Italia-Germania. Cinquecento anni di amore e odio

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     Fra il cruento sogno di Frundsberg e le vittime designate c'è dunque di mezzo questo possente ostacolo.
 
Ecco il comandante tedesco nei pressi di Governolo, nel Mantovano, le sue truppe sono schierate davanti ai reparti di Giovanni dei Medici che da giorni insidia le formazioni imperiali lanciando azioni di disturbo, guerriglia come si dirà in futuro, e che si pone come un baluardo a distanza in difesa di Roma.
Forse Giovanni non lo sa, ma con questa guerra di rapide, imprevedibili incursioni peggiora gli umori delle truppe nemiche, già pessimi perché da tempo sono prive di soldo. Il loro comandante ha speso del suo per pagarli ma le risorse sono finite, gli uomini rumoreggiano facendosi minacciosi.
É probabilmente questa la ragione per cui il “padre dei Landsknechte”, come lo chiamano da quando ha trasformato quell'accozzaglia di mercenari, almeno finché ricevevano la paga, in una efficiente macchina militare, viene colto da un malore che lo costringe ad abbandonare il campo.
 
Lo devono rimpatriare, morirà un anno più tardi nella sua Mindelheim.

giovanni delle bande nereGiovanni delle Bande Nere     Dunque non può vedere quel fortunato colpo di falconetto, uno dei quattro cannoni forniti agli imperiali dal duca di Ferrara Alfonso d'Este, che ferisce il condottiero italiano, un colpo che in pochi giorni lo porterà alla morte.

Né potrà vedere in che modo i suoi Landsknechte, lanzichenecchi come li chiamano in Italia, compenseranno i mancati pagamenti. La fine di Giovanni dalle Bande Nere ha sgombrato la via di Roma, i soldati di Frundsberg arrivano a destinazione e irrompono in città.

Finalmente raggiunta la meta, i mercenari vanno all'incasso mettendosi in tasca ben più del soldo arretrato. Inoltre uccidono, incendiano, torturano, stuprano. Impiccherebbero volentieri papa Clemente, realizzando il proposito del loro comandante, se costui non si fosse rintanato con i suoi cardinali nell'inespugnabile fortezza di Castel Sant'Angelo. La prende d'assalto il comandante degli imperiali, Carlo III di Borbone, ma viene ucciso da un colpo di archibugio che il più illustre fra i difensori, Benvenuto Cellini, sostiene di avere personalmente sparato prendendo la mira dall'alto delle mura.

La morte di Carlo incoraggia ancor più i lanzichenecchi al massacro.

Già privi dell'autorità di Frundsberg, che hanno lasciato lassù fra le brume della Valpadana, si abbandonano liberamente alla cupidigia e all'istinto predatorio.
Quello che accade in quei giorni appartiene all'albo nero della storia: non soltanto un saccheggio sistematico ma anche un'orgia di incredibile violenza.
Più di ventimila morti, quasi la metà della popolazione, anche per le pestilenze portate dagli invasori.
Il sacco di Roma è l'evento che più compromette l'immagine dei popoli germanici agli occhi degli italiani, anche se alla sanguinosa occupazione di Roma hanno partecipato reparti di spagnoli e di connazionali, come le milizie di Fabrizio Maramaldo, Sciarra Colonna e Luigi Gonzaga.
Del resto quell'immagine è già da tempo scalfita dai tanti tedeschi che militano nelle truppe mercenarie, impegnate a scorrazzare e saccheggiare per le vie e le città del bel paese al servizio di questo o quel signore.
Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Editorialista del settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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