Italia-Germania. Cinquecento anni di amore e odio

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di Alfredo Venturi 

Il sacco di Roma (6 maggio 1527) compiuto dai Landsknechte  è l'evento che più compromette l'immagine dei popoli germanici agli occhi degli italiani. Il deterioramento dell'immagine è reciproco e durerà a lungo, trasformandosi in una impropria generalizzazione, in un luogo comune che attraverserà i secoli. 

alpi centrali 20“Ben provvide natura al nostro stato, / quando de l'Alpi schermo / pose fra noi e la tedesca rabbia.” 
     Così Francesco Petrarca in una celebre lirica in cui del resto denuncia come quello schermo si sia rivelato tutt'altro che invalicabile.
Un paio di secoli dopo la composizione di questi versi la riforma protestante, con la successiva contrapposizione fra i cristiani delle due sponde, contribuisce a rendere problematica la reciproca percezione di italiani e tedeschi. Ma il canto di Petrarca dimostra che l'immagine delle genti germaniche in Italia era stata offuscata fin nel Trecento dalla loro folta presenza nelle truppe mercenarie (“O diluvio raccolto / di che deserti strani / per inondar i nostri dolci campi!”) che imperversavano da un capo all'altro della penisola al servizio di ricchi potentati.

Lanzichenecchi

 

 
Quando nel Cinquecento arriva la riforma i due fattori si sovrappongono.
Georg von Frundsberg
 
Ecco una figura che rappresenta molto bene il fenomeno, quella di Georg von Frundsberg, il condottiero che si batte, prima per l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo, quindi per il successore Carlo V, alla testa dei Landsknechte, mercenari luterani motivati al combattimento proprio dal fervore religioso, oltre che da un'avidità senza freni.

     Frundsberg conosce bene l'Italia, è stata per anni il suo campo di battaglia. Vi ha combattuto nel 1499 cercando vanamente di salvare il duca di Milano Ludovico il Moro attaccato dai francesi, poi ancora dieci anni più tardi contro i veneziani, infine fra il 1513 e il '14 contro veneziani e francesi. Nel 1525 porta all'assalto i suoi mercenari nella battaglia di Pavia, il mortale duello fra Carlo V e Francesco I di Francia che si conclude con il successo dell'imperatore e la cattura del re.

Quell'evento segna la fine del vecchio mondo dominato dalla cavalleria, fatalmente vulnerabile di fronte alle moderne fanterie come quella che proprio Frundsberg ha organizzato con i suoi Landsknechte, agguerriti reparti che procedono serrati, irti di picche e alabarde, e possono disporre di armi da fuoco capaci di perforare le armature.

     Nel 1526 Carlo vuole punire il papa che si è alleato con gli arcinemici di Parigi e Venezia e le sue armate calano di nuovo in Italia. Nel novembre Frundsberg si trova di fronte il più famoso dei suoi avversari, Giovanni dalle Bande Nere. Proviene da quella stirpe fiorentina dei Medici che ha espresso anche il papa regnante, Clemente VII. Proprio contro il pontefice, reo di ostacolare le ambizioni dell'imperatore, Frundsberg sta muovendo le truppe.
Custodisce nel suo bagaglio un capestro d'oro con il quale, assicura, impiccherà il sovrano temporale e spirituale di Roma. Per i cardinali, ai quali è riservato lo stesso trattamento, tanti bei lacci color porpora.
Il furente mangiapreti vuole castigare la nuova Babilonia, come la definisce Martin Lutero, il monaco sassone che ha rivoluzionato l'Europa religiosa ribellandosi al papa.
 
Lui l'ha incontrato alla dieta di Worms, e non ha mancato di incoraggiarlo nella sua battaglia teologica contro il papa-re che in nome della fede spilla ai devoti i quattrini delle indulgenze.
 

 
     Fra il cruento sogno di Frundsberg e le vittime designate c'è dunque di mezzo questo possente ostacolo.
 
Ecco il comandante tedesco nei pressi di Governolo, nel Mantovano, le sue truppe sono schierate davanti ai reparti di Giovanni dei Medici che da giorni insidia le formazioni imperiali lanciando azioni di disturbo, guerriglia come si dirà in futuro, e che si pone come un baluardo a distanza in difesa di Roma.
Forse Giovanni non lo sa, ma con questa guerra di rapide, imprevedibili incursioni peggiora gli umori delle truppe nemiche, già pessimi perché da tempo sono prive di soldo. Il loro comandante ha speso del suo per pagarli ma le risorse sono finite, gli uomini rumoreggiano facendosi minacciosi.
É probabilmente questa la ragione per cui il “padre dei Landsknechte”, come lo chiamano da quando ha trasformato quell'accozzaglia di mercenari, almeno finché ricevevano la paga, in una efficiente macchina militare, viene colto da un malore che lo costringe ad abbandonare il campo.
 
Lo devono rimpatriare, morirà un anno più tardi nella sua Mindelheim.

giovanni delle bande nereGiovanni delle Bande Nere     Dunque non può vedere quel fortunato colpo di falconetto, uno dei quattro cannoni forniti agli imperiali dal duca di Ferrara Alfonso d'Este, che ferisce il condottiero italiano, un colpo che in pochi giorni lo porterà alla morte.

Né potrà vedere in che modo i suoi Landsknechte, lanzichenecchi come li chiamano in Italia, compenseranno i mancati pagamenti. La fine di Giovanni dalle Bande Nere ha sgombrato la via di Roma, i soldati di Frundsberg arrivano a destinazione e irrompono in città.

Finalmente raggiunta la meta, i mercenari vanno all'incasso mettendosi in tasca ben più del soldo arretrato. Inoltre uccidono, incendiano, torturano, stuprano. Impiccherebbero volentieri papa Clemente, realizzando il proposito del loro comandante, se costui non si fosse rintanato con i suoi cardinali nell'inespugnabile fortezza di Castel Sant'Angelo. La prende d'assalto il comandante degli imperiali, Carlo III di Borbone, ma viene ucciso da un colpo di archibugio che il più illustre fra i difensori, Benvenuto Cellini, sostiene di avere personalmente sparato prendendo la mira dall'alto delle mura.

La morte di Carlo incoraggia ancor più i lanzichenecchi al massacro.

Già privi dell'autorità di Frundsberg, che hanno lasciato lassù fra le brume della Valpadana, si abbandonano liberamente alla cupidigia e all'istinto predatorio.
Quello che accade in quei giorni appartiene all'albo nero della storia: non soltanto un saccheggio sistematico ma anche un'orgia di incredibile violenza.
Più di ventimila morti, quasi la metà della popolazione, anche per le pestilenze portate dagli invasori.
Il sacco di Roma è l'evento che più compromette l'immagine dei popoli germanici agli occhi degli italiani, anche se alla sanguinosa occupazione di Roma hanno partecipato reparti di spagnoli e di connazionali, come le milizie di Fabrizio Maramaldo, Sciarra Colonna e Luigi Gonzaga.
Del resto quell'immagine è già da tempo scalfita dai tanti tedeschi che militano nelle truppe mercenarie, impegnate a scorrazzare e saccheggiare per le vie e le città del bel paese al servizio di questo o quel signore.

     Ecco perché due secoli prima del sacco Petrarca ha composto i suoi versi appassionati, contrapponendo alla patria dell'umanesimo sbocciata sulla nostalgia delle glorie antiche la barbarie germanica, la “tedesca rabbia”.Venturi4  sacco roma Sacco di Roma

Più tardi anche Niccolò Machiavelli si scaglierà contro l'uso e l'abuso delle milizie mercenarie. Non tanto per le ragioni ideali invocate dal poeta quanto per motivi di opportunità: “se uno tiene lo stato suo fondato sulle armi mercenarie non starà mai fermo né sicuro, perché sono disunite, ambiziose, senza disciplina, infedeli”.
Anche perché troppo spesso straniere, quindi senza legami con un paese che considerano terra di conquista e di rapina.
Non tutti provengono dalla Germania, ma sono tanti i tedeschi che attraversano lo schermo petrarchesco, le “mal vietate Alpi” evocate qualche secolo più tardi da Ugo Foscolo.
 
Si usa una significativa locuzione, furor teutonicus, per designare il sentimento di violenza che anima quei predatori senza scrupoli.
    Nella nuova percezione sfuma la cavalleresca immagine dei principi svevi che nel Duecento certamente perseguivano disegni di potere sulla penisola, ma lo facevano immedesimandosi nella cultura dell'Italia, adottandone la lingua e i costumi, piegandosi al fascino multiforme che la tradizione classica rendeva irresistibile.
 
Parallelamente, la riforma protestante induce chi vive oltre le Alpi e aderisce alla nuova dottrina a identificare gli italiani nel detestato papismo.
Dunque il deterioramento dell'immagine è reciproco e durerà a lungo, trasformandosi in una impropria generalizzazione, in un luogo comune che attraverserà i secoli. Giovanni dalle Bande Nere e Frundsberg, che nel 1527 non riuscirono a chiudere la partita impediti da quel malore e da quel colpo di cannone, avranno un postumo destino speculare, entrando a vele spiegate nel mito in Italia come in Germania.
Entrambi saranno ricordati da iscrizioni e monumenti e daranno il loro nome a enti, istituzioni, navi da guerra.
 
Al capo dei lanzichenecchi che voleva impiccare il papa sarà anche intitolata una divisione corazzata delle Waffen-SS.Venturi4 Panzer korps
Alfredo Venturi
É nato a Bologna, vive in Toscana. Laurea in Scienze politiche. Giornalista (il Resto del Carlino, La Stampa, Corriere della Sera) attivo in Italia e all'estero. Ha trascorso in Germania il decennio che comprende la riunificazione. Editorialista del settimanale Azione di Lugano. É autore di numerosi saggi di ricerca e divulgazione storica.
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