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In galera anche i dodicenni? I tedeschi ci provano

Solo in Renania Westfalia nei primi nove mesi del 2018 sono finiti in cella undici ragazzi tra i 14 e i 18 anni (di cui solo nove ragazze). Una cinquantina hanno compiuto violenze sessuali. Fino ai 25 anni il codice prevede pene più lievi per i colpevoli.

Berlino. A dodici anni si è già responsabili? Lo chiede il sindacato di polizia in Nord Renania Westfalia. «Quando i ragazzini compiono un reato, anche grave, non ci resta che riconsegnarli alle famiglie», protestano gli agenti «i genitori continuano a non preoccuparsi. I figli tornano in strada, a rubare, picchiare, sicuri di essere al di sopra delle leggi. Che dobbiamo fare?». Abbassare l'età punibile, si chiede da più parti.

violenza giovanissimi33Venerdì 5 luglio, alle 22, a Mülheim an der Ruhr, 171 mila abitanti, tra Essen e Duisburg, un gruppo di ragazzi, due di dodici anni, tre quattordicenni, hanno aggredito, derubato e violentato una diciottenne. La vittima è finita in ospedale, solo il leader della banda è in cella: Georgi S. già l'anno scorso abusò di una quattordicenne, all'epoca aveva 13 anni e venne subito rilasciato. Pochi giorni dopo tornò a molestare la ragazza, e fu obbligato a seguire una terapia. Agli altri, tutti vicini di casa, è stato solo vietato di tornare a scuola, dove già andavano di rado. E lunedì sono cominciare le vacanze. Torneranno in classe il primo settembre?

I quattordicenni potrebbero essere condannati per le violenze, rischiano una pena molto ridotta, i dodicenni sono ancora bambini, non sono ritenuti responsabili. Potrebbero essere espulsi con le famiglie, tutte provenienti dalla Bulgaria, giunte nella Ruhr nel 2013, ma la procedura tra appelli e ricorsi potrebbe durare anni. E l'espulsione non è sicura: uno dei padri si è procurato subito un contratto di lavoro, uno dei quattordicenni risulta affidato a parenti che vivono in un'altra città della Ruhr, le famiglie degli altri tre stanno raccogliendo prove per dimostrare di potersi mantenere senza aiuti sociali.

«La legge consente l'espulsione», dichiara l'ex deputato europeo Elmar Brok, 49 anni, cristianodemocratico, «i cittadini provenienti da paesi della Comunità europea hanno libera circolazione, ma possono risiedere in un altro paese fino a tre mesi, se non lavorano e non hanno un reddito. Non possiamo farci carico di famiglie numerose che emigrano da noi, non si curano dei figli, e non cercano un'occupazione, vivendo con i sussidi. E a comportarsi così non sono solo i Sinti o i Rom. Anche i cittadini comuni devono rispettare la legge».

Probabilmente sono Sinti o Rom, ma le autorità non rivelano l'etnia dei responsabili di reati, e anche in questo caso all'inizio si era creduto che i ragazzi fossero tedeschi. I genitori non sono penalmente responsabili per i reati dei figli minorenni. Potrebbero essere tenuti a risarcire i danni alla vittima, ma in questo caso non hanno alcun reddito, sono mantenuti dall'assistenza sociale. Ma a Mühleim hanno anche rifiutato l'assistenza psicologica offerta ai figli: «Sono bambini, ci pensiamo noi. Sono tutti bravi ragazzi». La ministra federale della Giustizia, Christine Lambrecht, socialdemocratica, ha dichiarato di non essere favorevole a modificare la legge sulla responsabilità dei minorenni. In Olanda, dove era stata abbassata l'età a 12 anni, si vuole tornare al limite di 14: i ragazzi, sostengono i sociologi, sotto quell'età non si rendono realmente conto della gravità dei loro atti.

Solo in Renania Westfalia nei primi nove mesi del 2018 sono finiti in cella undici ragazzi tra i 14 e i 18 anni (di cui solo nove ragazze). Una cinquantina hanno compiuto violenze sessuali. Fino ai 25 anni il codice prevede pene più lievi per i colpevoli.

Una ventina d'anni fa la Germania si divise sul «caso Mehmet», che in realtà si chiamava Muhlis Ari. A Monaco, prima dei quattordici anni, il ragazzo turco, alto oltre un metro e 80, aveva compiuto una sessantina di aggressioni, sfigurando tra l'altro un passante per derubarlo. Il giorno del suo compleanno, poliziotti in borghese lo seguirono per ore, e all'ennesima violenza lo arrestarono.

Fu decisa l'espulsione anche dei genitori che non lo avevano controllato, ma alla fine in Turchia tornò il solo Mehmet, che parlava male turco, e che fu rifiutato dai parenti ad Ankara. Il ragazzo implorò le autorità tedesche di farlo tornare, il permesso gli fu accordato, ma a Monaco aggredì e picchiò i genitori. Ancora condannato, riuscì a fuggire in Turchia. Nel 2013 scrisse la sua biografia "Mi chiamavano Mehmet", sperando sempre nel perdono, infine è stato condannato ad Ankara per rapina a undici anni. Una storia triste, ma si tentò di tutto per recuperare Muhlis, sempre straniero in Turchia o in Germania.

Roberto Giardina

Roberto Giardina, dal 1986 in Germania, è corrispondente per il QN (Giorno-Resto del Carlino- La Nazione) e Italia Oggi. È presente su Berlin89 con la rubrica Pizza con crauti.  
Autore di diversi romanzi e saggi, tradotti in francese, spagnolo, tedesco. 

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