Gli Afghani protagonisti principali della catastrofe umanitaria

Con la presa di Kabul, la capitale dell'Afghanistan da parte delle forze fondamentaliste, il fusso dei migranti, che prosegue da trent'anni e passa, s'è ingrossato a dismisura e con esso la determinazione dei Paesi europei e non, a bloccare l'esodo con qualsiasi arma a cominciare dal mancato rispetto dei diritti umani.  Quanto accade lungo lungo il confine tra Polonia e Bielorussia è l'ennesimo esempio di un dramma umanitario che non conosce fine.

Ogni giorno migliaia di cittadini afghani cercano la soluzione della fuga, la maggior parte verso l'Iran o il Pakistan via terra, e diretti poi chissà dove.
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha ricordato a tutti i paesi “l’obbligo di proteggere i civili” e ad “astenersi da qualsiasi rimpatrio”. Ma rimane inascoltato.
 
Oggi la cultura occidentale, il mainstream e i governi ci hanno raccontato la loro versione dei fatti. Con grande clamore e qualche pudico senso di colpa. 
 
Afganistan come in un film di Eisisten
Come in un film di Ėjzenštejn la fuga degli afghani da Kabul
 
Nell'Europa dell'Unione non è ancora stata definita una linea comune rispetto all’accoglienza dei profughi afghani, anzi, alcuni paesi hanno addirittura chiesto alla Commissione di non sospendere i rimpatri dei migranti verso Kabul, nel caso le richieste di asilo non dovessero essere accettate. Sono Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Olanda.
Tra questi, solo Danimarca, Germania e Olanda hanno fatto marcia indietro negli ultimi giorni sospendendo temporaneamente i rimpatri. 
Il governo austriaco ha insistito nella sua posizione, anche dopo la conquista di Kabul da parte delle forze fondamentaliste, suggerendo poi la creazione di “centri di deportazione” nei paesi confinanti con l’Afghanistan, in cui concentrare i richiedenti asilo, mostrando così anche profonda ignoranza sull'argomento.

Dall’altra parte invece, l’Albania sta già accogliendo centinaia di rifugiati e il premier Edi Rama ha annunciato al Guardian che il paese continuerà a essere aperto per dare agli afghani “almeno la possibilità di poter respirare di nuovo”

In Italia, diversi cittadini afghani sono stati già trasferiti nel nostro paese, assieme al personale italiano di stanza a Kabul con cui collaboravano.
Sia il presidente del Consiglio Mario Draghi, che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese hanno rilasciato dichiarazioni che confermerebbero l’intenzione di far arrivare in Italia tutte le persone che hanno dato supporto alla nostra ambasciata e di voler continuare a sostenere il popolo afghano.
Tuttavia, anche a causa della presenza della Lega nella compagine di governo, non è stato ancora annunciato o previsto alcun piano relativo all’accoglienza di altri profughi.
 
Anche la Francia ha preso posizione su una linea intermedia come quella italiana, avendo già promesso protezione per tutti i collaboratori ma senza esplicitare un piano di assistenza più grande. Mentre in Germania diversi media tedeschi stanno esortando il governo ad accogliere immediatamente anche giornalisti e giornaliste afghane, che ora corrono un concreto pericolo di vita.
 

Il Regno Unito ha già attivato uno schema di trasferimento chiamato Afghan Relocations and Assistance Policy (Arap) istituito nel dicembre dello scorso anno, prima del ritiro delle truppe britanniche, rivolto ai cittadini afghani che hanno dato supporto al personale di stanza in Afghanistan. Inoltre, secondo il Guardian, a breve dovrebbe essere attivata un’altra iniziativa per accogliere fino a 20 mila rifugiati, che saranno ammessi nel Regno unito con i diritti garantiti dallo lo status di “protezione umanitaria”, compreso l’accesso ai fondi pubblici, al mercato del lavoro e con la possibilità di ricongiungimento familiare.

Stati Uniti e Canada

Negli scorsi giorni, il dipartimento di stato statunitense ha annunciato di aver ampliato i criteri di ammissibilità dei rifugiati e il numero di ammissioni, prevedendo di accoglierne fino a 20 o 30 mila. Tuttavia, l’annuncio è stato accompagnato da un avvertimento significativo: gli Stati Uniti non intendono dare aiuto ai richiedenti asilo per lasciare il paese, né fornire alcuna assistenza durante i 12-14 mesi che servono per completare il processo di accettazione delle richieste.

Il  Canada, invece, ha promesso di dare accoglienza a 20 mila afghani, attraverso un programma speciale aperto a chiunque abbia assistito il personale canadese in Afghanistan, comprese le loro famiglie. Inoltre il governo ha annunciato l’apertura di un altro canale di ingresso per le fasce di popolazione più vulnerabili, come donne, attivisti per i diritti umani, giornalisti, minoranze religiose e persone lgbtq+.

Altri paesi

In Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdogan, ha già intimato ai rifugiati afghani di non provare a entrare nel paese, aggiungendo inoltre di aver già autorizzato un progetto di messa in sicurezza del confine con l’Iran per impedire il passaggio dei migranti. Mentre l’Uganda ha accolto la richiesta statunitense di accettare fino a 2000 rifugiati in attesa di essere ammessi negli Stati Uniti, per tutto il tempo necessario a completare il processo di valutazione delle richieste.

L'esodo vero e massiccio è verso le terre di confine Iran e Pakistan

«Non è ancora chiaro come le autorità di Teheran gestiranno il nuovo flusso di rifugiati afghani. In ogni caso sono quarant’anni che gli iraniani hanno esperienza nell’accoglienza», commenta al telefono Alieh Atai, nota scrittrice afghana residente a Teheran.

Classe 1981, lavora in centro, nel caffè libreria Maktab-e Teheran. In un intervista racconta:
«Qui in Iran noi afghani siamo tantissimi, più di tre milioni. Uomini e donne che svolgono mansioni umili, mentre tanti altri si sono integrati nella società civile e non subiscono discriminazione. Per noi afghani è però impossibile ottenere la cittadinanza iraniana, anche se siamo nati e cresciuti in Iran e non siamo mai stati in Afghanistan».

A proposito di scrittori afghani in Iran, il traduttore Giacomo Longhi cita il romanziere Mohammad Hossein Mohammadi, autore dei 14 racconti in lingua darì nella raccolta "I fichi rossi di Mazar-e Sharif (Ponte33 2011)": «Qualche anno fa era tornato a Kabul per insegnare giornalismo e aprire una casa editrice per dare alle stampe autrici e autori afghani, ora non si sa che cosa succederà.

Un altro scrittore afghano pubblicato a Teheran (e residente in Danimarca) è Mohammad Asaf Soltanzadeh di cui l’editore Aiep aveva pubblicato otto racconti del volume "Perduti nella fuga" tradotti da Anna Vanzan nel 2002. Paradossalmente, questi autori hanno più successo in Iran che in Afghanistan. Lo stesso vale per Alieh Atai, che ha in catalogo tre volumi pubblicati dal rinomato editore Cheshmeh di Teheran, tra cui un reportage sulla guerra in Afghanistan».

Con il ritiro degli americani, tra coloro che cercheranno scampo proprio in Iran vi sono gli hazara, la minoranza sciita che nell’Afghanistan a maggioranza pashtun rappresentano il 10-20% dei 38 milioni di abitanti.

Sono da sempre perseguitati perché sciiti e quindi considerati eretici dagli integralisti: gli hazara credono in un Dio unico ma – come gli sciiti iraniani, iracheni e libanesi – venerano anche i dodici Imam ritenuti i legittimi successori del profeta Maometto.

In questi decenni, alle questioni teologiche si sono aggiunte quelle geopolitiche: gli hazara sono ritenuti alleati dell’Iran e nella guerra siriana 10-20mila uomini sono stati arruolati nella Divisione Fatemiyoun dei pasdaran a sostegno del presidente Bashar al-Assad.

In questi vent’anni gli hazara sono stati tra coloro che hanno tratto maggiore beneficio dall’occupazione statunitense dell’Afghanistan: hanno iscritto figli e figlie a scuola, sono riusciti ad avere un ruolo in politica e hanno migliorato le proprie condizioni lavorative.

Quando i Talebani erano al potere, negli anni Novanta, la loro quotidianità era invece scandita da moschee, scuole e ospedali presi di mira, persone che andavano al lavoro e lungo il percorso venivano assassinate per la loro appartenenza etnica e religiosa.

Ora i Talebani, gli stessi di 40/30/20 anni fa, promettono di essere meno cruenti, ma in questi giorni hanno già decapitato la statua di un leader hazara nella località di Bamiyan, dove avevano distrutto i Buddha, nel 2001.

Saranno quindi molti gli hazara a tentare la fuga. Secondo l’Unhcr, i rifugiati afghani presenti in Iran sono ufficialmente 780mila, a cui occorre aggiungere due milioni di individui entrati illegalmente senza documenti e ulteriori 600mila in possesso di passaporto. Un totale di 3.380.000 su una popolazione iraniana di 82 milioni.

Una cifra decisamente maggiore rispetto ai 1.400.000 rifugiati afgani registrati in Pakistan, dove sono da sempre confinati nei campi profughi e l’accesso al sistema sanitario e scolastico è stato possibile solo nel 2018.

Insieme, l’Iran e il Pakistan accolgono già il 90% dei rifugiati afghani. Chiedergli un ulteriore impegno non è possibile, anche perché l’Iran è sotto sanzioni internazionali e sarebbe impossibile convogliare denaro a Teheran a fronte dell’accoglienza.

Per quanto riguarda il Pakistan, per la comunità internazionale non avrebbe senso pagare il regime pachistano per tenersi i profughi: è Islamabad ad avere offerto ai Talebani le retrovie e ad aver contributo alla loro creazione, insieme a Stati uniti e Arabia saudita, in chiave antisovietica. Un gioco pericoloso, tant’è che gli integralisti sfuggirono ben presto di mano.

Ora, mentre in migliaia cercano di scappare dall’aeroporto di Kabul, centinaia di altri afghani rifugiati in Pakistan stanno tornando in patria attraverso i campi aridi di Chaman verso la località afgana di Spin Boldak, sul confine. Se ne erano andati vent’anni fa, al tempo dell’invasione statunitense, spaventati dai bombardamenti. Ora, invece, sono fiduciosi in un ritorno alla stabilità grazie ai Talebani. 

Veramente è non da oggi che tutto questo ci è noto (ma lo rimuoviamo). 

 I campi profughi in Pakistan

Sono 4-5 milioni, qualcuno dice 7, incontrollabili al 30 per cento, gli afgani che si sono rifugiati in Pakistan, in parte nei 190 campi-profughi, in parte negli accampamenti dei nomadi, in parte mescolati alla popolazione di Peshawar e Islamabad. Molti sono qui da 20 anni.

Il primo esodo, infatti, è avvenuto negli anni successivi all’arrivo dei sovietici, il secondo con la guerra civile tra le fazioni dei Mujahiddin del Nord, con il regime dei talebani e le bombe americane. Si aggiungano poi siccità e terremoto. C’è chi è scappato due volte, prima dai russi, poi dai talebani.

Nel 2002 circa due milioni e mezzo di profughi hanno scelto di essere rimpatriati.
Con l’aiuto dell’UNHCR, dopo una lunga trafila burocratica, hanno potuto disporre di 65 dollari a famiglia, aumentabili per le vedove e a seconda del numero dei figli, per pagarsi il viaggio, cioè per noleggiare un camion, di qualche chilo di farina, di sapone e di un telone di plastica per riparare se stessi e le loro cose. Una volta giunti a destinazione – mi assicura l’auditor sudafricano dell’UNHCR che incontro al Club delle Nazioni Unite a Islamabad – riceveranno 600 dollari per compararsi la struttura della casa, il resto se lo fanno in mattoni, i servizi (acqua, luce, gas) sono a carico del governo.

Questo a Kabul, ma nel resto del Paese, soprattutto al Nord, dove le forze governative non hanno il pieno controllo, simili agevolazioni non esistono. Resta comunque il problema del lavoro, soprattutto per le donne vedove. Il micro prestito per mettere in piedi una propria attività gestito dalle ONG occidentali in appoggio alle locali organizzazioni femminili di RAWA e HAWKA non basta. E l’idea che la donna non debba lavorare è ancora molto radicata. Tra l’altro il tasso di alfabetizzazione femminile è molto basso: solo il 14% delle donne ha frequentato la scuola e in 15 su 75 distretti del paese appena l’1% sa leggere e scrivere.

Ad ogni modo, rimanere in Pakistan significa poter contare su un contributo internazionale annuo di soli 7 dollari. E il governo pakistano non è generoso. Per conseguenza, anche se con l’angoscia di un futuro incerto, molti hanno deciso di partire.
Ad aprile 2004 gli afgani da rimpatriare sono 2-3 milioni. Nel frattempo continuano a vivere in una sorta di terra di nessuno, senza diritti, nemmeno quello sanitario. Per questo RAWA, l’associazione semiclandestina delle donne rivoluzionarie e pacifiste afgane, fondata nel 1977 a Kabul da Meena, studentessa di giurisprudenza assassinata nel 1987 dai fondamentalisti, ha messo in piedi il Malalai Hospital. Per inciso, Meena è stata uccisa proprio la mattina della sua inaugurazione.
L’ospedale occupa due piani di un edificio fatiscente alla periferia di Rawalpindi. Accoglie donne e bambini afgani che vivono per lo più nel vicino campo-profughi, uno dei più grandi della capitale, senza acqua né elettricità. Un labirinto di casupole in terra cruda, che si allaga ogni qual volta piove, un formicaio di un milione di esseri umani che si agitano tra montagne di rifiuti, latrine a cielo aperto, pozzanghere di acqua putrida. All’ingresso dell’ospedale le grida dei bimbi si mescolano al puzzo dell’urina che scende a piccoli rivoli lungo le scale o si raccoglie qua e là nell’atrio su cui si affacciano l’ambulatorio pediatrico e quello di ginecologia. Un medico generico si improvvisa all’occorrenza chirurgo, e il farmacista anestesista.
La direttrice, Sharara Sultana, è giovane e incinta, pallida di anemia. Qualche anno fa è stata in Italia a frequentare un corso per infermiera. Siede sofferente sotto il ritratto di Meena e un enorme ventilatore che sul soffitto rotea lento a scacciare i 38 gradi di caldo.
Questa seconda gravidanza mi affatica molto –dice- ma non è questo che mi preoccupa. Temo che tra un anno qui dovremo chiudere e trasferire tutto a Kabul. Non ce la facciamo più a visitare 100-120 pazienti al giorno, il personale è ridotto al minimo e gli aiuti si fanno sempre più scarsi.
Noi compriamo i medicinali nella farmacia governativa a prezzo di favore, ma i soldi non bastano. Il mio predecessore non si è più rimesso dopo che l’anno scorso un gruppo di fondamentalisti islamici ha fatto irruzione di notte qui dentro e gli ha sparato. Così mi trovo sola a portare avanti una situazione sempre più difficile.
Di sette medici che avevamo ne sono rimasti tre: un generico, una ginecologa e un pediatra, tutti profughi anch’essi.
In farmacia abbiamo due uomini che stanno qui anche di notte a fare la guardia contro eventuali attacchi dei fondamentalisti.
I posti letto sono 20 e le attrezzature insufficienti. Avremo bisogno subito di una culla termica, perché molto spesso i neonati non sopravvivono al freddo dei campi, e anche di un microlaboratorio per le analisi di sangue e urine.
 
Le donne che col loro burqa sollevato sulla testa, il bimbo piccolo al collo, quello grande aggrappato alla veste, aspettano il turno, sedute o in piedi, ci guardano curiose attraverso la porta aperta.
Una, vestita di arancione, fissa divertita la mia penna che corre sul block-notes. I bimbi invece sono tristi, anche quando sorridono. La maggior parte dei problemi –continua Sharara – è legata alle condizioni igieniche.
Non c’è acqua nel campo e come vedete il burqa e le vesti si usano per qualsiasi cosa, per pulirsi il naso e gli occhi. Molti hanno problemi di occhi, dall’infiammazione della cornea al glaucoma.

Molte donne affermano "io credo che ci voglia tempo per cambiare le cose e che la situazione delle donne cambierà se cambieranno prima gli uomini, qui ... (indicando la testa)"

 All’improvviso si fa avanti una ragazza alta, robusta, dal volto squadrato e lo sguardo inquieto. “Volete il mio bambino? – dice – Prendetevelo, io posso farne di altri”. La disperazione di questa donna è tale da offrire il suo bambino in cambio di denaro o cibo. Le difficoltà materiali e le gravidanze sviluppano strategie di sopravvivenza terribili. La vendita dei figli è in non pochi casi una pratica usata per avere la farina dagli aiuti internazionali che poi viene rivenduta al mercato nero.
 
Al piano di sopra la sala operatoria ha attrezzature obsolete e lo squallore del mattatoio. Nella stanza di fronte, una giovane donna, da poco operata di isterectomia, sfinita dall’anemia e dal caldo, giace sotto un enorme ventilatore che pende dal soffitto. E’ la sola degente sui 20 posti disponibili. L’assiste la figlia che conosce un po’ l’inglese e traduce dall’afgano.
Si chiama Roja e ha sedici anni, seconda di cinque fratelli. La madre Marshal, 45 anni, accetta di raccontare la sua storia:
Sono nata a Kabul quarantacinque anni fa da una famiglia benestante. Ho conseguito il diploma superiore e ho lavorato come funzionaria del Ministero dell’Istruzione a Kabul. Mi sono sposata a vent’anni. Il matrimonio è stato combinato dalle famiglie. [La tradizione afgana vuole che sia una donna di famiglia a chiedere la ragazza in matrimonio e a esaminarla prima per verificarne le doti di buona moglie] Mio marito era capitano dell’esercito, ma con l’arrivo dei talebani siamo stati mandati via, lui dall’esercito e io dal ministero. Adesso vende verdura a Rawalpindi.
I talebani non volevano che le donne lavorassero fuori casa, nemmeno che uscissero senza burqa o senza essere accompagnate da un maschio della famiglia e tante altre cose.
Dopo due anni di paura e di difficoltà economiche, siamo fuggiti dalla capitale senza niente nel ’98. Non avevamo più neanche la casa perché un razzo l’aveva distrutta. Ricordo il viaggio terribile in macchina, i villaggi devastati, le strade bombardate, la gente che andava a piedi o su camion strapieni. Temevo per i miei figli, stipati dietro, uno di 10, Roja di 8, gli altri due di 5 e 3 anni, e il più piccolo di neanche un anno che tenevo in braccio e che strillava sempre per la fame. Ricordo che mi ha preso anche l’angoscia di finire in una terra straniera.
Anche adesso non sto bene qui. Vorrei tornare a casa, perché questa terra non è la mia. Appena potremo ce ne andremo.
Qui abbiamo tante spese e pochi soldi e siamo soli, non abbiamo nessun altro della nostra famiglia. L’affitto in una casa a Rawalpindi costa e anche la scuola costa.
Io voglio che i miei figli studino, anche Roja, come ho fatto io, perché se studiano possono avere più possibilità.
Mia sorella, che è vedova, vive in America con quattro figli e fa il medico, ma io non voglio andare in America. Lei ci manda da vestire e qualche soldo. Ma io non voglio andare in America. Neanche quella è la mia terra e qua mi sento sola, senza parenti. Neanche la casa è mia.
Chiedo alla figlia se va a scuola. Stringendo in mano la sua borsettina rosa e celeste, regalo della zia, risponde:
Frequento l’undicesima classe, ma vorrei andare all’università e anche mio fratello più grande vorrebbe fare tecnologia e informatica. Io non ricordo bene che cosa è successo, ma so che a Kabul stavamo bene e ora siamo costretti a vivere da poveri.
La madre, rivolgendosi al medico che nel frattempo ci ha raggiunte, lo prega di farmi capire che la ragazza soffre molto di quello stato che avverte come un declassamento, un degrado umiliante. Osservo Roja mentre il medico mi traduce e noto che abbassa gli occhi e stringe i denti.
Mi rendo conto che le espressioni non verbali possono aiutarmi a comprendere di più della traduzione che è sempre sintetica e imprecisa. Oltretutto l’afghano è una lingua ricchissima che l’inglese, parlato a mala pena, non riesce a rendere nei dettagli e nelle sfumature.
Dico a Marshal che in fondo lei era una donna privilegiata nel suo Paese. Mi risponde:
Sì, io ho potuto studiare. Anche il mio matrimonio, combinato dalle famiglie per rafforzare il loro legame, è stato un buon matrimonio. Mio marito non mi ha mai picchiata e ha permesso che lavorassi. So che per tante donne afgane non è così, però io credo che ci voglia tempo per cambiare le cose e che la situazione delle donne cambierà se cambieranno prima gli uomini, qui [e si indica la testa].
Le dico che RAWA confida invece nella rivoluzione delle donne per le donne. Mi guarda e scuote il capo con un mezzo sorriso.
 
La donna delle pulizie ha un faccione largo e gli occhi a mandorla. È di una tribù hazara che evidenzia chiare origini mongole.
Mi sorride e capisco che mi vuole dire qualche cosa. Con l’aiuto del medico, racconta:
Ho quarantanove anni e vengo qui da vent’anni. Ma non come rifugiata. Viviamo con i nomadi durante l’inverno e d’estate torniamo a casa, a Gardez. I nostri parenti ci danno da dormire sotto le loro tende.
Qui mio marito e i miei sette figli coltivano fiori e fanno piccoli lavori e io mi arrangio a pulire qui. Le figlie e le nuore stanno al campo con i bambini e a turno i figli maschi. Viviamo tutti in due stanze suddivise da coperte e tappeti. L’acqua la prendiamo a una fontana sulla strada fuori del campo e quando piove raccogliamo quella.
Prima si stava meglio. Adesso siamo troppi e a volte ho paura per le mie figlie perché il buono e il cattivo è dappertutto. Una volta sono entrati in casa per rubare. Per fortuna c’erano i miei figli più grandi. Per questo non voglio che le ragazze stiano sole.
Sharara spiega che mescolati ai profughi ci sono anche emigrati stagionali che da sempre vanno e vengono dall’Afghanistan. Quando qui la temperatura raggiunge i cinquanta gradi si rifugiano nel fresco delle loro montagne.
 
A Peshawar arriviamo il giorno dopo l’attentato al direttore di The News, il giornale progressista in lingua inglese.
È una città inquietante, Peshawar; niente a che vedere con la festosa Lahore che accoglie lo straniero con colori sgargianti e sorrisi bianchi. A Peshawar non si ride. Le donne passano leggere, senza rumore, avvolte nel burqa rigonfio dell’ultimo bimbo. Il burqa è uno strumento di tortura: dopo un po’ si respira il proprio respiro.
Non si vede nemmeno dove si mettono i piedi attraverso quella specie di grata di fili, ma nello stesso tempo nasconde e protegge.
Un ragazzo si sbraccia mentre sale sull’autobus, vuole essere fotografato. Lo accontento e lui si sbraccia ancora di più e grida How are you?
Una bimba che ha assistito alla scena mi gira intorno, mi guarda. Provo a fissare il suo sguardo interrogativo, il nero dei capelli, il rosso del velo che scende vezzoso fino a terra.
La scuola elementare, gestita dalle organizzazioni femminili di HAWKA e RAWA, conta quattro aule che si aprono su una corte interna. 150 bambini seguono le lezioni seduti sul pavimento di terra battuta coperto di tappeti. Hanno lasciato le scarpe fuori, perfettamente allineate. Non portano la divisa come in altre scuole.
Non tutte le famiglie mandano i loro figli a scuola. Molti sono fuori per le strade a chiedere l’elemosina.
Tahira insegna inglese nella 1° B. Ha 21 anni.
Sono arrivata da Kabul nel ’94 con mia madre vedova e la famiglia dello zio. Mio padre è morto d’infarto. La interrompo per sapere se lo zio ha sposato sua madre secondo il diritto/dovere del levirato che è ancora diffuso presso alcune tribù ed esteso anche alle aree urbane all’epoca dell’invasione sovietica. No, mio zio non ha sposato mia madre. Ci ha accolte nella sua famiglia, per non intaccare l’onore della famiglia.
Una donna senza marito è di tutti e mia madre e io, sole, rischiavamo di essere rapite, violentate o costrette a chiedere la carità, o peggio. Avevo 11 anni allora, ma ricordo quel viaggio, lungo un giorno intero, ma a me sembrava che non finisse mai, su un camion pieno di gente, alcuni aggrappati sopra che sobbalzavano su quella strada tortuosa.
Qui in Pakistan sono riuscita a diplomarmi. Per me questo è importante perché posso insegnare. Prendo 1500 rupie al mese (poco più di 20 euro). Posso lavorare e non sposarmi. Non penso di sposarmi, se capiterà, forse, ma non ci penso.
Voglio tornare a casa e insegnare. Dagli ultimi dati, l’80% delle 7000 scuole afgane non ha ancora ripreso a funzionare e mancano 40.000 insegnanti.
Tahira ha dunque buone possibilità.
Le chiedo se questa sua volontà ha a che fare con l’emancipazione della donna.
Sì, nel senso che se dovesse capitare è perché lo voglio io, non perché mi è stato imposto. E poi io voglio insegnare e se sposarsi e fare figli vuol dire chiudersi in casa, no, non voglio sposarmi. Voglio pensare a me. La famiglia non è una mia priorità.
E poi qui ci sono difficoltà. Prima avevamo poco ma eravamo felici. Qui siamo pur sempre degli stranieri in terra straniera, anche se siamo molti.
 
La vita di profuga, pur tra mille difficoltà, può rivelarsi per le donne istruite un’opportunità. Possono insegnare e dare ad altre future donne una loro autonomia e ai futuri uomini un’educazione svincolata dalla tradizione e dalle pratiche più antifemminili.
Salia ha 45 anni. Anche lei insegna inglese. Si è sposata 5 anni fa con un altro profugo e ora ha una bambina di quattro anni che sta con lei in aula.
A Kabul ero insegnante universitaria e non avevo tempo di sposarmi. Diciamo anche che ero troppo diversa, troppo autonoma perché uno chiedesse di sposarmi. Qui invece sono una come tutte le altre, anche se istruita, e così ho trovato marito, profugo anche lui e a 41 anni sono diventata madre.
Sono venuta a Peshawar attraverso le montagne, il passo del Kabyr, nel ’96, quando i Mujahiddin presero il controllo di Kabul, su un autobus, con tutta la famiglia. Era strapieno. Credevo di morire soffocata.
Gli Hazari facevano pressioni psicologiche. Ero già scappata nel ‘92-’93, quando la costituzione che riconosceva i diritti delle donne venne sospesa.
Ho assistito a violenze di ogni tipo, anche sessuali, ho visto donne segnate per sempre da quelle violenze, nella mente più ancora che nel corpo. Ne ho conosciute anche qui nei campi. Ma qui la solidarietà tra donne è grande e pian piano riacquistano fiducia.
Nonostante gli uomini. Gli uomini sono un problema, ma sono sicura che istruzione e lavoro potranno attenuare il loro dominio sulla donna. Se si comportano così con la donna è perché sono ignoranti e non hanno niente da fare.
Con le donne pakistane c’è amicizia, parliamo dei nostri ammalati, ci scambiamo visite, non ci sono differenze di classe sociale, anche se le donne istruite sono viste e si vedono superiori, nel senso che hanno più possibilità. Ho comunque molta voglia di tornare a Kabul anche se il futuro mi preoccupa molto.
 
Aroun, il ragazzo di RAWA, mi accompagna nel campo profughi di Khewa, a 30 Km. da Peshawar. In verità aspettavo una ragazza. Ma è troppo pericoloso per una donna col burqa farsi vedere con una straniera. Durante il tragitto Aroun mi racconta la sua storia.
Ho 20 anni e vengo da Kabul. La prima volta sono scappato dai russi, con la mia famiglia, poi con l’arrivo dei talebani abbiamo pensato di ritornare. Un giorno stavo andando al forno quando incontro tre talebani che mi vogliono rapare.
[Una delle imposizioni dei talebani era che gli uomini dovevano portare i capelli corti e le barbe lunghe annodate sotto il mento. Molti di quelli che avevano la barba rasata, ebbero il naso e le orecchie tagliati] Scappo e mi rifugio in casa. Quelli mi seguono e cominciano a battere alla porta così forte che la buttano giù. Perché sei scappato? Mi chiedono. Per paura!
No, tu sei scappato perché hai una pistola. Gli dico di no, parlando pashtun. [La maggior parte dei talebani è di etnia pashtun cui appartiene il 40% della popolazione afgana].
Così mi hanno lasciato andare e sono scappato qui per la seconda volta. Adesso lavoro a ore da un sarto e studio. Devo fare gli esami e poi iscrivermi al college ma ci vogliono 5000 rupie (70 euro) per insegnamento e non so se riuscirò ad avere tutti questi soldi. E poi nei college pakistani ci sono solo sei posti per gli afgani, i migliori nei voti.
Vorrei studiare tecnologia e informatica. Intanto aiuto RAWA da esterno, così spero che facciano un progetto anche per me, per permettermi di studiare.
 
La strada per il campo è una pista polverosa che lambisce una fabbrica di mattoni.
Non c’è anima viva in quel deserto e la macchina sprofonda sempre di più. Scendiamo e continuiamo a piedi. In lontananza le mura di terra del campo riflettono la luce del sole. Un portone di ferro si apre. Entriamo. I primi a uscire, a frotte, sono i bambini, poi le donne. Qui è tutto ordinato. Ci sono persino alberi in una specie di piazza dove razzolano delle galline. I corridoi che delimitano le casupole di terra sono puliti. Non c’è traccia di immondizie.
Ci viene incontro Sharif, il dottore quarantaduenne che vive e lavora nel campo da dieci anni. Ha moglie e un figlio. In separata sede, mi racconterà più tardi la sua storia.
Sono nato a Kabul dove ho frequentato le scuole elementari e la scuola medica. Mi sono laureato nel 1984. Ho fatto sette anni di carcere a Kabul, prima per via dei russi, poi dei talebani. La prima volta sono stato arrestato nel ’79 dall’esercito afgano filosovietico. Il quel periodo per la prima volta vennero arrestate e torturate anche le donne sospettate di avere contatti con gruppi politici antisovietici. Io in verità ero contro i sovietici, perché avevano invaso la mia terra e questo non era bene, ma non ero con i Mujaheddin.
Infatti, nell’87, sono stato catturato dal partito fondamentalista e messo di nuovo in prigione. Sono riuscito a scappare e siccome ero ricercato anche a Peshawar mi sono rifugiato qui, dove ho messo in piedi questo ambulatorio 15 anni fa.
Qui sono stato bene. Ho curato (ciascuno paga per quello che può) oltre cinquemila profughi, di dissenteria e malaria, di infezioni varie, dei morsi dei cobra e degli scorpioni che infestavano la zona. Le mostro questa tabella: vede le malattie più frequenti sono stare diarrea, malaria, anemia.
Dal 2002, 120 persone sono andate all’ospedale, 5 sono morte e 168 sono nate.
Nel 2002 eravamo 5399, oggi 4249, 2129 uomini e 2120 donne. Quelli che mancano sono tornati a casa.
Qui abbiamo fatto un progetto di pianificazione famigliare attraverso la pillola anticoncezionale. Sono 25 le donne che si sono sottoposte al trattamento. Le altre subiscono ancora le pressioni dei mariti.
In media la donna afgana fa sette figli, ma abbiamo il caso di una trentacinquenne con 9 e una con 18. Abbiamo 1000 bambini sotto i 5 anni.
Questo è un dato strabiliante se pensa che in Afghanistan un quarto dei bambini non riesce a superare i cinque anni di età. Muoiono di morbillo, raffreddore e soprattutto di diarrea. Abbiamo 66 vedove. Le vedove vivono una situazione impossibile. Devono lavorare se vogliono sopravvivere, altrimenti l’alternativa è lo sfruttamento sessuale, anche dei loro figli, che a volte sono costrette a vendere.
Qui, nel campo, esse sono tutelate, abbiamo un servizio d’ordine di 150 persone che controlla e impedisce soprusi e violenze. Solo all’inizio c’è stato un caso di omicidio di un ragazzo accoltellato da un altro ragazzo, poi più niente. La gestione del campo è affidata a un consiglio di 5 membri, un capo e un vicecapo compresi. Insomma attraverso l’autogoverno abbiamo fatto una prova di democrazia che credo possa essere insegnata quando torneremo di là alla gente di là. Infatti abbiamo deciso unanimemente di tornare, fra 6 mesi.
Là le condizioni democratiche stanno migliorando e Karzai sta facendo bene.
Siamo in grado di farci le case, per il lavoro non abbiamo nessuna garanzia, ma speriamo.
 
Jamila è una delle 66 vedove e ha due figli. Entra con la Coca Cola e mi sorride.
Su richiesta del medico, che conosce bene la sua storia, la racconta anche a me:
Ho quarant’anni, vedova con due figli. Sono venuta a piedi da Kabul a Peshawar con i figli. Dodici giorni di cammino e di paura, di pianti. I cardi tra i sassi mi scorticavano le gambe. Erano tutta una crosta purulenta quando sono arrivata a Peshawar. Dicevano che andavamo nella terra dei ladri a riprenderci quello che avevano rubato dalle nostre case. Io ero contenta di andare via, di non essere più picchiata dalla famiglia di mio marito. Anche lui mi picchiava. Non so perché, era violento. A 12 anni sono andata sposa di un vecchio per pagare un debito di mio padre. Anche lui mi picchiava, mi teneva come una serva. Poi mi ha venduta a un altro uomo più giovane che è il padre dei miei figli e che è stato ucciso dai talebani. Così sono scappata di notte per non farmi vedere, senza niente, perché a piedi non ce l’avrei fatta. C’erano altre persone con me, ma ho sempre avuto paura. A Peshawar ho dovuto chiedere l’elemosina.
Qui sono stata bene, guardo i bambini orfani. Ma adesso il mio cuore è triste, ho nostalgia e prego sempre di tornare il più presto possibile. I miei figli sono grandi e possono pensare a me.
Il medico mi dice che Jamila ha avuto notevoli problemi psicologici a seguito delle violenze subite, anche sessuali, delle quali non vuol parlare, ma che ora, grazie al ruolo di “nurse”, si è ristabilita.
Anche Fatma, 35 anni e due bambini, vuole andarsene. È nel campo da otto anni.
Di notte assieme ad altre donne vado a lavorare nella fabbrica di mattoni. Noi donne li impastiamo e poi gli uomini di giorno li portano a cuocere dentro dei sacchi che si caricano sulle spalle.
Ci pagano meno, quattro volte meno: 470 rupie (7 euro circa) al mese, anche se respiriamo la stessa polvere. Di giorno andiamo a fare la spesa a Peshawar o a raccogliere legna qui intorno per il fuoco. Ho vissuto bene qui, siamo una famiglia sola, non ci sono differenze di classe o di casta, e più ci sentiamo diversi dai pakistani e più siamo vicini tra di noi.
Noi donne soprattutto siamo molto solidali. Ai bambini abbiamo insegnato che sono tutti fratelli anche se appartengono a etnie diverse. Però adesso voglio tornare a casa.
 
Andare a fare la spesa è importante per le giovani donne.
E’ un segno di autonomia. Per la tradizione e i talebani, infatti, fare la spesa è compito degli uomini o delle donne anziane, per il semplice fatto che i negozianti sono tutti maschi e non è bene che una giovane abbia contatti con loro o con i commessi. Dalle testimonianze di queste donne, raccolte nell’aprile 2004, emerge la voglia e la volontà di tornare a casa accompagnate dalla consapevolezza che sarà comunque dura. Tuttavia tornare tra le difficoltà è sempre meglio che essere partite tra le difficoltà.
Inoltre molte di queste donne hanno acquisito nella loro condizione di profughe la possibilità di studiare, almeno di alfabetizzarsi, di lavorare fuori casa. Hanno sperimentato la solidarietà, grazie alla vita in comune, e quegli embrioni di democrazia di cui parla il medico.
Paradossalmente è nella reclusione dei campi, nella vita quotidiana, ma anche grazie al lavoro di educazione di RAWA e HAWKA, che hanno capito e vissuto il senso vero della libertà, il valore vero della famiglia e della società, quello della vita contro ogni violenza e intolleranza.
Molte di queste donne confidano ora nei loro figli e nel cambiamento dei loro uomini attraverso il lavoro.
Il senso del lavoro come mezzo di promozione personale e sociale è davvero forte. Perciò nella maggior parte non rivendicano astratti diritti umanitari, ma condizioni di vita concrete: istruzione e lavoro appunto, per i figli, i mariti e anche per loro.
La maggior parte è convinta che solo lo sviluppo economico porterà un cambiamento sociale e culturale generale che modificherà anche la condizione delle donne. Le più istruite, invece, sono convinte che solo dalle donne potrà partire un cambiamento vero e sostengono il loro ingresso in politica e come presupposto la laicizzazione dello Stato contro ogni fondamentalismo.
In ogni caso sono piene di speranza, così da essere pronte ad altri nuovi sacrifici, ché tanto: migozarad! Passerà.
 
 
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Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso. Assecondami.

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