La Nato ha fatto l'en plein anche senza Austria e Irlanda

Tra propaganda e storytelling addomesticati, tra narrazioni improvvisate e verità negate, nell’ubriacatura di chi scambia nazisti per irredentisti e la resa con l’evacuazione, se c’è una cosa chiara in questa guerra per procura che gli Stati Uniti fanno combattere agli ucraini, è che Kiev è completamente asservita – e non da oggi - agli interessi statunitensi.

Nato 23

Sono venuti alla luce le totali influenze di Washinton su Kiev, il cui inizio risale a prima del golpe di Euro Maidan. In principio l’attività USA è stata dedita all’organizzazione del colpo di stato, poi è proseguita con una continua e profonda ingerenza nelle vicende interne del Paese, al punto dall’esibirne l’eterodirezione dello stesso.

Londra e Washington hanno riempito i depositi di armi dell’Ucraina e la quantità del suo esercito (330.000 uomini) come il suo livello di armamento, ad una analisi neutrale risultavano poco compatibili con il bilancio di un Paese coperto dai debiti e con un PIL affatto entusiasmante. Ma non solo: l'addestramento tanto della sua milizia nazista come dell'esercito regolare, la formazione dei suoi servizi segreti, il saccheggio delle sue risorse minerarie e l'uso del suo territorio per creare laboratori di guerra batteriologica - pericolosi da tenere in patria, ma eccellenti se vicino alla Russia, hanno rappresentato l’esatta dimensione della presenza USA in Ucraina.

Oligarchi, militari, politici, militanti neonazisti, ognuno ha svolto la sua parte. Una intera classe dirigente - se così la si vuole chiamare – e i suoi bravacci hanno ceduto la sovranità dell’Ucraina agli Stati Uniti, con i quali hanno trovato identità politica e affari in comune. Di buon grado Kiev si è resa funzionale alla strategia statunitense che aveva ed ha due obiettivi: prendere possesso delle sue notevoli ricchezze di suolo e sottosuolo e utilizzarla come pedina fondamentale nella provocazione politica e militare contro Mosca.

Il riscontro di questo intreccio di interessi lo si ha anche misurando gli investimenti statunitensi a Kiev. Secondo quanto affermato nell’aula del Congresso USA dalla deputata democratica del Missouri, Cori Bush, "gli Stati Uniti hanno dato più aiuti militari all'Ucraina che a qualsiasi altro Paese negli ultimi due decenni, e il doppio del costo annuale della guerra in Afghanistan, persino quando le truppe statunitensi erano sul terreno".

E siccome il diavolo si annida nei dettagli, è utile notare come una delle principali beneficiari dei fondi statunitensi per l'Ucraina sia la Raytheon, del cui consiglio di amministrazione faceva parte il Segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, prima di essere chiamato da Biden alla Casa Bianca; oppure che Hunter Biden (figlio del presidente) sia il principale beneficiario dell'attività mineraria in Ucraina. Sono, ovviamente, solo mere coincidenze.

La Russia aveva le sue ragioni per ritenere il nazismo ucraino in alleanza con gli USA una minaccia alla sua sicurezza nazionale. I tentativi di colpo di Stato in Bielorussia e Kazakistan (membri del CSTO), che nelle intenzioni di Washington avrebbero dovuto accerchiare la Russia, e le massicce manovre militari Nato che si sono svolte fino a poche centinaia di chilometri dal confine russo, sono stati la diretta attuazione sul campo del vertice atlantico del giugno 2021, in cui i governi di Mosca e Pechino sono stati esplicitamente definiti come nemici e la loro alleanza come una "crescente influenza da contrastare".

 

Dalla neutralità all’ostilità

Obiettivo da raggiungere con ulteriori allargamenti dell’Alleanza? Non c’è dubbio che la decisione di Svezia e Finlandia di entrare nella NATO, ponendo fine alla loro storia di neutralità, altera l'equilibrio militare in Europa. Solo l'Austria e l'Irlanda restano fuori dalla NATO, ma anche in questo caso si tratta di una questione di forma più che di sostanza. Sebbene Svezia e Finlandia siano sempre stati partner dell'Alleanza Atlantica, con la quale hanno regolarmente condotto esercitazioni congiunte ed avuto accesso a forniture militari, l'adesione formale alla NATO significa la fine di un’epoca che aveva portato agli "accordi di Helsinki".

Si potrebbe ipotizzare che con l'ingresso di Stoccolma ed Helsinki nella NATO, la Russia abbia aumentato il numero dei suoi nemici, ma questa sarebbe una lettura superficiale di una congiuntura a breve termine. Certo, da un punto di vista militare non si tratta di una decisione banale, poiché si tratta di due potenze artiche che rafforzano il loro peso strategico in forza dei cambiamenti climatici degli ultimi 30 anni, che hanno in parte trasformato l'Artico in uno sbocco navigabile. Ma, come ha già affermato Putin, l’ingresso dei due paesi non rappresenta un problema in sé, dal momento che entrambi hanno già dichiarato che non ospiteranno basi nucleari e rampe missilistiche.

Non vi è dubbio che il nuovo assetto Nato darà l’opportunità a Mosca di aumentare il livello del dispositivo militare nella zona, con particolare incremento nella base di Kalinigrad. Più in generale, servirà a produrre una profonda revisione e modernizzazione della dottrina militare russa e, oltre a questo, determinerà un aumento del dispositivo cinese (per ora sostanzialmente a carattere scientifico) nell’Artico.

Sotto il profilo militare entrambi i Paesi condividono un confine di 1.340 chilometri con la Russia, che però, con la base militare di Kaliningrad controlla il Baltico e l'Artico. Kaliningrad si trova in una posizione chiave per due motivi: da un lato, il porto del Mar Baltico che ospita la base della flotta navale russa, si trova in una delle poche zone in cui il mare non ghiaccia. Ospita i sistemi Iskander, ossia missili balistici tattici a corto raggio in grado di trasportare testate nucleari, con una gittata fino a 500 chilometri e i missili lanciati dalle rampe come dai sottomarini possono colpire ovunque in Europa. D'altra parte, controllando il Corridoio di Suwalki - che collega l'oblast con la Bielorussia ed è l'unico passaggio terrestre tra la Polonia e i Paesi baltici - Mosca potrebbe isolare Lettonia, Estonia e Lituania in un colpo solo e imporsi rapidamente su Varsavia.

Vedremo quali saranno le condizioni di ingresso dei due paesi nordici nella Nato, giacché in assenza di senso della misura il vantaggio della particolare posizione potrebbe divenire lo svantaggio di una pericolosa esposizione. Da quanto si capisce Mosca reagirà modulando la risposta a quella che appare comunque una decisione basata su un principio di ostilità che sostituisce quello precedente di neutralità. Svezia e Finlandia diventeranno da adesso obiettivi militari. Resta da vedere se le loro popolazioni gradiranno la l’uscita dalla neutralità per diventare un bersaglio.

Da parte loro gli europei occidentali non dovrebbero nemmeno rallegrarsi di questo nuovo schema: Kalinigrad costituisce una parte del territorio russo nel mezzo dell'Unione Europea: estesa per 15.000 chilometri quadrati e incastonata tra Lituania e Polonia, è un importante avamposto militare russo situato a 1.400 chilometri da Parigi e Londra, 530 da Berlino e 280 da Varsavia. Insomma, contrariamente a quanto potrebbe suggerire l'addizione matematica, l'ingresso di Svezia e Finlandia non rappresenta affatto un rafforzamento del livello di sicurezza continentale, ma piuttosto un aumento del rischio di conflitto e il nuovo accordo balistico della Russia aumenterà la fragilità militare dell'Europa.

Il nuovo equilibrio militare che si sta formando ci riporta ai blocchi, solo che ora sono tre e non più due. Si chiude un'epoca in cui l'idea di distensione e sicurezza collettiva era formalizzata da accordi come quelli di Helsinki del 1975, dai trattati Salt 1 e Salt 2 del 1972 o dall'accordo Safe Skies del 1992, tutti formalmente cestinati da Trump e sostanzialmente da Biden.

Probabilmente è questo che gli Stati Uniti intendevano quando hanno applaudito alla fine della Guerra Fredda: l'inizio di quella calda.


casari fabrizioFabrizio Casari giornalista, direttore di Altrenotizie , analista di politica internazionale, è un profondo conoscitore della realtà del Centro e Sud America. Autore del saggio, "Nicaragua, l'ultima rivoluzione" (Maremagnum)

 

 

 

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