Lavoratori italiani in Germania e turisti tedeschi in Italia

Dagli ultimi dati raccolti (2017) risulta che i visitatori germanici hanno speso nel Belpaese sei miliardi di euro. Dei settecentomila italiani che vivono in terra tedesca, soltanto un decimo di costoro grava sulle finanze federali percependo sussidi sociali. Il tutto accade nonostante i pregiudizi da una parte e dall'altra parte siano duri a morire. Suggestiva conclusione di Alfredo Venturi autore di questa breve Storia dei rapporti tra italiani e tedeschi. Scrive: “Auguriamoci un tempo nuovo in cui si parlerà non più di italiani e tedeschi, ma di europei di lingua italiana, europei di lingua tedesca”. Auguriamocelo.

Itaker e crucchi sono termini, fra il canzonatorio e il provocatorio, con cui italiani e tedeschi amano designarsi reciprocamente.

Le due parole sono nate nel Novecento. La prima è la contrazione di italienischeKameraden, i compagni d'armi della Wehrmacht almeno fino a quando il patto d'acciaio ha resistito all'usura della guerra. Inevitabilmente gli avvenimenti del 1943 hanno finito con l'attribuire all'espressione un connotato negativo. Quanto all'altro termine, deriva dallo slavo kruh che significa pane. Durante la prima guerra mondiale i disertori e i prigionieri dell'armata austro-ungarica, spesso croati o sloveni, erano soliti chiedere cibo pronunciando quella parola. E così i soldati italiani presero l'abitudine di definire crucchi tutti i nemici indistintamente, più tardi il termine prese di mira specificamente i tedeschi. Ci sono anche altri appellativi fra lo scherzoso e lo sprezzante: Spaghettifresser per esempio, e per rimanere nell'ambito delle preferenze alimentari il corrispettivo Krauti.


    Itaker Kolscher Nel 2012 è uscito un film intitolato ItakerVietato agli italiani, efficacemente diretto da Toni Trupia. Ambientato nel mondo dell'emigrazione in Germania nei primissimi anni Sessanta, racconta la vicenda di un ragazzo siciliano alle prese con i molti problemi di identità e di isolamento della comunità espatriata. A cominciare da un'accoglienza generalmente non proprio cordiale, a volte addirittura ostile, tale insomma da determinare crisi di rigetto nel debilitante contesto psicologico della nostalgia per la casa lontana.

C'è nel film un trasparente riferimento al grande fenomeno migratorio dei nostri giorni che tanto preoccupa le società e i governi europei. Nel clima febbrile del dopoguerra la Germania, impegnata nello sforzo della ricostruzione e affamata di forza lavoro, non diversamente dall'Europa di oggi nei confronti delle disperate plebi africane e mediorientali, esercitava un'attrazione magnetica soprattutto sui milioni di disoccupati dell'Italia meridionale.

     Alle prese con questo grave problema sociale il governo di Roma intavolò una trattativa con quello di Bonn, per arrivare nel dicembre del 1955 a un accordo che regolava il reclutamento e il collocamento della manodopera italiana in Germania.

Si avviò in questo modo la cosiddetta emigrazione assistita, organizzata cioè da una rete di appositi Centri sparsa sul territorio italiano. La fase successiva, una volta garantita la libera circolazione fra i paesi membri della Comunità europea, più tardi dell'Unione, prescindeva da questo quadro istituzionale e si legava all'iniziativa individuale dei lavoratori. Quei primi anni furono particolarmente ardui, come racconta il film di Trupia l'incontro dei migranti italiani con l'ambiente germanico non era affatto facile, e non solo per problemi di lingua. La durissima prova della guerra, la divisione del paese, l'occupazione militare, il senso di frustrazione, forse anche un sotterraneo rancore per il “tradimento” del 1943, rendevano problematico il rapporto con i Gastarbeiter italiani, gli Itaker, a loro volta pieni di pregiudizi nei confronti dei crucchi che li ospitavano.


     Pregiudizi duri a morire, da una parte e dall'altra, e tanto più nel contesto irrequieto dell'immigrazione.

Poi il clima gradualmente si è rasserenato, almeno in parte. Ma un episodio recente dimostra che il fuoco del preconcetto continua a covare sotto la cenere. In una trasmissione di Radio Colonia, l'emittente della Wdr destinata alla comunità immigrata, si parlava dell'invito che alcuni sindaci avevano rivolto ai residenti italiani disoccupati.

Un centinaio di costoro aveva ricevuto una lettera in cui li si consigliava di lasciare la Germania se non avessero più diritto a ricevere sussidi sociali e non cercassero lavoro.

La reazione di molta stampa è stata nevrotica, con titoli tipo La cancelliera Merkel caccia gli italiani e commenti indignati che hanno riproposto una storica diffidenza di fondo. É stato poi chiarito che l'invito, per quanto discutibile e dovuto all'eccesso di zelo di alcuni amministratori, non è ovviamente coercitivo, e in ogni caso non riguarda soltanto la comunità italiana ma anche altri cittadini europei.

     Oggi circa settecentomila italiani vivono in terra tedesca, e soltanto un decimo di costoro grava sulle finanze federali percependo sussidi sociali.

Si tratta di una comunità assai variegata: negli anni Cinquanta il flusso era alimentato soprattutto da manovali e minatori con livelli modesti di qualificazione, oggi siamo di fronte a un'emigrazione di più alto profilo professionale, che riguarda anche altri paesi e viene vissuta in Italia come fuga di cervelli dovuta alla scarsa solidità della struttura economica e amministrativa.

Del resto lo scambio di competenze fra i due paesi si realizza anche ai più elevati livelli intellettuali: se un musicista come Claudio Abbado ha lungamente diretto i Berliner Philharmoniker, uno storico dell'arte come Eike Dieter Schmidt dirige attualmente gli Uffizi di Firenze. Entrambi gratificati da grande considerazione nei rispettivi contesti ospitanti.


     All'ondata degli italiani che cercano lavoro in Germania si contrappone plasticamente quella dei tedeschi che cercano svago in Italia. Nella direzione opposta a quella dei migranti che attraversano le Alpi verso nord si registra infatti un intenso flusso turistico, anche questo ormai sedimentato nel tempo: è cominciato infatti fin negli anni Cinquanta.

Lavoratori italiani in Germania, turisti tedeschi in Italia.

Le spiagge della penisola, le località montane, le città d'arte sono da sempre affollate di visitatori tedeschi. Costoro sono in qualche modo gli eredi del grand tour del Settecento e dell'Ottocento, quel turismo di élite che si è per così dire democratizzato dopo che le mutate condizioni di vita hanno esteso a vaste masse di cittadini la possibilità di muoversi e valicare le frontiere. L'Italia, dunque, meta obbligata perché come vuole un collaudato luogo comune, uno dei tanti che banalizzano i rapporti italo-germanici, i tedeschi amano il Belpaese anche se non altrettanto i suoi abitanti.

Le statistiche sul turismo straniero in Italia ci rivelano che l'apporto della componente tedesca è un fenomeno dalle dimensioni macroeconomiche e in costante crescita. Nel 2017 i visitatori germanici hanno speso nella terra dove fioriscono i limoni quasi sei miliardi di euro, la cifra aumenta regolarmente da anni ed è probabilmente destinata ad aumentare ancora.

L'italienische Reise è dunque diventata un'importante fonte di reddito per le esauste casse della repubblica, riguarda tutte le classi di età e prevalentemente le fasce più acculturate della società tedesca, tradizionalmente interessate al viaggio culturale. Del resto i contatti non si limitano certo al turismo: la Germania è il primo partner commerciale dell'Italia, che a sua volta occupa il sesto posto nell'interscambio tedesco. Rapporti economici strettissimi dunque, soprattutto dopo che la graduale integrazione europea ha reso i due paesi un po' meno stranieri.

Certo si sentono tutt'altro che stranieri in Italia, e senz'altro liberi dagli storici pregiudizi, quei tedeschi che scorrazzano per la penisola alla ricerca di case di vacanza nelle quali trascorrere ogni volta che sia possibile il loro tempo libero.

 
Negli anni Ottanta si parlava di Toskana Fraktion, un'espressione coniata da Klaus von Dohnanyi. all'epoca sindaco di Amburgo. Si riferiva a quei politici e intellettuali di sinistra che proprio in Toscana, o nelle altre regioni centrali, amavano riempire l'otium con eleganti occupazioni culturali e adeguate distrazioni gastronomiche.
Il termine era vagamente derisorio, qualcosa di simile al radical chic per usare la fortunata formula di Tom Wolfe, e identificava i componenti del gruppo come ex sessantottini approdati alle istituzioni.
Fra gli uomini della Toskana Fraktion, forse i più vicini allo spirito tradizionale del grand tour, figurano esponenti del partito socialdemocratico come Björn Engholm, Gerhard Schröder, Oskar Lafontaine, e del movimento verde come Joschka Fischer, Claudia Roth, Jürgen Trittin. Tutti animati da un affetto goethiano per il Belpaese, e forse dal sogno che prima o poi si realizzi un tempo nuovo in cui si parlerà non più di italiani e tedeschi, ma di europei di lingua italiana, europei di lingua tedesca.
Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Editorialista del settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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