In viaggio nell'Unione Sovietica nel tempo di Krusciov

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Ne è protagonista Guido Piovene, scrittore e giornalista che da inviato della Stampa di Torino il 10 aprile 1960, sbarca a Mosca con lo scopo di, «vedere quanto potrò dell’Unione Sovietica, facendo centro a Mosca, ma andando anche in luoghi lontani, nel Caucaso, nella Siberia e nelle Repubbliche asiatiche». Nel centenario della nascita dell'Unione Sovietica  volentieri pubblichiamo l'articolo di commiato "dall'Unione Sovietica" nel quale Piovene precisa che non vuole, «dare conclusioni, ma fare solamente qualche osservazione finale». Invece ne dà moltissime, alcune di coraggiose considerato il  tempo nel quale egli scrive.

Lenin Fraser Robert1Lenin nella metro di Mosca/ Photo Robert FraserL’occidentale, che va nell’Unione Sovietica con un’ottica occidentale, si espone a delusioni diverse secondo i suoi interessi e i suoi desideri. Direi che non vi trova mai quello che sperava trovarvi, magari sulla scorta di pubblicisti e di studiosi, i quali da lontano, spesso col lodevole scopo di essere comprensivi e di renderla più accettabile in campo avverso, vogliono far entrare la vita sovietica in schemi che le sono estranei.

Una delusione da ingenui è quella di chi pensa ancora che il mondo socialista sia egualitario. Non varrebbe la pena di parlarne, perché questo è contrario alle stesse premesse ideologiche del sistema, che sono aperte a tutti, se non l’avessi constatato, se non l’avessi riscontrato, ad esempio, in alcuni operai venuti a lavorare in Russia.

Si accorgevano che nell’Unione Sovietica vi è la donnetta che pulisce le strade, e vi è chi guadagna abbastanza per essere proprietario di una o due villette graziose, di una, talvolta due automobili, di una collezione di quadri; e vi si adattavano male perché vi erano impreparati. La vita nell’Unione Sovietica è dura, opera forti selezioni; emergere richiede speciali qualità di adattamento all’ambiente che non sono da tutti. Non esistono classi, ma esiste chi vive da ricco e chi vive da povero, e infatti le parole povero e ricco sono ancora nell’uso comune. Ma sembrano però eliminate dappertutto o quasi dappertutto le punte di povertà estrema. Non esistono più certe zone depresse devastate dall’ignoranza, dalla fame e dalla malattia. Non tutti mangiano egualmente, ma tutti a sazietà.
Talvolta, come ho constatato specialmente negli stati eccentrici, vi sono zone ricche di apparenza depressa che disorientano l’osservatore. Quell’apparenza viene dalla scarsità degli alloggi e dall’estrema semplicità dei bisogni; vi è entrata la cultura tecnica, ma non quella dell’agiatezza.

Più interessante è la delusione contraria. La società sovietica non è egualitaria, e il regime è meno rigido che ai tempi di Stalin. Su queste basi molti occidentali che vengono in Russia (penso la maggior parte) sperano di trovarvi i segni della formazione di una nuova borghesia stabile, le avvisaglie della trasformazione della società socialista in una società borghese. Ma non riescono a vedere niente di questo genere.

Chi si aspetta una involuzione in senso borghese capitalistico nell’Unione Sovietica può aspettarla un bel pezzo. Durante il mio soggiorno mi sono reso conto che esistono illegalità, accaparramenti, soprusi, ma niente che possa dar luogo a un diverso assetto sociale. Se mai l’indirizzo attuale è, nel campo economico, più marcatamente «socialista» che ai tempi di Stalin.

Ma gli occidentali che vanno nell’Unione Sovietica vanno soprattutto a vedervi quali e quanti progressi sono stati compiuti sulla via della «liberalizzazione», e quanto tempo manca ancora perché vi si possa parlare, scrivere, fare opposizione al regime, nel senso delle nostre democrazie. Essi sono perciò portati a osservare e tesaurizzare soltanto quello che o sembra essere in opposizione al regime, o almeno estraneo e in margine, ed a fondare su questo le loro speranze: il libro un po’ contro corrente, qualche parola di critica e di insofferenza che, vincendo molti diaframmi, giunge alle loro orecchie. Ma, al momento di fare i conti, finiscono con l’accorgersi che il loro bottino è scarso. Il governo di oggi ha dato più respiro al popolo ed ha allentato la tensione. Vi è una garanzia di legalità senza paragone maggiore; è scomparso il lato terribile, il campo di concentramento, l’esecuzione capitale come strumenti di governo. Mentre Stalin viveva chiuso in una scatola di vetro, adesso un maggior numero di persone è ascoltato e convoglia al governo le richieste del pubblico dalle diverse parti dell’Unione Sovietica. Si discute e si polemizza di più nell’ambito del sistema, cioè sul modo migliore di farlo funzionare e di correggerne i difetti.

Si comincia a venire incontro al desiderio popolare di vivere anche per oggi e non soltanto per domani; il benessere materiale aumenta in maniera vistosa. I giudizi della comunità (tribunali di fabbrica, di studenti, di caseggiato, ecc.) in generale più clementi, tendono a sostituire più spesso i tribunali regolari per i reati meno gravi. Nella letteratura, e nelle arti in genere, salvo restando il controllo ideologico, si pronuncia una varietà di tendenze ancora embrionali. Non si procede, in questo campo, per revisione dei principî, ma piuttosto con una serie di compromessi e adattamenti empirici. Nella gioventù fortissimi sono il desiderio di conciliare il sistema col gusto della verità, la polemica contro la retorica e l’ipocrisia. Tutto questo mi sembra vero, e mi sembra utile venire nell’Unione Sovietica ad osservarne gli sviluppi. Ma chi si aspetta di vedere che il mondo socialista esca dai suoi binari, prenda altre basi dalle sue e si liberalizzi nel senso delle democrazie occidentali, può fare a meno di venire. Vi troverà soltanto amarezze ed arrabbiature. Il processo del mondo socialista è irreversibile, e non vedo davvero che cosa potrebbe mutarlo.

La prima condizione per un contatto fruttuoso è il mettersi bene in testa che il mondo socialista segue la propria strada. Un altro sentimento errato è quello di chi si aspetta mutamenti profondi e rapidi perché, dalla prima fase dedicata in maniera quasi esclusiva all’accumulazione dei beni strumentali, si è passati oggi a produrre con più abbondanza i beni di consumo e a tenere più conto del benessere immediato. Alcuni ritenevano che questo avrebbe scatenato forze spontanee e irresistibili, dalle quali il sistema poteva essere sconvolto. Basta vivere qui per accorgersi della vanità di questi calcoli astratti. Non esiste, per dirla con il vocabolario in uso, nessuna delle condizioni oggettive che possono far prevedere una smobilitazione morale. Essa non può avvenire perché la situazione internazionale la ostacola, e anche per ragioni interne. Lo stesso passaggio alla fase dei beni di consumo e del benessere pubblico offre una lunga prospettiva di nuovi piani di controlli e di pressioni educative, per motivi diversi. Perché il settore commerciale, a differenza di quello industriale, è ancora sottosopra, materialmente e moralmente. Perché occorre reprimervi un’illegalità diffusa, e nel tempo stesso introdurvi concorrenze, incentivi che ancora non esistono, sempre però restando nell’ambito socialista. Finalmente perché un regime come quello sovietico non rinuncerà mai ai suoi criteri educativi, e vorrà sempre moderare e dirigere l’accesso delle masse ai beni della vita in base alla gerarchia di valori che gli sembra giusta. L’organizzazione del benessere sovietico apre un nuovo capitolo di cui non si può prevedere né l’esito né la durata. Credo però falsissimo il luogo comune che la civiltà sovietica e quella americana finiranno con l’assomigliarsi. Quella sovietica avrà sempre forme più semplici, con meno stimoli e appelli al consumatore; le merci più pregiate circoleranno in modo meno pubblicitario.

Non ho trovato nell’Unione Sovietica nessuna somiglianza vera con i regimi totalitari dell’Occidente. Se mai si può fare un confronto con i regimi ecclesiastici. Anche i cambiamenti vi avvengono nella stessa maniera. Non insisto nel paragone perché questo richiederebbe troppi particolari analitici e descrittivi. Come nei regimi ecclesiastici, le «verità» teologiche (ideologiche nel nostro caso) hanno sempre la precedenza, anche se appaiono in contrasto con le verità di fatto. Se vi è contrasto, le verità di fatto vengono dichiarate false. Esse fanno la loro strada, e finiscono poi con l’essere accettate, quando rientrano senza danno nell’ideologia e non compromettono più l’unità della fede.

L’occidentale, nato da altre tradizioni, figlio di un’altra storia, avvezzo a considerare sinonimi la cultura e la critica, spesso ha nell’Unione Sovietica motivi di imbarazzo e di sofferenza. Un puro e semplice trapianto del regime sovietico in un paese come il nostro gli appare impensabile. Detto questo, non mi sentirei di essere cieco e chiuso di fronte a un così grande sforzo, e di non ammirarne gli aspetti positivi. Primo di tutti l’istruzione. Ho già scritto una volta che uno dei motivi di stupore in chi viaggia nell’Unione Sovietica è che tanti successi scientifici e organizzativi possono sorgere da un popolo, che appare a prima vista soprattutto bonario e umano, ma impreciso, approssimativo, pigro e proclive a tendenze anarchiche. La spiegazione si ritrova soltanto nello sviluppo delle scuole di vario grado, dove il cittadino sovietico nasce una seconda volta.

Un altro punto positivo è una gerarchia di valori sottratta all’anticultura e alla demagogia. Possiamo essere scontenti del soverchiocontrollo a cui oggi è sottoposto l’intellettuale. Ma la gerarchia dei valori è sana. Si sa quale immenso (e giusto) valore prenda lo sport nell’Unione Sovietica. Non esiste però il feticismo dell’atleta, e soprattutto il feticismo dell’atleta in antitesi all’uomo di cultura. Le dimensioni sono esatte. Lo stesso si può dire dell’attore di tutti i generi; non esiste il divismo. Lo scrittore che fa la sceneggiatura d’un film è compensato da due volte e mezzo a tre volte di più del regista; questi molto di più dell’attore anche celebre che vi recita. Molte altre cose avrei da dire, ma a questo punto mi fermo. Spesso ho sofferto nell’Unione Sovietica di noia, di tristezza, di un senso imprecisabile di soffocazione. Ma i sovietici che vengono in Occidente non tornano entusiasti. Essi vi avvertono il contrario, una nevrastenia e una agitazione diffuse, quella che mi fu definita la «alienazione degli oggetti»; come se da ogni vetrina delle nostre città partissero ondate violente di cupidigia e di invidia sociale. In nessun luogo il mondo d’oggi offre agli uomini la felicità, ma soltanto speranze. Questo mio viaggio nell’Unione Sovietica mi ha riconfermato nell’unico culto della mia vita, quello per gli intelletti lucidi ed elastici, capaci di paragoni, altrettanto lontani dai dogmi come dalle impuntature testarde.


Piovene GuidoGuido Piovene, scrittore e giornalista  Oltre a numerosi romanzi e a scritti di saggistica svolse numerosi reportage di viaggio, dapprima in America e in Russia e, successivamente  Viaggio in Italia (1957), la più celebre guida letteraria del Bel Paese durante il boom economico, originata dalla trasmissione radiofonica RAI che Piovene tenne, dal 1953 al 1956, percorrendo il territorio da nord a sud, raccontando le 'cose viste'. 

 

L' articolo di Guido Piovene qui proposto fa parte del viaggio esplorativo e d’inchiesta compiuto in Unione Sovietica per conto del quotidiano La Stampa nel 1960.

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