Fumo di Londra con pre-Brexit? Dante ci riprova, No Problem!

Da sempre è facile incontrarli a Londra, anche nell'èra del pre-Brexit. Italiani, rumorosi e un po’ insolenti, sono in tanti e con un tratto in comune  “creativi”: musicisti, designer, artisti. Alla ricerca di un altrove culturale in cui identificarsi. Vivere a Londra è già da qualche decennio un processo simbolico identificativo di appartenenza sociale e culturale fortissimo

Per noi italiani una rivendicazione da ostentare con orgoglio un po’ snob, come quando per le vacanze nel tuo ammuffito paesino al "caffè del centro" ti raccontavano “e sì, vivo a Milano” (“bello mio, non puoi capire”). E forse era così, se non fosse che la realtà spesso non coincide con il sogno che, immagini Milano come se fosse New York e alla fine ti trovi a Quarto Oggiaro.
"Creativi" appunto, che si ritrovano poi a lavorare nei pub per pagare un affitto come e quando si può e con le occhiaie che trasfigurano perchè è solo la notte o il Day Off, il tempo libero per permettersi la libertà di sognare. Creativi che dopo (neanche troppo velocemente) cominciano a capire che il vero welfare è la famiglia in italia.

Comunque sia, un invito ci sorge - a questo punto - naturale: offrire - nello spazio di una rubrica - un percorso di aiuto e supporto a quelle generazioni italiane orfane dell'Erasmus British, ma anche a quelle generazioni che con non poco scoramento vivono in una Londra pre Brexit governata da quel primo ministro  Boris Johnson, personaggio un po' bizzarro  che non dà molto affidamento. Infine, ma non da ultimi ai molti che pensano e ambiscono, sognano  una esistenza a Londra con l'entusiasmo di Dante Fontana, antiquario di Perugia e ammiratore maniacale della cultura britannica. E' il protagonista di "Fumo di Londra", il film interpretato da Alberto Sordi, ricordate?

 

Ma diamo un ordine. Popular Culture è per gli inglesi l’insieme dei prodotti dell'astronave massmediale (vedi BBC Doctor Who): musica, film, comunicazione, arte (in particolare la street art). Ma soprattutto Musica, non è un caso che un’intera via in pieno centro, Denmark Street, sia dedicata alla vendita di strumenti musicali.


Londra la cronologia del mito.

Ilmito della Popular CultureAll'inizio di tutto i Beatles, erano gli anni Sessanta: quattro ragazzi normali, con un taglio di capelli innovativo e simbolicamente potentissimo, che ancora oggi non ci si capacita come siano riusciti a rivoluzionare il senso di un’arte in modo così profondo e in pochissimo tempo. 

Poi sono arrivate le subculture:

Mods

 rappresentati dagli Who e da uno stuolo di altre band non così grandi, immortalati ad imperitura memoria nel mitico film-album Quadrophenia.

Descrizione del ModParka ( impermeabile tendenzialmente lungo, affusolato e stretto), capello a caschetto, vestito elegante e scarpe alla moda.

“Vivere pulitamente in circostanze difficili”, recita l’aforisma che caratterizza questa subcultura. Veramente British.

Teddy Boys

Cover YOUTHCLUB TEDDYBOYSL'epicentro del movimento fu la città di Londra, ma ben presto la moda Teddy boys si estese in tutto il Regno Unito, e collegata al rock and roll americano in voga in quel periodo.

I teddy boys si riunivano in bande che spesso si scontravano ferocemente fra loro, sotto l'occhio vigile della stampa che gonfiava gli eventi, contribuendo alla demonizzazione della subcultura.

Fra gli scontri più violenti, si ricordano i fatti di Notting Hill del 1958, quando molti teddy boys, in concomitanza con bande razziste e neonaziste, organizzarono ronde nel quartiere londinese danneggiando le proprietà di immigrati di colore ed aggredendone alcuni. In realtà questo evento fu spinto dal National Front ovvero la destra inglese. La maggior parte dei Teddy boys era in realtà apolitica e si interessava piuttosto al football che alla politica.

Negli anni Sessanta, molti teddy boys si convertirono alla subcultura rocker e mod.

Rockers 

Cover ModsversusRockersI rocker erano soliti possedere una motocicletta che essi stessi provvedevano a modificare dopo l'acquisto, in modo da renderle adatte alla corsa (i modelli preferiti erano Triumph, Bsa, Norton, Vincent, Royal Enfield).

Si lanciavano poi in corse da un capo all'altro della città, percorrendo le grandi arterie stradali di recente costruzione che lambivano le periferie: generalmente una corsa cominciava ad un bar e finiva in un altro bar.

I bar (in inglese cafes, nel gergo rocker caffs), infatti, erano i luoghi dove le varie bande di rocker erano solite riunirsi.

Per questo loro "sport", i rocker non erano ben visti dalla società, che li riteneva pericolosi: d'altro canto, a differenza di molte altre subculture contemporanee, essi (almeno nei primi periodi di vita del movimento) disprezzavano l'uso di droghe.

A partire dagli anni Cinquanta, oltre al possesso di una motocicletta, i rocker cominciarono ad adottare uno stile proprio anche nel vestire: il loro guardaroba comprendeva indumenti mutuati dai re del rock and roll statunitense, come Gene VincentEddie CochranChuck BerryBo Diddley ed ovviamente Elvis Presley.

Lo stile dei rocker nel vestire trascendeva completamente dalla praticità e dal collegamento con l'attività del proprietario, al contrario di quello dei Mod.

  • Berretto in cuoio (detto Kagney)
  • Giubbino in pelle, spesso decorato con strass, toppe e spille, in particolare quelle che ricordavano l'appartenenza al 59 Club oppure all'Ace Cafè.
  • Jeans Levi's o pantaloni in cuoio.
  • Stivali da motociclista o scarpe antinfortunistiche, in alternativa scarpe di pelle appuntite.

Durante la guida in moto arricchivano questo abbigliamento con un casco aperto sul davanti, occhiali da aviatore ed una sciarpa solitamente di colore bianco.
I capelli venivano portati in stile Pompadour e tenuti alti con la brillantina.

E furono Botte da Orbi. L'aplomb British subì evidenti scosse. Ma del resto, in quei giorni, in Europa altre città si misuravano con la violenza.



Il movimento Punk, altra rivoluzione.
“Punk” che significava “da due soldi”; nato musicalmente negli Stati Uniti, ma è a Londra con i Sex Pistols e poi i Clash che ha affondato le radici e trovato riconoscimento internazionale.

Uno stile di vita che rifiuta il perbenismo e ne accentua il ridicolo attraverso abbigliamenti eccessivi, vestiti strappati, capelli colorati o “creste”.

Clash autori di London Calling che oggi è un elemento fortissimo nell’iconografia sonora del mito di Londra.

È “colpa” loro se le bacheche di Facebook vengono inondate da link alla canzone o al suo titolo ogniqualvolta si intraprende un viaggio verso Londra.

Cover MargaretThatcher

Il punk è stato un impianto narrativo talmente forte da essere terreno e concime su cui si è innestata con successo, l'ondata perbenista e conservatrice rappresentata da Margaret Thatcher, capace da un punto di vista culturale di incarnare la paura della upper middle class inglese di fronte alle subculture e canalizzarla in quell’ideologia che chiamiamo neoliberale o, in Italia, neoliberista.

 

L’epoca della Thatcher (ma non il neoliberismo) termina verso cover coolbritaniala metà degli anni Novanta quando il New Labour guidato da Tony Blair vince le elezioni sull’onda del movimento subculturale che chiamiamo Cool Britannia.

Qui l’identificazione con la musica è pressoché totale: è qui che si colloca l’ondata di brit pop capitanata da Oasis e Blur, non a caso tra i principali sostenitori di Blair in quel periodo, capaci di vendere milioni di copie quando la musica si comprava ancora.

 

Un’ondata, quella di Oasis e Blur, che ha restituito ai britannici l’orgoglio di essere tali, nella sfacciataggine tipica dell’essere giovani. 
Che ha dato origine a una progenie di replicanti tipo l’agente Smith del film Matrix, emuli stilisticamente e culturalmente soprattutto dei primi.

Descrizione abbigliamento: parka (che riprende la scena mod), felpa e sneakers (che fanno tanto working class).

Da lì vengono anche i Pulp ( se lo trovi rivedi film cult Trainspotting )


Cool Britannia altro non è che il risultato socio-culturale dell’enfasi verso il successo individuale e “l’emergere” di stampo neoliberista portato avanti dalla Thatcher in modo elitario e ora “democratizzato” ed esploso nelle arti e in quelle che chiamano “industrie creative”, che hanno avuto un vero e proprio boom in quegli anni anche e soprattutto a Londra, tanto da far dire a Richard Florida di essere di fronte ad un’era di progresso portata avanti dalla classe creativa. 

Non è andata così (Elio Fiorucci insegna). Quello che è rimasto è l’impronta socio-culturale dell’individualizzazione e del brand che dall’abbigliamento è ormai passato alle persone, le quali devono essere sempre più cool e popolari, conosciute e di successo, per qualcosa e non importa che cosa. Il neoliberismo, appunto.
La cosa bizzarra è che questo processo di individualizzazione nei fatti è stato al contrario un processo di omologazione per via “alternativa”.

Quella “via alternativa” che ha origine nella ripresa dell’indie rock suonato negli scantinati, quattro accordi e molto casino, e che coincide con la rinascita e la gentrification della parte est della città. 
È la subcultura hipster. Movimento “alternativo” che rappresenta poi la fine del concetto stesso di alternativo, avendo coinciso sostanzialmente con la diffusione modaiola dell’alternativo che per essere tale riprende gli stilemi di fine Settanta e inizio Ottanta in forme più o meno estrose. 
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Descrizione dell’hipster.

Pantaloni risvoltati, cardigan, capello rasato in basso e folto in cima, camicie a quadri, maglioni vintage, occhiali, baffi e/o barba e quello sguardo un po’ disordinato un po’ dannato da “ho appena fatto sesso”. Per distinguersi sono generalmente portati ad ascoltare band o artisti che nessuno conosce, e a disconoscere i medesimi appena li ritrovano su MTV.

In un certo senso, dagli emuli di Liam Gallagher e Damon Albarn si è ben presto passati agli emuli di Pete Doherty con la differenza che le due categorie si sono mescolate creando un prodotto da esportazione che vediamo anche nelle nostre strade e piazze, in particolare a Milano.

Ma definirlo “alternativo” non ha più senso, è ormai diventato “di moda” e risulta essere un modo di distinzione e definizione sociale non tanto subculturale quanto neoliberale.

In altre parole, chi può dirsi alternativo se tutti sono alternativi?
Se essere strani è normale, e se tutti siamo strani, chi è strano?

Questo modo di essere è ormai esportato su scala internazionale. 

In Italia non abbiamo ancora importato le ragazze in coda fuori dai locali, seminude a Dicembre come fosse una sera di Maggio.
Nemmeno quella pub culture che da noi è invece espresso al banco e il rito dell’aperitivo.

Ma noi, italiani di provincia, entrando in un pub sappiamo riconoscere quell’odore di legno intriso di birra che pervade questi luoghi di condivisione. E poi fa così cool postare su Instagram le foto dal pub.


Londra e il suo mito sembrano essere il baricentro di un fenomeno prettamente europeo e nello specifico molto italiano che potremmo chiamare Londonizzazione: una globalizzazione del mito di questa città dove si può incontrare qualunque tipo di abbigliamento e di stile, anche il più estremo, senza incorrere nello sguardo di biasimo del vicino di posto in metropolitana.

Chi può dire che dentro di sé il vostro vicino di posto non stia sorridendo? E magari è italiano.
Dimenticavo. Prima e più mitica dei Beatles è la metropolitana, la cara vecchia Tube. Così mitologica che in troppi ne hanno parlato, protagonista in ogni foto delle vacanze a Londra, tutti compulsivamente di fianco ai cartelli delle stazioni.


Ma allora cosa è rimasto a Londra di questo mito di Londra, e che si può trovare solo a Londra?

Il calcio... È la BBC a ricordarcelo. Il calcio come aggregazione, ma di una rigida stratificazione sociale, a Londra trovi le squadre working class, quelle middle class e quelle upper class. Il calcio è uno dei motivi di pellegrinaggio più frequenti, qui vivono una dozzina di squadre professionistiche, divise per quartieri (e da qui la stratificazione sociale: Chelsea, Arsenal, Tottenham, Fulham, West Ham, Watford, Queen’s Park, Crystal Palace e molte altre).

Qui trovi il rito collettivo – la visione della partita al pub – nulla a che fare con quella al bar che trovi in italia.

La differenza è importante, determinante: in Italia siamo tutti allenatori, e guardare la partita al bar è una specie di riunione tecnica in cui i presenti propongono tattiche e predicono cambi con approccio scientifico. Nel pub invece, irripetibili insulti ai giocatori o beatificazioni se hanno fatto gol. E poi nei pub riesci a mangiare inglese, e scopri che la cucina inglese esiste, e che le jacket potato (patate farcite) sono meglio del yorkshire pudding.

Per chiudere. Balle, a Londra non è vero che piove sempre. È una leggenda metropolitana. Ditelo ai vostri genitori, quando li sentite su Skype o Whatsapp, ma non è detto, che ci crederanno. O forse si, se gli dite che se piove il cambio della guardia non c'è.
cambio guardia

Cover image: Shelley Spencer and Di Sage, The White Swan in Crystal Palace, London, November, 1980. (Anita Corbin)

Mai riuscito a rispondere compiutamente alle uniche importanti domande della vita: “quanto costa?”, “quanto ci guadagno?”. Quindi “so e non so perché lo faccio …” ma lo devo fare perché sono curioso.

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