Il destino di una città colonizzata. Venezia

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Né  il Covid e né la guerra in Ucraina hanno bloccato il saccheggio della città lagunare, che fa leva sulla selvaggia lottizzazione immobiliare che non conosce crisi perché, la pressante domanda della seconda casa sulla laguna mantiene i prezzi degli appartamenti alle stelle. Inavvicinabili per le coppie giovani, sicché risulta sempre di più una città di vecchi, di pensionati, che va perdendo l’anima originaria. Volentieri pubblichiamo questo saggio per meglio capire il fallimento della maggior parte degli sforzi per ripensare, senza manipolazioni politiche,  il destino della città e di chi vi risiede.

Venezia Pino UsiccoPalazzo Ducale Loggia/ Foto © Pino Usicco DeHumanaArchitectura ®

Le istituzioni culturali veneziane hanno recentemente contribuito a una complessiva rilettura del proprio ruolo nella storia urbana, regionale e nazionale novecentesca1. Questa storia è stata frattanto reinquadrata sia da indagini strutturali sulla modernizzazione economica provinciale e regionale, sia da studi contestuali sui meccanismi dell’organizzazione della cultura cittadina tra anni Venti e Trenta, quando Venezia fu “reinventata” quale integrato organismo urbanistico e produttivo nella peculiare versione di modernità reazionaria di cui fu principale artefice Giuseppe Volpi: da una parte il «sacrario di monumenti» di Venezia antica, «museo vivo di splendori» da salvaguardare in sé ma anche quale risorsa al contempo politica ed economica, da reinvestire in utili forme spettacolari; dall’altra parte la nuova «città dell’avvenire» sorta sulla terraferma con la colonizzazione industriale.

La principale e aspra dialettica che tra xix e xx secolo informò la vita culturale della città, quella tra le due linee passatiste e innovatrici, è stata così ricontestualizzata sia nelle linee generali, sia in rapporto al ruolo che durante il Novecento le singole istituzioni svolsero nella costruzione del dispositivo culturale e memorialistico veneziano: in quest’opera i due fronti antagonisti risultano invero essere stati sovente convergenti2.

 Già la fine dell’Ottocento aveva segnato la fine dell’epoca dei bilanci archivistici e della dolente nostalgia del passato veneziano seguita alla caduta della repubblica oligarchica: la giunta municipale progressista del 1890-1895 iniziò una prima volta a ripensare l’opportunità di trarre profitto economico e politico dal capitale morale, artistico e storico urbano, senza lasciare sconvolgere la città dai tempi nuovi, ma nemmeno ripiegare nella rievocazione passiva. Da qui nuove istituzioni destinate al contempo a diventare veri e propri laboratori di modernità culturale, quali anzitutto la Biennale d’Arte (1895), concepita assieme a un complesso di eventi turistici incardinati su rilanci storicistici della memoria locale rivolti a sostenere le stagioni turistiche, ma inoltre lungimiranti sforzi di rielaborazione dei linguaggi architettonici in vista delle urgenze di restauro urbano dell’epoca e frattanto importanti operazioni di ricomposizione del patrimonio storico tramite diversi allestimenti o riallestimenti museali.

Con la stagione politica clerical-moderata del 1895-1919 maturò poi un inedito rapporto produttivo tra l’economia turistica e l’«industria» architettata attorno alla memoria cittadina. Ne vennero da una parte un ulteriore investimento nelle arti contemporanee, con la conseguente spinta di modernità incarnata da singoli organizzatori (anzitutto Gino Barbantini) e da produttori culturali quali la Fondazione Bevilacqua la Masa e la Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro (1902), dall’altra un consapevole reinvestimento della storia, nel duplice senso di discorso politico e di valorizzazione del patrimonio storico-museale, a sua volta strumento di pedagogia nazionalizzante ma al contempo concreto capitale economico.

La riqualificazione turistica di Venezia con la popolarizzazione e mondanizzazione della cultura cittadina s’accompagnò così a un’epocale rianimazione della storia della città. Nei primi decenni del secolo la cultura di una città demograficamente giovane e vitalizzata da importanti processi di recente inurbamento (capaci di sopperire all’ancora alta mortalità) recepì in modo dinamico la storia. A questa reinvenzione novecentesca della città fu rivolto l’intero dispositivo di istituti culturali cittadini, compresa la maggiore testata locale, «Il Gazzettino», «bottega» del consenso che lungo tutto il Novecento restò strumento di organizzazione della coscienza locale3.

A livello di discorso politico questa rianimazione fu innervata dai nazionalismi laicisti, ma si saldò facilmente con la propensione clericale ad attualizzare i nuovi impegni bellici italiani alla luce delle secolari guerre tra Cristianità e Impero ottomano, a viverli quali conflitti di civiltà. Questa saldatura maturò durante il tentativo italiano di diventare potenza marittima e coloniale, sfociato nella guerra italo-turca per la Libia. La radicalizzazione degli irredentismi attorno al primo conflitto mondiale e la rilettura della storia della supremazia marittima veneziana come argomento di rivendicazione espansionistica, ma anche come strumento di sostegno propagandistico nello sforzo bellico, produssero poi una revisione storiografica destinata più avanti a diventare parte delle grandi idee-forza fasciste e a funzionare da mito gemello e veicolare di quelli della romanità e del mare nostrum.

venezia 66

Con la Grande Guerra, quando in Italia la propaganda bellica venne inventata dal nulla assieme al moderno intellettuale-funzionario, la militarizzazione degli storici rivolti alla produzione di discorso mobilitante contribuì a un’epocale massificazione del consumo di narrazioni del passato, sottratto – a stento – alle ridotte templari degli archivi e dei consessi storici. Più tardi la fascistizzazione dei preesistenti istituti culturali e il dispiegamento di quelli fascisti e degli enti di propaganda e dopolavoro videro l’ulteriore viraggio della storia veneziana in strumento di costruzione del consenso e una nuova mobilitazione degli intellettuali e in particolare quella degli storici, chiamati a supportare l’annessione dell’Albania e le campagne nazi-fasciste in Jugoslavia e in Grecia.

Lo stretto connubio tra la nuova industria della memoria e l’economia turistica che si cementò nello stesso arco di decenni ebbe frattanto motori diversi. Cardinali anche i nuovi luoghi di consumo culturale d’élite quali la Mostra del Cinema e il Casinò, nati negli anni Trenta al Lido: con la nascita di questa ulteriore città degli spettacoli e dei loisirs esclusivi si strutturò una terza faccia del nuovo sistema urbano veneziano novecentesco. Altrettanto fondamentale sul versante popolare il Dopolavoro fascista, la cui macchina organizzativa collaborò con gli enti turistici e con il capitale alberghiero a strutturare un inedito turismo di massa, popolare e piccolo-borghese, parallelo a quello d’élite, e con ciò un altro livello di consumo culturale. Imponenti compensazioni culturali contribuirono a dare agli stessi veneziani la sensazione di vivere immersi negli antichi costumi urbani, creando consenso e omogeneizzazione sociale. Tra queste, la rivitalizzazione di tradizioni folkloriche, l’organizzazione di feste, giochi e spettacoli popolari (basate sul recupero delle memorie storiche) e un «massiccio incremento di finanziamento a studi storici, opuscoli, libri, mostre»4.

Condizione principale del connubio fu però il rilancio delle politiche museali ed espositive cittadine e anzitutto la «conquista» museale e trasformazione di piazza San Marco in sede di nuovi allestimenti o riallestimenti delle collezioni archeologiche e storiche civiche: essa maturò già tra il 1912 (anno dell’inaugurazione del nuovo campanile, che coincise significativamente con celebrazioni per la conquista coloniale in Libia) e la vigilia della Grande Guerra, che fu al contempo battuta di arresto e ragione di rilancio. La risemantizzazione socio-politica della centralità urbana, con l’investimento in funzione nazionalizzante del Museo Correr e del Palazzo Ducale, s’accompagnò frattanto, tra le due guerre, a un più diffuso processo di museificazione urbana.

Tappa fondamentale fu tra 1922 e 1924 il riallestimento e l’apertura al pubblico del Museo Storico Navale all’Arsenale, intriso di retorica nazionalfascista, ma in una peculiare (e all’epoca controversa) miscela di venezianità e italianità5. L’esito più maturo del processo fu la creazione a Ca’ Rezzonico di un museo della civiltà veneziana nel xviii secolo, aperto entro il 1936 a partire dall’intento di riaffermare grandezza e originalità dell’arte settecentesca e della civilizzazione italiana. L’alle­stimento riflette la coeva revisione ideologica e storiografica sui compresenti caratteri del Settecento nazionale e locale, programmata nella prospettiva finalistica del Risorgimento e della successiva apoteosi fa­­scista. Nel 1936 fu d’altronde inaugurato a San Marco anche un Museo del Risorgimento, partecipe di operazioni museografiche che in Italia avevano già trasformato le recenti collezioni storiche in strumento di mistica patriottica e di sacralizzazione della Grande Guerra.

Banksy Venezia duAcqua alta a Venezia/ Banksy

Il retroterra di questo reinvestimento attualizzante del passato sono in realtà alcuni stretti intrecci culturali e politici che, per le complesse intersezioni di pubblico e privato, sono meglio ricostruibili attraverso le traiettorie dei singoli studiosi6 che nell’attività complessiva degli istituti di cultura. La complessiva politica in cui questi furono coinvolti è comunque valutabile alla luce della loro risposta all’invito ad aprirsi al «pubblico», a contribuire al moderno «movimento intellettuale», a edificare la nuova cultura di una nazione che si voleva cementata nelle trincee della recente guerra. L’invito fu per esempio rivolto nel 1920 dall’ambiente politico-culturale di Volpi tramite la penna del giornalista nazionalista Gino Damerini, che su «Il Marzocco» deplorò il «voluttuoso dolce far niente» di molti istituti culturali veneziani e propugnò per Venezia un moderno vivificante connubio di cultura e imprenditoria anche in quanto «città di forestieri»7.

Questa fu la meta ideale dei successivi decenni. Ma essa fu diversamente condivisa dai vari istituti cittadini, che furono marginalizzati se manifestarono isolamento e tuttavia vennero scavalcati dalla stessa politica culturale del regime se furono compartecipi. L’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti e l’Ateneo Veneto, i più antichi consessi accademici cittadini, retti da un’élite osmotica, condivisero nel complesso una certa acquiescenza al regime, ma vissero vicende per molti versi opposte8.

Già all’apertura del secolo, l’Istituto Veneto stava da tempo perdendo il proprio primato ottocentesco: un po’ a causa della provincializzazione di una Venezia non più capitale e del conseguente restringimento del principale compito di consulenza scientifico-giuridica dell’Istituto, da funzioni governative a servizi locali; un po’ per una relativa ma continua riduzione delle sovvenzioni statali. Il calo di risorse fu tuttavia sopperito da consistenti lasciti privati e all’inizio del Novecento ciò regalò all’Istituto libertà d’iniziativa, contribuendo a due imprese rilevantissime: la missione archeologica di Giuseppe Gerola a Creta (1900-1902), che va letta nel quadro dello sviluppo della vocazione colonialistica della disciplina e della penetrazione economica europea nell’Impero ottomano; la nascita del Magistrato alle Acque, destinato a diventare principale strumento di ricerca sull’ambiente veneziano e agenzia locale di governo idrogeologico, di bonifiche e, più tardi, di salvaguardia urbana.

Ma l’attivismo d’inizio secolo andò poi stagnando. Per un verso l’Istituto sembra aver mutato gradualmente le proprie finalità finendo per diluire l’originaria natura scientifica: l’imporsi egemonico degli storici e della storia sia nella composizione accademica, sia nelle attività istituzionali (tra 1900 e 1949 essa mantenne un primato assoluto) s’accompagnò a una marcata riduzione a fini promozionali della precedente attività di supporto alle innovazioni scientifiche e alla modernizzazione agronomica e industriale. A relativizzare il ruolo dell’Istituto contribuì d’altronde la sua periferizzazione rispetto a grandi intraprese accademiche di regime e inoltre il suo rifiuto di apertura verso la città, richiesto invece dagli alfieri della moderna mondanizzazione culturale e turistica veneziana: l’arroccamento in autodifesa di un consesso che in effetti rappresentava la proiezione nel capoluogo veneto dell’università di Padova e del mondo accademico regionale.

L’Ateneo Veneto visse invece una relativa apertura alla città, semplificata dal fatto che dall’Ottocento il rapporto con la società cittadina costituiva una delle sue ragioni statutarie: dall’Unità in poi la sua attività si popolarizzò continuamente, con ricambio della composizione sociale e approfondimento della vocazione di ospitare dibattiti su questioni di concreto interesse urbano e provinciale. Tale vocazione all’apertura dipende in realtà dal fatto che tra xix e xx secolo l’Ateneo fu prima di tutto una interfaccia tra le professioni liberali della città, che nei primi decenni del Novecento primeggiava in Italia per percentuale di professionisti, artisti e impiegati nelle Pubbliche Amministrazioni. L’Ateneo poi riarticolò le proprie vocazioni appunto come collettore dei corpi professionali, di diverse istituzioni politico-culturali e di altre associazioni di varia natura (per esempio con la Dante Alighieri e l’Università popolare), sussumendone le tensioni e virando con loro dall’irredentismo al nazionalismo sino al fascismo, ma con il risultato di rimanere subalterno e acquiescente all’Istituto di cultura fascista e ai programmi delle corporazioni di regime. Per molti versi l’Ateneo fu inoltre scavalcato dalla stessa reinvenzione di Venezia, perdendo il passo rispetto ai due compresenti processi primo-novecenteschi di massificazione culturale e di mondanizzazione della cultura élitaria.

Frattanto l’Ateneo accompagnò la storia cittadina come rispecchiandola. Già iniziata a fine Ottocento, l’ulteriore popolarizzazione dei suoi corsi istituzionali nel Novecento si risolse presto nel trionfo dell’insegnamento della storia veneziana a detrimento delle materie tecnico-scientifiche propugnate dai liberali progressisti quale strumento di rigenerazione sociale ed economica della città. La funzione di interfaccia tra i professioni e il ripiegamento sulla storia, che contribuì a compromettere le possibilità di elaborare una propria linea culturale precisa, fece dell’Ateneo uno specchio, piuttosto che la guida delle tendenze intellettuali e sociali urbane. I suoi corsi di storia veneta virarono da patriottica pedagogia civica a opera divulgativa, per essere poi ripetutamente piegati a fini propagandistici durante la Grande Guerra e l’espansione nazi-fascista.

Venezia 1940

Un preciso inquadramento della parte svolta dalla storiografia veneziana nella rianimazione della storia quale discorso politico e nella costruzione del consenso implicherebbe l’allargamento alla più vasta realtà sovraregionale delle Tre Venezie: dopo le annessioni del 1919, l’istituto più rappresentativo per gli storici delle terre redente divenne l’omonima Deputazione di storia patria incardinata su Venezia e presieduta a lungo da un fedelissimo di Volpi: Francesco Salata; ma la relazione sovralocale fu costruita tramite difficili negoziati che riflettono la faticosa integrazione delle nuove realtà locali nel nesso statuale italiano e le loro resistenze alla subordinazione simbolica e materiale verso l’antica Serenissima, più concretamente verso la lobby economica e culturale che, governando la città lagunare, egemonizzò feudalmente l’area alto-adriatica sino al 1943

I rapporti restarono complessi e talvolta conflittuali anche durante la fascistizzazione. Agì un permanente localismo (il fascismo puntò sul localismo in funzione anti-regionalistica, pur subordinandolo all’ideale di romanità; d’altra parte utilizzò il regionalismo quale strumento di difesa contro il cosmopolitismo esterofilo)9. Condizionamenti vennero anche dalla dipendenza finanziaria degli enti periferici, dalla trasformazione in funzioni pubbliche delle professioni praticate dai singoli studiosi (accademici e docenti scolastici, bibliotecari e archivisti, etc.), dalle subordinazioni clientelari ormai istituitesi nel campo intellettuale e, con ciò, dalla subalternità materiale e culturale dei singoli studiosi di periferia. Per certi versi essi continuarono a sviluppare le proprie linee di ricerca, complessivamente in autonomia rispetto al largo fronte di temi condivisi con le teleologiche narrazioni storiografiche nazional-fasciste, ma venendo incalzati dalle pressanti richieste di conversione allo studio della contemporaneità e alla propaganda10. Ai tempi della nuova militarizzazione degli intellettuali, tra fine anni Trenta e 1943, e soprattutto in relazione all’occupazione della Dalmazia, i maggiori e i minori istituti accademici fascisti dovettero impegnare molte energie nel difficile impegno d’armonizzare alle direttrici della politica estera (peraltro cangianti) e alle interpretazioni geopolitiche o etno-biologiste nazi-fasciste i preesistenti studi storico-giuridici, geografico-antropologici ovvero politico-istituzionali, di orientamento tradizionalmente irredentista o fondamentalmente liberal-nazionalista: eloquente è il caso del veneziano Istituto di Studi Adriatici e della sua Collana Adriatica11.

Tra le due guerre ci fu massificazione della lettura, ma, a dispetto della retorica di regime che pose enfasi sulla «rinascita bibliotecaria», le biblioteche veneziane condivisero per molti versi la crisi che gravò su questo settore della pubblica amministrazione e soprattutto sul personale entro gli anni Quaranta, gradualmente scaduto a funzioni impiegatizie e tale percepito. I fautori della mondanizzazione culturale veneziana avevano aspramente criticato il misoneismo e l’«assenteismo» sonnolento delle biblioteche pubbliche di una città che dopo la Grande Guerra sembrava offrire e leggere soltanto opere tecniche e scola­stiche, castrando l’editoria e frustrando i colti lettori stranieri: gli strali di Damerini andarono in particolare alla beata «miseria» della Biblioteca Nazionale Marciana, che d’altronde già i fautori ottocenteschi dell’emancipazione sociale avevano percepito come organismo alieno sia alla società veneziana, sia alle esigenze dei tanti turisti e studiosi stranieri presenti a Venezia, chiamandola sarcasticamente la «Marziana» perché gelosamente interdetta ai profani e servita da impiegati privi di rudimenti di qualunque lingua straniera. Ma poi la Marciana partecipò direttamente al rinnovamento della centralità urbana e visse una certa rendita di posizione anche grazie all’investimento sulla storia compiuto nel corso della prima metà del Novecento.

Questo investimento premiò però soprattutto l’Archivio di Stato dei Frari, istituto dalla «controversa modernità» – così Francesca Cavazzana Romanelli – che, da «sacrario muto» quale apparve ancora a inizio secolo12, iniziò in seguito a poter essere fruito più largamente. L’Archivio peraltro assunse nuovo ruolo come vero arsenale per la storia accademica e per la rivendicazione dei diritti storici impugnati dal regime nella fase prebellica e bellica. Dopo la complessa genesi e il consolidamento ottocenteschi, strettamente legati alle coeve rivendicazioni e rielaborazioni storiche, l’Archivio aveva assunto un nuovo ruolo politico attorno all’Unità con gli scambi italo-austriaci di documentazione e poi dopo il primo conflitto con l’integrazione delle nuove terre orientali: il ruolo fu confermato quando a Venezia, città protetta per accordo internazionale da incursioni aeree, furono ricoverati i documenti trasferiti da località archivistiche soggette invece a rischio di bombardamenti anglo-americani (anzitutto quelli della Dalmazia); e fu ribadito durante il negoziato italo-jugoslavo per la restituzione degli archivi dalmati, importante perché – così si disse – stabilì un «confine archivistico» mentre restava infocato quello politico-militare.

In posizione privilegiata, i Frari condivisero comunque la contraddittoria storia del sistema archivistico e delle pubbliche amministrazioni italiane: entro la fine degli anni Quaranta complesse dinamiche interdisciplinari e infradisciplinari promossero d’altronde l’archivistica a professione storico-giuridica prestigiosa e a disciplina scientificamente consapevole e orgogliosa. Frequentati negli anni Cinquanta dai maggiori storici europei e animati dai più brillanti studiosi e archivisti locali, i Frari sarebbero divenuti luogo cardinale del generale rinnovamento storiografico degli anni Cinquanta e Sessanta, cui collaborarono istituzioni universitarie finalmente rinnovate.

Venezia Helge ThomasVenezianità Photo. Helge Thomas

Difettano studi aggiornati, singolari o complessivi, sulla storia delle due università cittadine tra Ottocento e Novecento. Mancano soprattutto le ricerche sulle strutture e dinamiche studentesche e socio-professionali veneziane. La futura università di Ca’ Foscari era nata nel 1868 come Regia scuola superiore di commercio di Venezia, con una esplicita vocazione di servizio poi mantenuta nel primo Novecento, con l’aggiunta dell’insegnamento di materie diplomatiche e di lingue straniere. Era nata per insegnare saperi funzionali alla modernizzazione economica e commerciale veneziana e formare nuove generazioni di operatori economici o di tecnici aziendali. Con la vittoriosa fascistizzazione e con la normalizzazione imposta dal coevo processo di funzionarizzazione e dal successo del «disegno di composizione» di Volpi, essa finì nel complesso per lavorare disciplinatamente in funzione della Grande Venezia volpiana, crescendo assieme alla popolazione urbana sino a un gigantismo che d’altronde riflette dinamiche dell’intero complesso universitario italiano: 12 000 iscritti nel 1942-1943 (importante la componente femminile) e sproporzione iscritti-laureati.

Fondato tra 1923 e 1926, il nuovo Istituto universitario di architettura restò invece tutto sommato allo stato nascente sino alla fine della seconda guerra mondiale: sostenuto anche dalla Cassa di Risparmio di Venezia, il futuro IUAV era nato assieme alla «Grande Venezia» fascista, ma non seguì direttamente lo sviluppo demografico veneziano (100 iscritti nel 1937-1938; 400 dopo la guerra). Si è detto che frattanto il nuovo istituto rimase in posizione appartata rispetto alle pur aspre discussioni circa l’assetto di Venezia e la configurazione dei suoi nodi essenziali, al cui progetto però contribuirono alcuni suoi docenti. Iniziò comunque a prefigurarsi già allora un nuovo programma di rifondazione didattica e disciplinare dell’architettura e intanto maturò il ripensamento, impostosi tra anni Quaranta e Cinquanta, dell’analisi del paesaggio quale ambiente costruito, implicante nuove indagini operative sugli aspetti morfologici tradizionali di Venezia: durante la ricostruzione post-bellica essi avrebbero ispirato controversi interventi urbanistici oltre il centro insulare. Nel secondo Novecento lo IUAV sarebbe infine divenuto il «saldo presidio di un modernismo intransigente», protagonista di epocali e spesso perdute sfide con la tradizione architettonica veneziana13.

Quel nuovo istituto universitario era in realtà stato ipotizzato già ai tempi delle riflessioni di fine Ottocento sull’impatto della modernità su Venezia, sulla crisi dell’architettura e sul cruciale problema del restauro: era poi nato come parto modernizzante della settecentesca Accademia di Belle Arti, che tra le due guerre fu a sua volta attraversata da un rinnovamento didattico e artistico, con importazione di artisti dall’e­sterno. Essa d’altronde contribuì più al dinamismo e al consolidamento degli studi storico-critici veneti sulla cultura artistica che a strutturare nuove spinte avanguardistiche: tra anni Trenta e Quaranta queste vissero viceversa un sensibile ristagno, che coinvolse anche la Biennale. Il consolidamento della tradizione storico-critica costituisce tuttavia il sostrato culturale della politica delle grandi esposizioni sull’arte veneta maturato con le due mostre su Tiziano e Veronese del 1935 e del 1939, che dopo la seconda guerra mondiale fu ripresa in linea di piena continuità con le mostre Cinque secoli di pittura veneta del 1945 e Bellini del 1949.

Terminata la guerra, Venezia fu percorsa da subito da rinnovata vitalità culturale, segnata appunto dall’immediata ripresa delle grandi mostre sui pittori veneti; ma sono forti gli elementi di continuità rispetto ai due precedenti decenni14. Lo stesso periodo della Repubblica Sociale fu d’altronde un periodo di animazione: immune da bombardamenti, Venezia divenne città ministeriale e meta di intellettualità, artisti, gente di spettacolo e di bel mondo, peraltro con un parossistico sovraffollamento cui contribuirono spasmodiche ondate di profughi di guerra e conseguente divaricazione della forbice sociale, già drammatica prima del conflitto. La nuova vitalità post-bellica fu poi sostenuta dalla ripresa del processo di sviluppo di lungo periodo e dal rilancio riqualificante del modello volpiano (la «più grande Venezia» di Gino Luzzatto), che si concretizzarono anche nella volontà di puntare ulteriormente sul turismo di massa e sulla cultura di massa: scelta necessaria anche per assenza di ricambio di classe dirigente, ma condivisa da un esteso blocco di interessi economici e sociali.

La città del periodo della ricostruzione e del miracolo italiano restava abitata da radicati tradizionalismi culturali, ma fu altresì percorsa da un vivace dibattito delle idee e da stimoli di assoluta modernità, incarnati in nuovi luoghi di cultura e d’arte (quali quello creato da Peggy Guggenheim e da un largo tessuto di galleristi), mentre la consacrazione dei nuovi generi di creatività e del nuovo mercato culturale popolare (dalla fotografia alla letteratura disegnata) apriva per la prima volta percorsi di integrazione con il sistema istituzionale. Mentre antichi consessi come l’Ateneo Veneto ripiegavano in un sonno destinato a durare sino all’ultimo quarto del secolo, il migliore frutto del rilancio degli anni Cinquanta-Sessanta resta probabilmente una fondazione che sembra costituire la più grande impresa culturale dell’intero Novecento veneziano e rappresentare una torsione creativa nelle continuità storiche: quella voluta nel 1951 da Vittorio Cini, già protagonista della vita economica primo-novecentesca. Centro di alti studi e «civiltà», di ricerca e divulgazione, la Cini riallacciò da subito il dialogo tra cultura e società e rinnovò profondamente quello tra Venezia e il mondo, propugnando un ripensamento del passato veneziano tra i tempi remoti delle origini, la modernità fallita primo-novecentesca e i nuovi scenari storici del secondo e tardo xx secolo: dialogo animato anche dai principali protagonisti della rinascenza storiografica di quegli anni.

Venezia turismo Hervé Simone 1Foto © Pino Usicco DeHumanaArchitectura ®

La spinta continuò sino alla crisi coincisa con l’alluvione del 1966, quando si concluse una stagione che secondo molti fu l’ultima in cui Venezia seppe produrre autonomamente cultura e progettualità sia sul versante della cultura istituzionale, sia su quello dell’autonoma creatività avanguardistica e del mercato privato dell’arte. L’ulteriore rivitalizzazione dell’intero dispositivo culturale cittadino fu da allora faticosamente perseguita con i ritmi e tra i condizionamenti imposti anzitutto dai nuovi strumenti finanziari straordinari o ordinari di salvaguardia (la Legge speciale per Venezia e quelle regionali), mentre si compiva lo sfollamento dei ceti popolari e medi e svaporava continuamente la complessità sociale urbana, tanto che la città invecchiava continuamente e, da touristic city, diventava sempre più toured city.

Negli ultimi quattro decenni uno dei maggiori sforzi delle antiche e recenti istituzioni culturali cittadine, oltre a cercare di fecondare o rinnovare il proprio rapporto con la mutata società urbana, è stato quello di ripensare la storia cittadina e il fallimento della modernità novecentesca con le sue ricadute socio-ecologiche di lungo periodo, ridiscutendo vecchie e nuove idee di Venezia prima nello scenario post-­industriale e poi nella globalizzazione, e immaginando un suo possibile nuovo ruolo come città della ricerca e dell’innovazione tecnologica, artistica e sociale, come città produttrice di cultura e non passiva vetrina: ruolo per ora difficilmente acquisibile a causa della colonizzazione turistica della città e dello stabilizzarsi in essa di un’onnivora economia carnevalesca di massa, che fa di Venezia un contenitore di prodotti culturali provenienti dall’esterno e un centro della società globale dello spettacolo.

Venezia Diana Robinson Ippocampo"Feri" da gondola: l'ippocampo  Photo Diane Robison

NOTE

Nell’ordine: Storia della cultura veneta, G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi (a cura di), Vicenza, Neri Pozza, 1976-1986, in particolare Dall’età napoleonica alla prima guerra mondiale, vol. VI (1986); Veneto, S. Lanaro (a cura di), Torino, Einaudi, 1984; Venezia, E. Franzina (a cura di), Roma-Bari, Laterza, 1986; Storia di Venezia dalle origini alla caduta della repubblica, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, 1992-2002, in particolare i tre tomi L’Ottocento e il Novecento curati da M. Isnenghi e S. Woolf (2002).

2 I singoli saggi di sintesi sulle istituzioni culturali novecentesche sono anzitutto quelli di G. Benzoni, F. Cavazzana Romanelli, M. Fincardi, G. Gullino, M. Isnenghi, G. Paladini, G. Romanelli, S. Rossi Minutelli e G. Zucconi nell’ultimo volume de L’Ottocento e il Novecento, cit. Con riarticolazioni permesse dalle nuove acquisizioni, il quadro di riferimento resta comunque M. Isnenghi, I luoghi della cultura, in Veneto, cit., pp. 231-406, e Id., La cultura, in Venezia, cit., pp. 381-482.

3 M. Isnenghi, Presentazione, in M. De Marco, Il Gazzettino: storia di un quotidiano, Venezia, Marsilio, 1976, pp. 7-12.

4 M. Fincardi, Gli “anni ruggenti” dell’antico leone. La moderna realtà del mito di Venezia, in «Contemporanea», IV/1, 2001, pp. 445-474; F. Mariani, F. Stocco, G. Crovato, La reinvenzione di Venezia: tradizioni cittadine negli anni ruggenti, Padova, Il Poligrafo, 2007.

5 F. M. Paladini, Arsenale e Museo storico navale di Venezia. Mare, lavoro e uso pubblico della storia, Padova, Il Poligrafo, 2008.

6 Ad esempio, D. Ceschin, La voce di Venezia. Antonio Fradeletto e l’organizzazione della cultura tra Otto e Novecento, Padova, Il Poligrafo, 2001.

La Venezia di Gino Damerini (1881-1967). Continuità e modernità nella cultura veneziana del Novecento. Atti del convegno di Venezia, 1-2 dicembre 2000, F. M. Paladini (a cura di), «Ateneo Veneto», n. s., vol. XXXVIII, 2000.

8 G. Paladini, Le istituzioni culturali negli anni del cambiamento 1938-1946, in La Resistenza nel Veneziano, Id. e M. Reberschak (a cura di), Venezia, Istituto veneto per la storia della Resistenza, 1985, I, pp. 333-364; G. Gullino, L’Istituto veneto di scienze lettere ed arti. Dalla rifondazione alla seconda guerra mondiale (1838-1946), Venezia Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1996; M. Gottardi, L’Istituzione e la città: intersezioni, in Ateneo Veneto 1812-2012. Un’istituzione per la città, Id. e C. Tonini (a cura di), Venezia, Ateneo Veneto, 2013, pp. 4-36.

9 S. Cavazza, Piccole patrie. Feste popolari tra regione e nazione durante il fascismo, Bologna, Il Mulino, 1997.

10 M. Angelini, Periferie culturali? Le Società e le Deputazioni di storia patria fra resistenze e consenso (1922-1942), in «L’Annale Irsifar», 2010 (Fascismi periferici. Nuove ricerche), pp. 35-61.

11 F. M. Paladini, Velleità e capitolazione della propaganda talassocratica veneziana (1935-1945), in «Venetica», III s., XVII/6, 2002, pp. 147-172.

12 D. Ceschin, L’Archivio dei Frari, in Id. e A. Scannapieco, L’archivio dei Frari-La casa di Goldoni, Padova, Il Poligrafo, 2005.

13 Officina Iuav, 1925-1980. Saggi sulla Scuola di architettura di Venezia, a cura di G. Zucconi e M. Carraro, Venezia, Marsilio, 2011.

14 Venezia nel secondo dopoguerra, a cura di M. Reberschak, Padova, Il Poligrafo, 1993.

Fonte: Filippo Maria Paladini, « Rendite della storia: luoghi di cultura nella modernizzazione novecentesca (1890-1966) », Laboratoire italien


Paladini FiippoqFilippo Maria Paladini (Venezia 1969)  insegna al Dipartimento di Cultura, politica e società dell'università di Torino. Si occupa di storia delle istituzioni politiche e sociali tra età moderna e contemporanea. Tra le sue pubblicazioni: "Un caos che spaventa. Poteri, territori e religioni di frontiera nella Dalmazia della tarda età veneta" (Venezia, Marsilio, 2002); "Arsenale e Museo storico navale di Venezia: mare, lavoro e uso pubblico della storia" (Padova, Il Poligrafo, 2008); "Come pretoriani a Roma: arsenalotti tra continuità, mutamenti e stereotipi (secoli XIII-XIX)", in "L'Arsenale di Venezia. Da grande complesso industriale a risorsa patrimoniale", a cura di Paola Lanaro e Christophe Austruy, Venezia, Marsilio, 2020, pp. 101-132.

 

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