Biden - Putin - Zalesky, tre pupari assetati di fama e di potere

Quando finisce la guerra in Ucraina? Oggi e da molti giorni ce lo chiediamo. Soprattutto le generazioni più giovani che mai hanno dovuto convivere con la guerra ed ora scoprono alle soglie di casa un conflitto più assurdo che angosciante, più surreale che preoccupante. Il mondo adulto fa la guerra. Chi non si rassegna si chiede: quando arriverà il miracolo?

Ma non ci sarà un miracolo. Perchè sempre attuale ed esportabile che sia la democrazia con le sue guerre, o la supremazia economica, o la difesa di valori sociali, vogliamo ricordare, che da sempre e sino ad oggi, ad ogni tavolo di negoziazione o di trattativa o su ogni campo di battaglia si può ascoltare, il potere

guerra pelopponesoAd ogni passo nel corso di questa guerra in Ucraina sembra di rileggere la "Guerra del Peloponneso" scritta da Tucidide nel V secolo A.C, sono passati oltre 2500 anni e nessuno sembra volersi riscattare da certi orrori.

“Vogliamo estendere il nostro dominio su di voi senza correre rischi e nello stesso tempo salvarvi dalla rovina, nell’interesse di tutti!” - dissero gli Ateniesi.
“Come potremmo avere lo stesso interesse: noi a diventare schiavi e voi a essere padroni?” - obiettarono i Meli.
“Perché voi avrete interesse a sottomettervi prima di subire gravissimi danni, e noi avremo il nostro guadagno a non distruggervi completamente.” - risposero gli Ateniesi.
“Sicché non accettereste che noi restassimo in buona pace, amici anziché nemici, conservando la nostra neutralità?” - obiettarono ancora i Mieli.

La vostra amicizia ci danneggerebbe più di un’aperta ostilità. Agli occhi dei popoli che dominiamo, l’amicizia diventerebbe una prova di debolezza da parte nostra, mentre il vostro odio testimonierebbe la nostra potenza!”.

 

pirandelloLuigi PirandelloEd è così che pretendendo di non pagare nessun biglietto, assistiamo in prima fila alla sceneggiatura di "Uno nessuno centomila" ed entriamo nel labirinto della democrazia e sul palcoscenico del mondo cominciamo a domandarci come appaia il nostro aspetto, a chi ci conosce, a chi incontriamo, a chi ci contempli. Ed è allora che non sappiamo più chi siamo, perchè l'"uno" che credevamo di essere si è dissolto tra le mani, quindi che importa se siamo "nessuno" o se siamo costretti ad assumere le "centomila" identità che ci attribuiscono gli "altri", quegli altri che fanno di noi ciò che vogliono quando si pongono ad osservarci.

Ed infine anche agli uno con molto potere e molta esposizione,  succede di perdere la propria identità, e ci si crea intorno una prigione di falsità da cui, si continua a ripetere, di poter uscire solo in due modi: con la follia o tramite la morte. 

Nel frattempo ci siamo creati dei ruoli che recitiamo nella vita quotidiana assumendo anche determinati comportamenti, recitiamo insomma una parte per ottenere dagli altri un certo riconoscimento, per fare assistere al pubblico alle nostre performance con successo oppure no, a seconda di risultare convincenti. 

È interazione sociale si potrebbe dire, e se agiamo in modo appropriato e funzionale le nostre azioni, anche le più scellerate si potrebbe dire, conducono al successo ed al potere, ed in caso contrario al fallimento. Se non fosse che obblighi e convenzioni sociali stritoleranno l'uno e produrranno centomila pezzi pronti a confondere e frustrare ogni aspirazione di altri nessuno.

Ecco quindi che vogliamo riprendere e rappresentare delle storie, dimenticate o taciute, i protagonisti delle quali sono i tre nefasti pupari: Biden, ovvero il presidente degli Stati Uniti d'America, Putin il presidente della Federazione Russa e Zelesky  il controverso presidente dell' Ucraina con la voglia di Comunità europea e di NATO.

 

Joe Biden, non c’è più religione

Il Presidente cattolico bombardando la Siria non si è dimostrato portatore di pace come aveva promesso.

Ha esordito male, agli occhi dei credenti, il cattolico Joe BidenFoto di Makurley DixonFoto di Makurley Dixon bombardando la Siria.

L’anno scorso era Trump a colpire in Medio Oriente uccidendo il generale iraniano Qassem Soleimani a Baghdad, ora è Biden - 26 febbraio - che gli succede uccidendo, secondo le informazioni disponibili, 17 miliziani sciiti appartenenti ai gruppi Kataib Hezbollah e Kataib Sayyid al-Shuhada, entrambi collegati a doppio filo ai Pasdaran iraniani, più alcune abitazioni che facevano da nodi logistici lungo il confine Iraq-Siria nei pressi di Al Bukamal (da notare che è una zona in cui lo spazio aereo è controllato dalla Russia).

Questa sortita del tutta inattesa rischia di rimanere epocale perché l'incursione è avvenuta alla vigilia - 5 marzo – della visita del Papa in Iraq, durante la quale il Pontefice si incontrerà con il Grande Ayatollah Ali Al Sistani, capo degli sciiti che in Iraq sono in maggioranza.
Perché il cattolico Joe Biden “disturba” con questo sanguinoso sconquasso il pellegrinaggio in Iraq del suo Pontefice?
A questo punto vale la conclusione di Evan Osnos giornalista del New Yorker, che aveva dipinto il candidato alla presidenza Biden, come un politico che, “ fa leva su una scommessa: quando il pendolo della storia oscillerà lontano da Trump, egli si affiderà alla sua esperienza politica piuttosto che sullo zelo giovane dei progressisti”.
 
Infatti, Joe Biden è liberista in economia, liberale in materia di diritti civili, ma non meno imperialista di Trump sul fronte della politica estera.
Egli appartiene a quella vasta schiera di democratici, cresciuti nell’èra Reagan, i quali sostengono che l’arte del negoziato, del compromesso, dell’apparire sorridente e perciò moderato, sia la solo chiave per affermarsi. Infatti, gran parte della carriera se la è costruita proprio col Medioriente, a cominciare dalla seconda guerra del Golfo del 2003 con l’invasione dell’Iraq per abbattere Saddam Hussein, provocando la morte e la fuga di centiania di migliaia di essere umani.

Pertanto, questi primi passi del cattolico presidente sono contraddizione, perché Biden ha parlato esplicitamente di pace, di soccorso ai sofferenti della pandemia, della sua fede religiosa durante tutta la campagna elettorale, a cominciare dalla nomination, ma poi ha bombardato la Siria.

Sicuramente per placare gli animi di coloro che l’hanno votato, ma anche per non offrire nuovi pretesti a coloro che non l’hanno votato, una gran parte dei quali si serra ancora intorno a Trump. Si tenga anche a mente che Joe Biden, è il secondo presidente cattolico del Paese, dopo John Kennedy.
Un presidente cattolico è un’eccezione nella più grande democrazia occidentale ed è vissuta addirittura come un’anomalia sospetta. Sicchè è più che naturale l’ansia di tranquillizzare in primis i suoi massimi finanziatori, i padroni di BlackRock, dimostrando col bombardamento in Siria, che non c’è soluzione di continuità nel suo intendere il rapporto con il Medio Oriente.

La conversione del Medio Oriente al liberismo, è un’utopia che l’America si trascina dal 1991, dalla prima Guerra del Golfo, mentre l’Unione sovietica stava cessando di esistere. Essa si propone di scatenare lo spontaneismo ultraliberista e il laicismo radicale, con l’intento di rilanciare la corsa al materiale con uno slogan di facile presa: crescita infinita, più tecnica, più benessere.

Non è un invito privo di suggestione, ma non lo è abbastanza nel mondo musulmano. Poiché, Il laicismo radicale predica una morale edonistica, secondo la quale gli uomini possono fare ciò che a loro piace purché nel rispetto delle leggi dello Stato.
Esso fa leva sul desiderio dei beni materiali, sulle gioie del consumismo, consola le masse dei consumisti alle prese con una vita carica di tensioni e di stress, trascorsa all’inseguimento di una soddisfazione mai pienamente raggiunta.
Ha i suoi alleati nell’entertainement televisivo, nelle pubblicità le quali con i pacchetti vacanze, occhiali, jeans, profumi, automobili, cibi, bevande suggeriscono una seducente variante della trascendenza. I modelli e i profeti per le masse dei consumisti lo diventano tutti i rappresentanti dell’élite consumista cioè coloro che riuscendo a trasformare la loro esistenza in un capolavoro del consumismo, diventano un modello da imitare.
Poiché la pratica religiosa va riducendosi sempre più, in molti sono portati a credere che le previsioni e gli auspici dell’integralismo laicista si stiano realizzando, nonostante la pandemia.
 
Beninteso, anche nella società musulmana, tra i ceti più evoluti si scorgono le tracce dell’ansia che tormenta l’Occidente.
Pertanto in molti, anche tra il clero, si stanno chiedendo se sia più opportuna una limitata laicizzazione del mondo islamico con una totale separazione della sfera politica da quella religiosa come viene invocata da più parti in Iran, in modo da poter reggere il confronto con il secolarismo ideologico con il quale il consumismo s’accompagna.
E’ naturale che il processo di modernizzazione occidentale così come appare loro alla televisione, sui giornali li intimorisca, la minaccia dello sfascio della famiglia li sgomenti.
Del resto, anche il socialismo scientifico che prometteva progresso, nel contempo difendeva l’immagine della famiglia pur dilatandola nel collettivo poiché temeva che, con lo stemperarsi della tradizione sarebbe venuto meno il principio di autorità e quindi dello Stato sovietico medesimo.

Malauguratamente, la tensione internazionale amplificata dai media con una tenacia ossessiva e assordante predicando e praticando molto poco l’ideologia di pace e molto di più l’ideologia di guerra, incoraggia ad accantonare - quasi fosse un problema secondario - l’affermazione del moral framework, la cornice morale di valori, quell’etica mondiale indispensabile al bene dell’umanità.

E dunque la «speranza democratica Biden» al suo primo passo, delude. Sarà interessante sapere con quale passo il presidente cattolico si muoverà nel suo paese, per gestire un problema sociale ricorrente della democrazia americana, quello del razzismo degli afroamericani, riassunto nella uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto di Minneapolis, che evidenzia la misura dell’ingiustizia sofferta dai neri, troppo spesso manifestata nella violenza della polizia.

 

La Russia è di nuovo il paese dei Cosacchi

I nipoti degli epici cavalieri dell'Esercito imperiale russo, il braccio armato dello zar,  sono diventati un efficiente spauracchio da ostentare da quando hanno represso le manifestazioni che hanno agitato le piazze di 28 città della Russia in seguito alla condanna del giovane blogger Navalnyj e al tentativo di Putin di chiudere per sempre la bocca al dissenso. 

Sempre più fedeli al soldo che alla bandiera, sono intervenuti per placare le folle per nulla violente. Anche nella piazza Pushkin, al centro di Mosca hanno colpito i manifestanti: i cosacchi picchiavano e la polizia arrestava e se i cosacchi esageravano, la polizia era costretta a portare via anche qualche cosacco.

Prima di allora, il presidente Putin li aveva impiegati soltanto nella guerra vera, durante l' invasione del territorio georgiano nel 2009, inviando battaglioni cosacchi in Ossetia e Abkhazia del Sud. Adesso, il presidente Putin li utilizza per  incutere timore agli integralisti islamici di Cecenia, Daghestan e Kabardino Balkaria e anche ai giovani piccolo borghesi delle grandi città che da qualche tempo hanno preso l'abitudine di inscenare grandi manifestazioni di piazza contro il potere. Da dove gli nasce tanta fiducia nei cosacchi? E' una storia che merita di essere conosciuta.

cosacchiSu quella stessa piazza di Mosca dove sorge la cattedrale di Santa Caterina, e il mausoleo con la salma imbalsamata di Vladimir Lenin, duecento e passa anni fa giunse Golovatij, il capo, l'ataman dei cosacchi Zaporoghi, col suo mantello vermiglio sulla cerkeska nera, la lunga barba e in testa il colbacco di astrakan da combattimento. Prese il sale e il pane che una fanciulla bionda gli porgeva come segno di benvenuto sulla nuova terra e sguainò la spada davanti ai suoi soldati. 

Lui che aveva combattuto mille battaglie e aveva pianto la morte di Pugacev il ribelle, il condottiero che per i cosacchi era stato lo "zar della speranza"; il temerario che aveva osato sfidare Caterina la Grande  mettendo le Russie a fuoco e fiamme finché non era stato catturato e condotto davanti a San Basilio a Mosca sul Lobnoie Mesto, il cippo di marmo dove venivano eseguite le condanne. La sua testa cadde per prima con un colpo di mannaia, poi il suo corpo smembrato in quattro parti fu trascinato dai cavalli intorno alla piazza perché chi non avesse visto potesse capire quale sorte spettava a chi osava ribellarsi all'Imperatrice. 

Ma oramai erano passati dall'esecuzione vent'anni e l'armata cosacca, che si era coperta di nuova gloria sul Mar Nero, nella guerra contro i turchi della Sacra Porta, aveva ricevuto le terre del Kùban, nel Nord del Caucaso, e il metropolita aveva alzato la mano per benedire l'ataman Golovatij, i suoi Zaporoghi ed Ekaterinodar, il "Dono di Caterina", cioè la terra sulla quale sarebbe sorta la città fortezza con 43 villaggi che quei figli di nomadi della steppa si apprestavano a costruire, 1792 anni dopo la nascita della Santa Russia. E che nel 1920 sarebbe stata ribattezzata col nome di Krasnodar dato che, in russo la parola krasnij può intendersi con i tre diversi significati di rosso, di bello e di splendido dei quali ciascuno potevano andar bene nel Paese della rivoluzione rossa. 

Ma dovettero trascorrere settant'anni e passa prima che potessero ricomparire (giugno 1992) nella piazza di Krasnodar i cosacchi. Per primo vi giunse Aleksandr Gavrilovich Martynov, quarantenne piccolo e tarchiato, direttore dell'autorimessa n. 14 di Mosca, assieme ai capi dei cosacchi del Don e del Kùban, della Siberia e dell'Ussuri, del Dnepr e degli Urali. Si erano ritrovati per celebrare  la rifondazione degli Zaporoghi del Kùban, dopo che il primo presidente del periodo post sovietico Boris Eltsin con un decreto  li aveva riabilitati considerandoli "vittime della repressione sovietica". 

E così rifondandosi in gran pompa, con una certa alterigia e un ostentato vigore, da allora i cosacchi sono tornati ad essere la reincarnazione della fede-nazione, della russificazione storica e patriottica dei particolarismi etnici che agitano l'immenso Paese dentro i suoi confini. Il loro compito è diffondere tra le genti russe quel coraggio necessario per rinsaldare la rete degli interessi comuni capace di frenare le spinte centrifughe. 

Così li vuole Putin, che li foraggia e li sostiene. Essi gli servono. Fino a ieri li aveva impiegati soltanto nella guerra vera, durante l'invasione del territorio georgiano nel 2009, inviando battaglioni cosacchi in Ossetia e Abkhazia del Sud. Adesso li utilizza per  incutere timore agli integralisti islamici di Cecenia, Daghestan e Kabardino Balkaria e anche ai giovani piccolo borghesi delle grandi città che da qualche tempo hanno preso l' abitudine di inscenare grandi manifestazioni di piazza contro il potere. 

Infatti,  a Mosca capita spesso di  vederli aggirarsi pure nelle ore notturne, come ronde di quartiere in uniforme storica, pronti a dare una lezione a qualche ubriaco un po' troppo sguaiato o a segnalare rabbiosamente alla polizia eventuali «comportamenti immorali» sui marciapiedi di periferia. Marziali e spavaldi. Forgiati nelle loro nuove accademie, centri di addestramento, scuole religioso-militari protette, benedette, e gestite dal Patriarca ortodosso in persona, il quale non vuole perderne la tutela dal momento che persino Tolstoj ebbe ad affermare che «furono i cosacchi a creare la Russia». 

In fondo, questo inizio di Ventunesimo secolo è agitato dalla stessa ansia del Diciottesimo, che portò Caterina a rimettere ordine nell'impero con molte ingiustizie e contraddizioni, poiché anche allora, come ricorda l'acuto cronista dell'epoca Vinskij, «il problema sta soprattutto nella mancanza di personale competente». A Vladimir Putin questo ritorno degli uomini con i pantaloni blu dalle bande rosse, che un tempo indicavano l'esenzione dalle tasse gli va benissimo, sebbene i cosacchi non siano proprio una garanzia di fedeltà assoluta allo Stato, come constatarono nei secoli molti zar preoccupati dalla turbolenta e intermittente obbedienza dei loro migliori cavalieri. 

Ma a Putin, ansioso di "bonificare" le difficili aree del Caucaso islamico e separatista, e impegnato a tenere sotto controllo le piazze, essi gli diventano indispensabili. Sono per lui un efficiente spauracchio da ostentare anche durante le recenti manifestazioni che hanno agitato le piazze di 28 città della Russia in seguito alla condanna del giovane blogger Navalnyj e al tentativo di Putin di chiudere per sempre la bocca al dissenso. 

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Dopotutto da secoli, come si legge sui libri di storia, ogni qualvolta è arrivato in Russia il vento del cambiamento, i cosacchi, in sintonia con la loro natura ribelle, non sono mai stati dalla parte del nuovo, e meno ancora del dissenso. Hanno sempre difeso e con tenacia la conservazione, anche se da sempre nell'organizzazione dei clan applicano una sorta di socialismo con la proprietà collettiva nelle stanitze, cioè i villaggi; e una democrazia rappresentativa con l'elezione dell'ataman, il loro capo, a suffragio universale. Non vanno oltre. 

Infatti la storia li dipinge come il braccio armato dello zar.
Sono loro che sopprimono le rivolte, e sono ancora loro che combattono i bolscevichi, e l'ultima cavalleria, le ultime cariche dei "bianchi" sono proprio quelle dei cosacchi. 

E quando nel 1944 l'ataman del Don, l'ex generale zarista Piotr Nikolaevic' Krassnov, dal suo esilio in Francia lancia l'appello, riecco alcuni reggimenti con le famiglie e i carriaggi, le armi e i cavalli, schierarsi in Bielorussia a fianco dei nazisti  per combattere una guerra che li porterà dopo la ritirata dalla Russia di Stalin, nel Kosakenland Nord Italien, come la Carnia era stata ribattezzata dalle autorità hitleriane. 

Le quali avevano imposto ai «residenti degli agglomerati italiani - considerati politicamente ostili - di lasciare le case delle quali fruiranno i cosacchi, in particolare quelli del Don». Vi soggiorneranno dieci mesi. Poi, molti moriranno durante la ritirata, in una disperata fuga attraverso il fiume Drava, incalzati dalle truppe scozzesi che consegneranno poi i superstiti ai sovietici che li interneranno. 

I russi, che li guardano ogni qualvolta sfilano splendenti di alamari e di medaglie sull'uniforme da parata, non si pongono affatto problemi di ricorsi storici. Il pubblico russo sembra gradire, quasi gustare questo "risveglio di guerrieri" che non poteva essere più inaspettato, più repentino e più totale. 

Insomma, la Russia è di nuovo il paese dei cosacchi.
Sono tutti giovani che non chiedono scusa alla Storia, non sono guerrafondai, né "signori della guerra" ccosacchi copyome i loro antenati, sanno di rappresentare la tradizione russa, che è sopravvissuta a tutti i regimi del loro tormentato Paese.
«Noi vogliamo la rinascita dello spirito della Santa Russia, siamo schierati a fianco dell'Ortodossia.
 
Non crediamo alle promesse dei governanti, ma a quelle del Sacro Sinodo. Nei nostri villaggi abbiamo aperto le scuole di catechesi: i nostri figli devono sapere dov'è la verità», mi diceva con un lampo negli occhi Nikolai Liasenko, agronomo del villaggio Zelenciukskaia di Krasnodar e poi ufficiale in servizio permanente dei cosacchi a Mosca.
La divisa  gli avrebbe assicurato nella Mosca dei pochissimi ricchi e dei tantissimi poveri, una vita dignitosa all'ombra della bandiera verde, rossa e azzurra, dove il verde sta a indicare i cosacchi delle Repubbliche asiatiche, l'azzurro quelli dell'Ucraina e il rosso al centro quelli della Russia. 
Ogni domenica i pope benedicono la coda dei “guerrieri” che entrano e baciano tre volte l'immagine di Gesù nella cattedrale di Santa Caterina a Mosca, poi chinano la fronte sul vetro della teca segnandosi tre volte.
Benedicono la bandiera che s'ammaina sotto le volte dipinte in onore e in ricordo del dono dell'imperatrice e poi indicano il vessillo alla folla, quasi a voler significare con quell' aspersione benedetta che attorno ad esso è raccolta una forza capace di infondere nuove energie morali in una Russia ormai simile alla Spagna di Filippo IV e all'Inghilterra di fine Ottocento, imperi insieme formidabili, ma fradici all'interno. 

Eppure come non provare timore e inquietudine per questo sistema di fede testimoniato dalla tradizione più che dal desiderio di rinnovamento, conservato nei segni antichi di una fedeltà religiosa che, nonostante tutto, continua a tramandarsi da più di quattro secoli, cioè da quando gli Zaporoghi ne fecero l'insegna nella guerra contro i cattolici-polacchi. 

«La difficoltà maggiore sta nel fatto che in settant'anni il potere comunista ha cercato con tutti i mezzi di cancellarci e nel contempo di screditarci agli occhi del popolo», ha scritto Nikolai Ozerov, docente di Storia, e capitano dei cosacchi del Don.
«Non a caso dal 1992 ci siamo imposti il motto "Rinascita", poiché siamo come un albero che è stato sradicato. Se non avessimo avuto la religione non avremmo avuto di che nutrire le nostre radici. L'Ortodossia rimane il nostro sostegno, senza di essa non saremmo rinati». 

Mi ricordo quella domenica di giugno del 1992 a Krasnodar, dove si celebrava la prima festa della riabilitazione cosacca. Erano in tantissimi che si avviavano verso la Casa della Cultura, dove avrebbero tenuto  la loro prima assemblea pubblica.  Quei "guerrieri" che avevano dimenticato come si andava a cavallo, che avevano preso a prestito pugnali e spade dai teatri, poiché «se la polizia avesse trovato nelle nostre case una divisa o peggio ancora una lama, sarebbe stata per noi la prigione», si muovevano sicuri e padroni tra le automobili e gli autobus e puntavano al caffè della cooperativa nella ricerca vana di una bottiglia di vodka. 

La gente che faceva ala al corteo li guardava mentre mangiavano le salsicce, che secondo loro erano le migliori del mondo: li osservava e forse ravvisava, nelle cartucciere cucite sul petto della cerkeska, gli involucri d'alluminio dei sigari “Avana" che un tempo si riuscivano a comperare nelle tabaccherie sovietiche al prezzo di 85 copeki e che in quel 1992, in piena perestrojka,  non si trovano più.
 
Oppure riconosceva la pelle nera degli stivali da donna ritagliata per fare il nabor, cioè la cintura con dieci borchie trovate negli scarti della fabbrica; o magari rivedeva sulle spalline i nastri di lamé che servivano per abbellire gli abiti da sposa e che si trovavano nei magazzini a 60 copeki al metro e che in quel giugno al mercato nero non valevano meno di sei rubli. 
A quel tempo non c'erano ancora i negozi per questo look della nostalgia e bisognava arrangiarsi da soli, cominciando a raccattare quanto serviva per rifare l'uniforme, per essere pronti quando si annunciava il raduno.
E questo far da sé dei cosacchi faceva parte della loro singolare capacità di star fuori e dentro la società sovietica, uscendone - dopo che gli fu loro permesso - quando volevano: bastava mettersi in testa il papacha e allacciarsi la sciabola. Cosa che si ripete anche nella Russia di Putin
 
Mi ricordo Pantelei Ivanovich (non chiedetemi dopo trent'anni il cognome) che scuoteva la testa e diceva che i cosacchi della nuova generazione che non sapevano andare a cavallo non gli infondevano fiducia.
Lui abitava nella stanitza Pash-kovskaia che il pittore Ilia Rèpin scelse come fondale per la sua famosa tela “I cosacchi scrissero una lettera  al sultano ottomano”.
Abitava in una casina di legno con la moglie Aleksandra Semionovna, il nipote Igor, due cavalli bai e molti topi che gli avevano rosicchiato il vecchio album con le fotografie. 
Ma i ricordi di Pantelei Ivanovich rimanevano vivissimi e così singolari che facevano tornare in mente quelli dei cosacchi del romanzo di Babel, perciò li conservai nel taccuino degli appunti.
 
Mi raccontò che, «Quando partii per il fronte mio padre mi disse di ritornare col petto coperto di medaglie, altrimenti era meglio che mi facessi tagliare la testa dietro un cespuglio.
Combattei nel "Reggimento Sterminio", il cui compito era di fiaccare i tedeschi in ritirata. Ci lanciavamo alla carica dopo l'intervento dell'aviazione, nel fragore di sessantamila zoccoli e nel luccichio di quindicimila spade. Allora che ero ben saldo nelle gambe e avevo molta forza nelle braccia con un colpo solo di sciabola riuscivo a fare di un cristiano due metà. Avevo una cavalla, Ciaika, cioè gabbiano, l'avevo chiamata così tant'era agile, benché fosse nera come la notte sulla steppa cosacca». 
Pantelei Ivanovich si ritroverebbe sconcertato nella Russia di Putin collassata dal disagio sociale, con l'ultima generazione di cosacchi che si affiancano alle forze di polizia in un pattugliamento congiunto che mira a far osservare i divieti a mantenere l'ordine pubblico, a sedare i tumulti.
Beninteso, così operando essi sono riusciti a riapprioparsi degli antichi fasti, semplicemente usando manganello.
Ma con la sciabola - direbbe Pantalei - è tutt' un'altra cosa.

 

 

 Per non dimenticare Andrea "Andy" il giornalista assassinato dai fascisti di Kiev

Andrea "Andy" Rocchelli è morto a 30 anni. E' stato ucciso insieme al suo collega ed amico Andrej Mironov (giornalista e attivista politico russo, iscritto per alcuni anni al Partito Radicale) mentre documentava le condizioni dei civili intrappolati durante il conflitto del Donbass. I due - inermi -  furono colpiti da una scarica di mortaio durante gli scontri fra l’esercito e la Guardia nazionale ucraini, da una parte, e gli indipendentisti filorussi. Insieme a loro si trovavano un autista locale e un fotoreporter francese, William Roguelon, rimasto gravemente ferito.

La  giustizia italiana non è riuscita ad accertare le responsabilità per la morte di Andy Rocchelli, fotoreporter pavese, ucciso sotto un fuoco di mortai il 24 maggio 2014 nell’Ucraina Orientale, dove era impegnato a documentare giornalisticamente le violenze contro i civili durante gli scontri armati fra militari governativi e indipendentisti filo-russi.  È stato ucciso mentre visitava una zona del Donbass che da mesi era contesa con le armi fra le forze governative e gruppi indipendentisti filo-russi.

Quel giorno si era recato a bordo di un taxi nei pressi di Sloviansk, insieme a due suoi colleghi e amici: il fotoreporter francese William Roguelon e l’attivista e giornalista russo Andrej Mironov. Il loro taxi era di fronte alla collina Karachun quando sono stati colpiti da colpi di mortaio che hanno causato gravi ferite a ognuno di loro. Andrea Rocchelli e Andrej Mironov sono morti. Soltanto William Roguelon è sopravvissuto.

In Ucraina si è festeggiato Vitaly Markiv, con entusiasmo come un eroe nazionale e come una vittima fortunosamente sfuggita alle grinfie della giustizia italiana.  Figura forse secondaria ma complice, l'ex volontario della Guardia Nazionale Ucraina, che è nato in Ucraina e ha poi ottenuto la cittadinanza italiana, il 12 luglio del 2019 era stato condannato dalla Corte di Assise di Pavia a 24 anni di reclusione per la morte del fotoreporter Andy Rocchelli. Poi, il 3 novembre 2020 a Milano, dopo oltre tre anni di carcere, Vitaly Markiv è stato assolto in appello con formula piena e rimesso in libertà. La Corte di Cassazione ha confermato, il 9 dicembre 2021, l’assoluzione dell’italo-ucraino Vitaly Markiv, decretata dalla Corte d’Appello di Milano. Era l’unico imputato.

Di solito l’assassinio di civili e di giornalisti in zone di guerra è trattato come un danno collaterale, spiacevole ma inevitabile e in quanto tale non punibile.

Altre poche volte diventa oggetto di indagini e inchieste giudiziarie e dà vita a un processo che subisce ogni sorta di ostacoli: depistaggi, insabbiamenti, veti politici o diplomatici, segreti di stato...
È raro che i giudici possano accertare responsabilità individuali perseguibili. ne è esempio il deludente andamento dei procedimenti avviati in Italia per scoprire i responsabili dell’uccisione di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, di Antonio Russo, di Vittorio Arrigoni e di molti altri giornalisti.

bambini rifugiati ucraina Sloviansk 2014©Rocchelli, Ucraina, Sloviansk, maggio 2014, Bambini rifugiati in uno scantinato per proteggersi dai bombardamenti

  • Nel 2019, per punire i responsabili della morte di Andrea Rocchelli la giustizia italiana ha emesso una condanna di primo grado esemplare nel suo genere. Il processo di primo grado presso la Corte d’Assise di Pavia si è concluso nel luglio 2019 con la condanna a 24 anni di reclusione inflitti a un italo-ucraino, attualmente detenuto, che era membro della Guardia Nazionale ucraina. Ossigeno ha seguito con particolare attenzione tutte le udienze e ne ha dato conto. La sentenza di Pavia è  stata appellata ed è stata contestata dalle autorità ucraine e da altri. La parola torna quindi ai giudici. Qualunque possa essere la loro decisione la sentenza di primo grado ha già segnato un importante precedente rispetto alle giustificazioni di solito invocate dagli imputati in questi processi: non si possono attribuire genericamente e impersonalmente alla guerra le responsabilità per l’uccisione dei giornalisti durante i conflitti militari. Esistono infatti anche i crimini di guerra e le responsabilità personali che devono essere perseguite, a tutela dei cronisti e di tutti i testimoni scomodi che rischiano la vita per documentare in nome pubblico le violazioni dei principi umanitari e le atrocità che si compiono a danno dei civili, dei più deboli, affinché vengano impedite e punite.
  • 2016 – In maggio sono state ritrovate le ultime foto scattate da Andrea Rocchelli mentre si trovava sotto tiro, prima di essere ucciso. Esse documentano fra l’altro la tempistica degli spari, la conformazione del luogo ove si trovavano le vittime e il fatto che lui e le persone che erano con lui indossavano abiti civili.
  • 2017 – Il primo luglio, dopo tre anni di indagini della Procura di Parma e dei ROS dei Carabinieri, viene arrestato, al suo arrivo all’aeroporto di Bologna, l’italo-ucraino Vitaly Markiv, accusato di aver partecipato al gruppo della milizia della Guardia nazionale che avrebbe sparato i colpi di mortaio che hanno ucciso Andrea Rocchelli e Andrej Mironov e ferito gravemente il francese William Roguelon. L’accusa è di concorso in omicidio volontario. Vitaly Markiv è nato in Ucraina nel 1989 ed è arrivato in Italia nel 2002 insieme alla madre e alla sorella. Due anni dopo sua madre sposa un italiano, divenendo cittadina italiana e, quando compie 18 anni, anche lui prende la cittadinanza italiana. La famiglia vive nelle Marche. Poi per motivi di lavoro lui si trasferisce in provincia di Rimini. Quando esplode il conflitto del Donbass, tra milizie governative e filo-russi, Vitaly Markiv torna nel Paese d’origine e si arruola  volontario nella Guardia nazionale. Qui avrebbe avuto un ruolo di comando in una milizia installata su una collina della cittadina di Sloviansk, dove Rocchelli e Mironov hanno trovato la morte.
  • 2018 – Il 6 luglio comincia a Pavia il processo per concorso in omicidio nei confronti di Vitaly Markiv, 29 anni, ex militare della Guardia nazionale ucraina con doppia cittadinanza italiana e ucraina. Vengono accettate la costituzione di parte civile dei familiari di Andy Rocchelli, che chiedono che per la sua morte risponda lo stato dell’Ucraina. Si costituiscono parti civili anche la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e l’Associazione lombarda dei giornalisti (Alg); l’associazione di fotografi Cesura. Il processo viene seguito con una copertura giornalistica approfondita da Ossigeno per l’informazione in collaborazione con La Provincia Pavese, l’Unione Nazionale Cronisti Italiani  e l’Ordine Giornalisti Lombardia. Le cronache di Giacomo Bertoni sono pubblicato sul sit0 ossigeno.info e sono inoltrate a Vienna al Rappresentante per la Libertà dei Media dell’Osce, Harlem Désir, che segue con attenzione l’andamento del processo.  Molta attenzione al procedimento è stata dedicata anche dalle autorità ucraine e dalla comunità ucraina in Italia. In particolare, ad assistere ad una delle udienze, il 17 maggio 2019, è il ministro dell’Interno ucraino Arsen Avakov, giunto a Pavia per stare al fianco dei vertici della Guardia nazionale ucraina chiamati a testimoniare, e secondo il quale Vitaly Markiv è innocente ed è considerato in patria “un eroe di guerra”.
  • 2019 – Il processo si chiude il 12 luglio, con la condanna di Markiv a 24 anni di reclusione, sette in più di quelli richiesti dal pm Andrea Zanoncelli in quanto la Corte d’Assise non ha ritenuto sussistenti le attenuanti generiche invocate dall’accusa. Nella sentenza la Corte dispone la trasmissione al Governo della richiesta, avanzata dalla Procura, di procedere penalmente nei confronti di un ufficiale della Guardia nazionale ucraina, Bogdan Matkivsky, all’epoca dei fatti comandante di plotone dell’imputato.”Per noi è comunque un momento difficile. Ma questa sentenza rende giustizia ad Andrea e a tutti i giornalisti che rischiano la vita per raccontare la verità”, dichiarano i genitori di Andrea Rino Rocchelli ed Elisa Signori.“Questa sentenza – scrive Alberto Spampinato –  ha suscitato sorpresa e le proteste dei sostenitori dell’imputato, secondo i quali l’impianto probatorio non giustifica la condanna. Tutto ciò sarà riesaminato nel processo d’appello. C’è da augurarsi che lo sforzo per assicurare alla giustizia sia confermato, insieme al “no” secco, assoluto, che la sentenza oppone al fatalismo che ha sempre dominato queste vicende, giustificando, perdonando, riducendo a danni collaterali di lieve importanza i crimini con i quali le forze militari in campo eliminano dalle aree di crisi, dalle zone di guerra i testimoni più scomodi, i giornalisti che potrebbero documentare atti disumani contro i civili, o l’uso spropositato e strumentale della forza militare. (…). Le statistiche dell’UNESCO dicono che l’impunità per questi omicidi è quasi assoluta. La sentenza di Pavia interrompe questa impunità”. Le conclusioni cui giungono i giudici di Pavia sono pubblicate sul blog intitolato a Rocchelli.La decisione stigmatizza anche l’omertà, i depistaggi e l’atteggiamento non collaborativo delle autorità ucraine nella ricerca della verità.Il 17 luglio il ministro degli Esteri ucraino convoca l’ambasciatore italiano a Kiev definendo la sentenza “ingiusta” e chiede “un’inchiesta esauriente e imparziale” in vista del processo di appello. Il 25 luglio il presidente Volodimir Zelensky parla con il premier italiano Giuseppe Conte, definendo la sentenza “ingiustificatamente severa”.
  • 2020 – Critiche alla sentenza di Pavia sono venute anche dai Radicali Italiani che fra l’altro sostengono il progetto di inchiesta sulle circostanze della morte di Rocchelli e la produzione del documentario “The Wrong Place”, realizzato da giornalisti indipendenti, patrocinato dalla Federazione italiana diritti umani (Fidu) e presentato a Roma il 14 febbraio 2020. Il documentario – a cura di Cristiano Tinazzi, Olga Tokariuk, Danilo Elia e Ruben Lagattolla – è fra i vincitori del 2020 Investigative Grant Programme della Justice for Journalists Foundation (JFJ), propone una diversa ricostruzione dei fatti e uscirà nel settembre 2020.
  • 2020 – Il 29 settembre inizia a Milano il processo di appello. Le autorità ucraine chiedono di assolverlo. La difesa vuole un sopralluogo in Ucraina. 
  • 2020 – Il 1 ottobre la Corte rivela intimidazioni a un’interprete e chiede di indagare. Viene disposta la trascrizione integrale di una intercettazione in cui il condannato in primo grado direbbe fra l’altro “Abbiamo fottuto un reporter”. Il Ministro ucraino: “Markiv è nostro cittadino”.
  • 2020 – Il 15 ottobre la pubblica accusa e gli avvocati delle parti civili spiegano in aula perché chiedono la conferma della condanna di primo grado a 24 anni di carcere emessa nel 2019 a Pavia, per Vitaly Markiv. Ma secondo la difesa di Markiv non ci sono prove per condannarlo.
  • 2020 – Il 3 novembre viene emessa la sentenza di appello dalla Corte d’Assise di Milano Vitaly Markiv viene assolto con formula piena. L’imputato viene assolto “per non aver commesso il fatto” e viene scarcerato. La Corte d’Assise d’Appello inoltre revoca i risarcimenti accordati in primo grado anche a carico dello Stato ucraino, ritenuto responsabile civile. Annunciato ricorso per Cassazione dalla Procura generale.
  • 2020 – A dicembre la Russia ‘riapre’ il caso Andy Rocchelli. Viene emesso un ordine di cattura e estradizione per Vitaly Markiv, con l’accusa di omicidio multiplo, per la morte di Andrei Mironov e del fotoreporter italiano.
  • 2021La Corte di Cassazione ha confermato, il 9 dicembre 2021, l’assoluzione dell’italo-ucraino Vitaly Markiv, decretata dalla Corte d’Appello di Milano. Era l’unico imputato.

Andy è morto e l'Ucraina ne rivendica orgogliosamente l'omicidio, e intanto richiede l'ingresso alla Europa Unita mostrando il suo volto di stato sovrano, quello disegnato in particolare delle sue autorità, e del suo percorso di avvicinamento all'europa.

Arsen Avakov, Ministro dell'interno ucraino, che ha seguito di persona la sentenza di primo grado e quasi tutte le udienze di secondo grado. Fuori dal Tribunale ha fatto delle foto con Markiv e con i sostenitori presenti, foto subito rilanciate sul profilo Twitter del Ministro: «Felici! Gloria all’Ucraina!», il primo commento. Poi, la mattina successiva, la foto di Markiv che in uniforme stringe il pugno in segno di vittoria accanto al Ministro, su un jet privato diretto a Kiev. Poche ore dopo un video. Markiv si fa un selfie in piazza Santa Sofia a Kiev, davanti a uno striscione così grande da coprire l’intera facciata di un palazzo: #FreeMarkiv si legge. E ancora il ministro twitta: «L’avevamo promesso alla mamma».

Volodymyr Zelens’kyj, Presidente dell’Ucraina, scrive su twitter: «Accolgo con favore la decisione del tribunale italiano di assolvere la guardia nazionale ucraina Vitaly Markiv. La sua liberazione è una vittoria della giustizia! #FreeMarkiv l’hashtag può essere lasciato per la storia. Grato a tutta la squadra che ha lavorato per questa vittoria!», taggando i profili ufficiali del premier Giuseppe Conte e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Una mobilitazione imponente, che il Ministro Avakov aveva confermato fuori dal Tribunale: «L’Ucraina non abbandona i suoi soldati».

Le autorità italiane sono rimaste in silenzio. A parte un tweet del presidente della Camera Roberto Fico all’inizio del processo di Milano, le istituzioni italiane hanno taciuto persino di fronte alla pressione politica esercitata dall’Ucraina, dai suoi massimi dirigenti, per annullare la condanna di Markiv. «Qui non si fa politica, non si prende posizione per lo stato ucraino o per i separatisti ma si esamina soltanto un reato e la sua responsabilità», si è sentito in dovere di avvertire il sostituto procuratore generale in aula il 3 novembre, poco prima della sentenza, replicando ad alcune affermazioni fatte nelle arringhe della difesa.

Network ucraini e alcuni social italiani lanciano insulti che non stupiscono: la rete è aizzata da hater di mestiere. Ma più gravi gli attacchi giunti da portavoce istituzionali ucraini.  Anton Gerashenko, viceministro degli Interni. Ha detto che la famiglia di Andy era a caccia di risarcimenti in denaro. Ma i media, i giornali e le tv hanno parlato poco di questa vicenda o l'hanno taciuta. Pochi italiani sanno che cosa avevano deciso i giudici di Pavia e a quali opposte conclusioni sono poi arrivati, un anno dopo, i giudici di Milano. Solo in Ucraina e su pochi social dichiaratamente allineati si sono scaldati gli animi degli innocentisti.

I risultati del lavoro investigativo delle stesse istituzioni italiane, ricco di prove e testimonianze raccolte in sei anni di lavoro, sono state smentite per ragioni che la storia chiarirà e resteranno ancora più fissate nella memoria di #FreeMarkiv. Ma lo vediamo ripetersi in molte occasioni e non se ne capisce la ragione.

Foto di copertina Ritratto di Andrea Rocchelli, a cura di Arianna Arcara (Cesura)

 

 

 

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Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso. Assecondami.

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