Peter Glotz e il processo storico superato

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Nel novembre del 1989, poche settimane dopo la caduta del Muro, Martina Seitz intervistò il deputato socialdemocratico, e scienziato, Considerato “una della teste più brillanti della Spd”, Glotz avanzava previsioni che sarebbero state smentite dal processo storico: nella sua opinione le due Germanie non si dovevano riunificare e occorreva lavorare alla creazione di una forte socialdemocrazia nella DDR. Di lì a pochi mesi, in meno di un anno, Helmut Kohl avrebbe portato a casa la riunificazione.

 Glotz non aveva elementi sufficienti per poterlo prevedere. Non poteva immaginare un così rapido sbriciolamento del dominio sovietico sull’Europa dell’Est. E, al momento dell’intervista, Kohl non aveva ancora calato pienamente le carte del progetto di riunificazione.

Per questi motivi l’intervista è un documento di interesse storico. La testimonianza che ci arriva da un’epoca di confusione e prospettive incerte, sulla quale la sinistra democratica europea e tedesca non riuscì a incidere se non minimamente.

Lei ha assistito da vicino al crollo di un simbolo che ha segnato un’epoca di divisioni e di sofferenze. Quali sono i suoi sentimenti di tedesco occidentale e di socialdemocratico?

Glotz: II muro è stato una costruzione terrificante e capisco bene le dimostrazioni di giubilo che hanno accompagnato la sua demolizione. Bisogna sempre lottare per la libertà e per la libera circolazione attraverso le frontiere, in una nuova Europa. Naturalmente la Spd appoggia il movimento democratico all’interno della Rdt, e giudica decisamente positive le conquiste di libertà che esso ha ottenuto. Abbiamo subito instaurato buoni rapporti con il neonato partito socialdemocratico.

Quali saranno le ripercussioni degli avvenimenti odierni sul processo di integrazione europea?

Glotz: Lungi dal rallentare, dovremo al contrario rendere più spedito il processo di integrazione della Comunità, come ha sostenuto Jacques Delors. Un’Europa più forte avrà un effetto trascinante sui paesi del centro Europa e dell’Est. Occorre però che non soltanto la Rdt, ma anche altri Stati come l’Ungheria e la Polonia ricevano energici aiuti. Questi aiuti non dovranno essere avviati dalla sola Repubblica Federale, ma dall’intera Comunità europea. Sarà necessario spingere tutti i paesi più lontani dalla Mitteleuropa, come la Spagna, l’Italia, il Portogallo e la Grecia, a fornire aiuti economici sistematici. Non si tratta solo di impegnare i bilanci dei singoli Stati o della Comunità, ma anche di stimolare gli investimenti privati: ciò significa che i paesi dell’Est dovranno introdurre elementi di economia di mercato. La costruzione di un’Europa più forte dovrebbe essere un compito prioritario per la sinistra europea. Certo, Occhetto e Delors sono europeisti convinti e sono molto contento che Neil Kinnock riesca passo passo a vincere le posizioni antieuropee nel partito laburista. Esistono però ancora incertezze, esitazioni, egoismo. La sinistra europea non è una forza unitaria, monolitica.

Secondo lei gli avvenimenti odierni costringeranno la sinistra a discutere e a modificare certe convinzioni legate al passato?

Glotz: Personalmente non vedo alcun motivo per modificare le mie convinzioni. Quel che ha fatto bancarotta è non solo lo stalinismo, ma anche il marxismo-leninismo e io non vi ho mai aderito. Il socialismo democratico è sempre stato un’altra cosa. D’altra parte mi sembra che altri partiti, penso all’ex Partito comunista ungherese o al Partito comunista italiano, sentano una forte attrattiva per quella variante del socialismo democratico che è Bad Godesberg. Quando osservo la politica di Michel Rocard, di Ingmar Karlsson, di Felipe Gonzalez o di Oskar Lafontaine ho l’impressione che le loro scelte siano ragionevoli, del tutto capaci di soddisfare le maggioranze. A questo punto mi è indifferente definire tutto ciò socialdemocrazia o socialismo democratico. Certo, molta gente che ha vissuto per lungo tempo sotto il peso del marxismo-leninismo per qualche anno non vorrà più sentir parlare di socialismo. La capisco. Ma non vedo perché dovrebbe farmi cambiare idea.

Quali saranno le ripercussioni degli odierni avvenimenti nella vita dei tedeschi dell’Est e dell’Ovest?

Glotz: Ora la gente avrà la possibilità di traslocare da Magdeburgo a Hannover, di andare all’opera da Dresda ad Amburgo, o di andare in vacanza a Kabeuz o Travemùnde, insomma di fare le cose più naturali. Vi saranno persone che attraverseranno la frontiera per lavorare qui da noi e altre che verranno per rimanerci; vi saranno ripercussioni in campo monetario perché questa gente porta i soldi e li cambia. Avremo bisogno di più linee telefoniche, di reti stradali e ferroviarie completamente differenti. E qualcuno dovrà investire: certo, alle sovvenzioni e alle spese infrastrutturali dovrà provvedere lo Stato, ma i rapporti economici si potranno sviluppare solo attraverso l’industria privata. Dovremo però stare attenti a non rendere troppo irrequieti, con tutti questi movimenti, i nostri vicini e amici occidentali.

Si riferisce all’ipotesi di una riunificazione delle due Germanie?

Glotz: Questa ipotesi non è affatto realistica né augurabile. Rdt e Rft non sono mai state unite. Semmai si potrebbe pensare a una formazione del tutto nuova, ma anche questa in fondo non è una prospettiva concreta. Per fare un esempio, la Repubblica Federale fa parte — e continuerà a farne parte in futuro – della Comunità europea e della Nato. E non riesco a immaginare che l’Unione Sovietica possa accettare il passaggio della Rdt alla Nato. Tuttavia resto aperto a idee come quella di una confederazione, per cui la Repubblica Federale e la Rdt potranno concludere una serie di contratti relativi alla cooperazione economica. Ma anche questo dovrà essere concordato con gli altri Stati della Comunità, per restare in armonia con gli impegni assunti in ambito europeo. L’unione potrebbe diventare possibile nel contesto di una nuova Europa: ma ciò comporta la crescita dell’Europa occidentale e orientale, processo che sarà certamente lungo.

Queste posizioni sono condivise da tutto lo schieramento politico nella Rft?

Glotz: Il governo è sorpreso dalla situazione nuova quanto lo è l’opposizione e il resto del mondo. Nessuno ha ricette pronte nel cassetto. Tuttavia nella Cdu-Csu si trovano molte persone ragionevoli che pensano in maniera simile a quella appena illustrata. Certo, esistono alcuni pazzi, ma si tratta di una minoranza, che speculano sul fatto che la Rdt dichiari fallimento, sostenendo che dovrà semplicemente unirsi alla Repubblica Federale, per fare, come dire, più massa. Ad esempio è quello che sostengono i Republikaner. Da parte mia non posso che mettere in guardia contro una prospettiva catastrofica di questo genere.

E nella Rdt cosa pensano secondo lei?

Glotz: Le organizzazioni politiche sono impegnate a sviluppare l’identità della Rdt e a cercare un modello di socialismo democratico che non sia semplicemente quello della Repubblica Federale. Il mio sospetto è che la maggioranza dei cittadini consideri astratta questa prospettiva e che vi siano bisogni molto più concreti e urgenti: per questo vorrebbero semplicemente copiare le strutture della Repubblica Federale.

Quale sarà l’atteggiamento delle grandi potenze rispetto al futuro assetto europeo?

Glotz: La posizione dell’Unione Sovietica è molto chiara: non immischiarsi nei processi interni della Rdt. I soldati sovietici restano nelle caserme di quel paese, ma non escono appunto da lì. Per motivi di sicurezza Gorbaciov vuole certamente mantenere la Rdt nella propria anticamera, e non vuole che diventi quella degli Stati Uniti. Anche per questo è contrario alla riunificazione, ma non ai processi di democratizzazione. Gli Stati Uniti non si sono espressi in maniera univoca: essi sono in genere molto attenti e questo, attualmente, vale per tutti i palcoscenici nel mondo. A loro basta vedere indebolito il potenziale avversario, l’Unione Sovietica. Tirano un sospiro di sollievo, si mettono comodi, non sbagliano nulla ma neppure fanno qualcosa di veramente giusto. In questo momento, non riesco a individuare, negli Stati Uniti, un’idea dell’Europa veramente politica: forse esiste nei meandri dell’amministrazione, e non è ancora visibile dall’esterno…

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