sala di controllo Michael KotterLa sala di controllo della centrale di Cernobyl / Photo Michael Kotter

Ivan e Jevdokja erano soli. Dal sentiero del bosco stavano andando, trascinandosi la vacca, verso Apacici, un paesino a sud di Cernobyl, dentro i trenta chilometri della zona di pericolo, distante diciotto chilometri dal reattore 4. La prima luce del mattino, che s'annunciava cupo, strappava al buio le sagome delle cime degli abeti. Proprio di fronte ai due usciva dall'ombra un cartello con su scritto" Attenzione, vi avvicinate alla zona contaminata", ma bastava girare lo sguardo ed ecco la campagna verdissima, i filari di betulle, gli stagni, e più distante verso nord, lontanissimo, il profilo bianco della centrale nucleare. L'ultima tappa del viaggio si presentava difficile: dal bosco raggiungere il paese lungo la strada asfaltata cercando di evitare le pattuglie della polizia. Per questo Ivan e Jevdokja s'erano portati una valigia carica di sementi e di cibo, le coperte e un telo incerato, nel caso ci fossero stati imprevisti.

Quella mattina, quando si erano alzati, avevano sentito di non aver più forze nelle braccia e li avevano abbandonati, sarebbero andati a riprenderli più tardi, poiché non avevano intenzione di passare la terza notte nel bosco. Ma prudenza vuole che l'itinerario sia stato cambiato. Tornarono indietro, evitarono un rigagnolo, girarono a destra e andarono dritti per tre chilometri sotto una pioggia battente: nemmeno di lì si poteva proseguire perché c'è una recinzione di filo spinato che prima non c'era. E, poco dopo, voltando a sinistra, nemmeno oltre una collina di terriccio nel quale si affondava fino al ginocchio. Ivan e Jevdokja evitarono l'ostacolo, s'inoltrarono di nuovo tra gli alberi, camminarono sul limite del bosco, zuppi, facendosi largo tra i rami con le mani, fino a quando non si aprì davanti a loro un'altra pianura che andava verso est, nella direzione della luce ormai bassa che filtrava da una coltre di nubi arruffate. Da lì la vista era diversa. Quella solitudine era stata abitata. Spuntavano casupole con le recinzioni di legno, i giardini incolti. Più in là due automobili abbandonate, un trattore rosso di ruggine, il bastone di un covone di fieno, i lembi di un cappotto.

Ivan e Jevdokja intuirono che nessuno era passato di lì da più di due anni, da quel 26 aprile, il giorno dell'esplosione del reattore. L'uomo lascia inevitabilmente qualche traccia di sé. Lì, invece, il tempo era immobile e intatto come nelle teche di un sinistro museo. Ai due gli si riempirono gli occhi di lacrime, avevano riconosciuto il luogo, si fermarono e guardarono in alto verso la sommità del piccolo rialzo che gli stava di fronte. Sì, la loro casa è ancora là, tra il salice e la quercia grande.

Ivan diede uno strattone alla corda alla quale era legata la vacca e avanzò per primo, Jevdokja ansimante lo seguì. S'arrampicarono lungo la scarpata, mentre cadevano gocce rade e pesanti e il cielo liberava i raggi morbidi del tramonto. La porta della casa era chiusa, così come l'avevano lasciata, nella stanza, accanto alla stufa il letto era sfatto, sulla credenza tre fette di pane diventate nerastre. Quella sera avevano acceso il fuoco e bevuto il latte appena munto, poi dopo aver rinchiuso la vacca nella stalla si erano coricati vestiti.

chernobyl 33 Dmytro SyvyiQuel che resta del trampolino della piscina olimpionica di Cernobyl. Photo Dmytro Syvyi

La storia che ho fin qui riferito me la raccontarono i protagonisti, Ivan e Jevdokja Rudnik, di 70 e 64 anni, contadini. Non sarebbe una storia straordinaria se non si fosse svolta intorno a Cernobyl, in un cerchio segnato da una tragedia epocale che sarebbe assurdo rimuoverla dalle nostre coscienze, ridurIa a un tragico incidente di percorso. Fino a trentacinque anni fa, al 27 aprile del 1986, ad Apacici c'era un'atmosfera di grande famiglia poiché la gente viveva insieme e lavorava insieme: i vecchi in campagna, i giovani alla centrale. Una comunità ristretta che si ritrovava alla sera alla Dom Kulturi, poco distante dal corso Lenin, dove si concentravano le attività sociali, o al piccolo caffè. Due anni dopo la tragedia nel paese erano rimaste soltanto una ventina di persone, una piccola pattuglia dei mille e passa che nonostante i divieti erano voluti ritornare nei luoghi avvelenati dall'esplosione. Un rientro che era andato aumentando da quando s'era sparsa la voce che Cernobyl sarebbe stata rasa al suolo perché così aveva deciso il Ministero dell'Energia atomica dopo aver constatato che la città e i paesi della zona circostante sarebbero stati inabitabili per decenni. E già, come esperimento, erano state abbattute dodici case nell'ex salotto della cittadina, il pittoresco quartiere Podol.

I bulldozer inviati dal Kombinat, la maximpresa alla quale era stata affidata la bonifica, si erano fatti largo, riducendo in macerie anche case nuovissime. Ma poi era intervenuta la Pravda, il quotidiano del Pcus, con un articolo dello scrittore ucraino Alexandr Levada, il quale aveva reso pubblico lo scontro in atto tra due tendenze: da una parte quelli che sostenevano l'irrecuperabilità della zona investita il 26 aprile del 1986 dalle scorie radioattive, dall'altra parte quelli che si battevano per il ritorno, sia pure graduale, delle popolazioni sfollate. Due posizioni inconciliabili. «Non saremo noi a decidere sul destino di Cernobyl », mi spiegò I'ingegner Michail Imanez, direttore della centrale. « Purtroppo, però, bisogna riconoscere che nonostante l'opera di bonifica, la situazione radioattiva rimane tale che l'uomo non vi ci potrà abitare per decenni».

Erano parole che contrastavano con quanto rivelava il quotidiano del Pcus, il quale denunciava i gravi ritardi nell'azione di disinquinamento, informava che ben novecento novantaquattro persone erano tornate nelle zone a rischio, a diciotto chilometri dal reattore, e s'indignava perché il Ministero dell'Energia atomica non aveva ancora, a distanza di tanto tempo, eseguito la perimetrazione delle zone contaminate. L'accusa al Ministero e alla direzione del Kombinat era chiara. Infatti Pavel Pokutniy, che ne era il portavoce, quando gli chiesi di poter visitare il quartiere Podol, tergiversò. Dice subito che la zona è troppo contaminata e che quindi è pericoloso anche il solo passarvi. Non ci si poteva andare, proprio no, e quanto alle demolizioni denunciate dalla Pravda, «è tutta una esagerazione». Poi mi accompagnò a Pripiat, cinque chilometri appena dal reattore, dove abitavano quarantanove mila persone, tutte legate alla centrale: i dipendenti con le loro famiglie. Una cittadina di palazzoni alti venti piani con grandi parchi che raccoglievano centinaia di bambini ogni giorno.

Trentatrè anni fa, quando la visitai, v’era soltanto sterpaglia cresciuta sulla sabbia trasportata dai camion, una settimana dopo l'altra, per colmare le buche lasciate dagli scavatori. Il terreno anche qui era stato raschiato per uno spessore di venti centimetri. «D'inverno», mi spiegò Pokutniy, «continuiamo a riscaldare le case anche se resteranno a lungo deserte, invase da torme di topi famelici, i quali dopo che abbiamo tolto i mobili, i cibi avariati, addentano i tubi di piombo, divorano gli stipiti delle porte. Gli umani non vi torneranno mai più, secondo me. Per loro abbiamo costruito una nuova città, Slavutich, a cinquanta chilometri dalla centrale».

Invece i lavoratori tornavano a Cernobyl, che era diventata la "città dei turni", poiché la gente ci viveva il tempo - appunto - di un turno alla centrale o nelle zone contaminate, due settimane ogni mese. Prima del 26 aprile 1986 ci vivevano dodici mila persone e duemila e cinquecento famiglie avevano una casa di proprietà. Due anni più tardi l'abitavano in quattromila: operai, tecnici, rilevatori. Una specie di fortezza senz'armi – così mi sembrò -con un solo ingresso sorvegliato dai poliziotti, dove gli unici rumori era quello dei tubi di scappamento dei camion, degli autobus, dei bulldozer. Ma l'asfalto smosso, la confusione nei campi, l'abbandono dei giardini, il lento andare degli operai nella divisa militare di fatica, mi ricordavano, in ogni istante, la maledizione arrivata all'improvviso, la vita interrotta, la normalità perduta.

Cernobyl Wojtek Laski1988 - Un'agente della Polizia sovietica di fronte al reattore 4 . / Photo di Wojtek Laski

Cernobyl vm1988 - L'autore dell'articolo al controllo della radiottivitàCernobyl era una città senza più voci di bambini, segnata dalla disperazione. Qua e là, ad un incrocio, o su uno spiazzo, si incontrava una coppia di operai,  con lo sguardo assente, la tuta sbottonata senza la maschera sulla bocca, senza berretto calcato sulla testa, come se non gli importasse nulla del pericolo che li circondava. Eppure nell'unico negozio di alimentari, quando parlai con Sasha Oskin, quarant'anni, due figli, sterratore, i suoi occhi si accesero: «I miei ragazzi se la sono già dimenticata Cernobyl, ma io che ci sono nato, no. Ci sono venuto volontario a lavorare perché spero con tutto iI cuore che la città torni a rivivere. Forse accadrà, forse no, ma non vorrei vedere altre case abbattute». Pure Anatoli che gli stava accanto era d'accordo, però precisò che i figli lui non ce li avrebbe mai portati, e m' indicò una donna anziana che stava venendo verso di noi: «Guardi Natalia, quella sì che non ha paura. Da più di un anno abita di nuovo nella sua vecchia casa». Natalia Pietroenko, settantasei anni, aveva vissuto a Cernobyl fino all' Ottantasei e ci era tornata nell'Ottantasette. La tragedia le aveva scavato un solco ripieno di sentimento e di risentimento, che partiva dall'infanzia per arrivare all'esplosione del reattore, fino alla precarietà del ritorno. «Non ho avuto paura delle cannonate e dei rastrellamenti dei tedeschi», raccontò, «e non vedo perché debba averne adesso. Loro dicono che qui non ci posso stare, ma io non gli dò retta. Ho rimesso in ordine il giardino, ho lavato la casa con la soda. Sono tranquilla, serena, perché ogni giorno posso di nuovo andare a trovare mio marito e mia figlia al cimitero».

Non fosse la mole della centrale atomica, non fosse il senso di disagio e di inquietudine che si insinuava in ogni pensiero appena si varcava la "zona pericolosa", sembravano - a quel tempo - davvero una esagerazione quei divieti, quei progetti di demolizione. Nel negozio, sugli scaffali erano allineate le solite cose, insomma l'ennesimo campionario (come si vedevano a Mosca, a Kiev) della povertà del Paese. Il pane nero è accanto ai bignè alla crema, senza una carta, un coperchio che li proteggava. A volerlo, le commesse avrebbero servito, come sempre, il formaggio tagliandolo a fettine dopo averlo pesato sulla bilancia polverosa. Sì, era la stessa trascuratezza, la rude gestualità che c'era prima della tragedia.

Certo, allora non c'era davanti alla porta il tappeto d'acqua per ripulirsi le suole, però, come ho detto, dentro era come se non fosse accaduto nulla. Il negozio degli alimentari era l'ultima immagine che oramai restava della città prima dell’esplosione, quando la vita vi si svolgeva normale; non ancora avvilita dalla lista delle proibizioni, dai silenzi rarefatti delle strade, dal puzzo dei carburanti, dall'orrore delle maschere antigas, dai campi abbandonati. Proprio questa miniatura pressoché intatta della vecchia e nuova Cernobyl era la molla della speranza degli sfollati: buttarsi il passato alle spalle e ricominciare da capo, viaggiando verso una città nuova, un lavoro nuovo, un'identità nuova a decine di chilometri da quelli abbandonati, perché? «Già, perché?», ripeteva Sasha Oskin. «Perché, se non esiste al mondo indagine statistica che fornisca dati certi sulle percentuali di incremento del cancro nei luoghi dove si è registrata la presenza radioattiva oltre la sicurezza?».

Allora aveva ragione lo scrittore Alexandr Levada quando mi diceva che, «non si può stroncare nella gente la speranza», perché spiegava, «lo sono nella mia casa natale di Cernobyl, nel quartiere Podol. L'ho voluta ripulire, preparare, come si fa con i morti. prima di calarli nella fossa. È un'usanza che da noi lega l'una all'altra le generazioni. La gente non chiede altro. Diamogli almeno un permesso di due, tre giorni, per la visita di commiato». Del resto chi si poteva illudere di strappare ai contadini gli odori, gli orizzonti spezzati della campagna? Il che non voleva dire - lo si capiva - che nei nuovi agglomerati costruiti lontano dai luoghi della tragedia non vi ci si potessevivere. Ma a Serghei, a Nicolai, a Lukeria, a Ivan, a Jevdokja e agli altri mille che avevano sfidato la legge gli era rimasta la malinconia del vecchio paese, della casa lasciata di fretta, portandosi appresso soltanto le cose più care. «Siamo tornati percorrendo i vecchi sentieri dei partigiani», raccontano con un sorrisino furbo. Non avevano paura per la salute perché «prima quando costruivano la centrale ci avevano garantito la sicurezza dei reattori. Allora perché credergli adesso se è accaduto il contrario?». Anche per questo c’erano sfiducia e nevrotica insicurezza su qualsiasi ordinanza del Kombinat.

Mi raccontò Dana Tarassovna Toccennaia, che poi andò ad abitare a Kiev che, "L'esplosione avvenne di venerdì e di notte. Dormivo nella mia casa di Pripiat e non mi accorsi di nulla. All'indomani nessuno ci avvertì di quanto era accaduto. Di sabato accompagnai come sempre la mia bambina a giocare nel parco. Ci restammo tutto il pomeriggio: era una giornata di sole, l'aria era tiepida. Soltanto domenica ci dissero che bisognava sgombrare. Penso sempre a quel pomeriggio quando guardo la mia bambina, e mi vengono i brividi».

Il rischio corso, l'angoscia, spesso non la facevano dormire: "Ci teniamo in contatto con i nostri ex vicini, per sapere come stanno, se accusano disturbi. Ogni volta che qualcuno di loro si ammala, è un colpo al cuore».

Cernoby tourPost scriptum: Chernobyl attira sempre più turisti. Nel 2019 prima che scoppiasse la pandemia, erano arrivati “107.000 visitatori nella zona di esclusione, che si estende a circa 30 chilometri intorno all'impianto teatro dell'incidente nel 1986”, secondo l'Agenzia statale ucraina per la gestione delle zone di esclusione che ha anche pianificato 21 itinerari per i visitatori: 13 terrestri, cinque vie d'acqua e tre rotte aeree. I flussi turistici sono ripresi nell’estate di quest’anno benchè a numeri ridotti, e con essi anche coloro i quali tentano di entrare illegalmente nelle aree del disastro nucleare, senza una guida, come denuncia la polizia ucraina. Le radiazioni continuano a colpire migliaia di abitanti di Bielorussia, Ucraina e Russia, dove si estende il 70 per cento dei 200 mila chilometri quadrati di terreno contaminato dal nucleare.

 

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Vincenzo Maddaloni
Vincenzo Maddaloni ha fondato e presiede il Centro Studi Berlin89, l'associazione nata nel 2018, che si propone di ripercorrere analizzandoli i grandi fatti del mondo prima e dopo la caduta del Muro di Berlino. Professionista dal 1961 (per un decennio e passa il più giovane giornalista italiano), come inviato speciale è stato testimone in molti luoghi che hanno fatto la storia del XX secolo. E’ stato corrispondente a Varsavia negli anni di Lech Wałęsa (leader di Solidarność) ed a Mosca durante l'èra di Michail Gorbačëv. Ha diretto il settimanale Il Borghese allontanandolo radicalmente dalle storiche posizioni di destra. Infatti, poco dopo è stato rimosso dalla direzione dello storico settimanale fondato da Leo Longanesi. È stato con Giulietto Chiesa tra i membri fondatori del World Political Forum presieduto da Michail Gorbačëv. È il direttore responsabile di Berlin89, rivista del Centro Studi Berlin89.
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